L’anniversario della morte di Giolitti costituisce l’occasione per ricordare la sua opera riformista

Un’importante personalità, quella di Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio per circa un decennio. Approfondiamo la sua figura controversa. 

 

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Giolitti fu un uomo politico italiano che non appartenne propriamente alla schiera dei “padri della patria” o alla cosiddetta “generazione dei reduci”: egli, infatti, nacque a Mondovì (Cuneo) nel 1842 e non partecipò al Risorgimento; non fu tra quelli che formarono l’Italia unita, bensì studiò e si laureò in Giurisprudenza nel 1860.

PRODROMI STORICO-SOCIALI ALL’AVVENTO DELL’ETÀ GIOLITTIANA

A partire dagli ultimi anni dell’800, l’Italia conobbe il suo primo autentico decollo industriale, anche grazie ai progressi ottenuti sul piano delle infrastrutture economiche e delle strutture produttive. La costruzione di una rete ferroviaria aveva favorito lo sviluppo commerciale, la scelta protezionistica del 1887 aveva reso possibile la creazione di una moderna industria siderurgica e il riordinamento del sistema bancario aveva creato una struttura finanziaria abbastanza efficiente.

La siderurgica vide la creazione delle Acciaierie di Terni e di numerosi altri impianti per la lavorazione del ferro. Nel settore tessile i maggiori progressi si ebbero nell’industria cotoniera. Nel settore agroalimentare si assisté alla crescita dell’industria dello zucchero. Sviluppi interessanti si ebbero anche in settori come quello chimico o meccanico; in questo campo la principale novità fu costituita dall’affermazione dell’industria automobilistica: sorsero numerose aziende, tra cui la Fiat, fondata da Giovanni Agnelli nel 1899. Fra il 1896 e il 1907 il tasso medio di crescita annuo fu del 6,7% e il prodotto pro capite aumentò di oltre un terzo. Il volume della produzione industriale risultò quasi raddoppiato, tanto che la quota dell’industria nella formazione del prodotto nazionale passò nel 1914 al 25% (pur sempre contro il 43% dell’agricoltura).

Questo decollo fece sentire i suoi effetti anche sul tenore di vita degli italiani. L’aumento generalizzato delle retribuzioni consentì a vasti strati della popolazione di destinare una quota dei bilanci familiari anche per spese che non fossero solo di sussistenza. Le condizioni abitative dei lavoratori urbani restavano però ancora precarie. Le case operaie erano per lo più malsane e sovraffollate e, spesso, gli appartamenti non erano nemmeno dotati di servizi igienici autonomi. Il riscaldamento centralizzato era un lusso, ma la diffusione dell’acqua corrente nelle case e il miglioramento delle reti fognarie costituirono un grande progresso, contribuendo alla diminuzione della mortalità da malattie infettive.

Questi progressi non furono tuttavia sufficienti a colmare il divario che separava l’Italia e gli Stati più ricchi e industrializzati. Inoltre era molto diffuso il fenomeno dell’emigrazione; nel primo quindicennio si contano circa 8 milioni di emigrati. Il contributo più importante venne dal Mezzogiorno, la cui popolazione spesso si dirigeva verso le Americhe. Dal punto di vista economico, il fenomeno migratorio ebbe alcuni effetti positivi: allentò la pressione demografica, creando un rapporto più favorevole tra popolazione e risorse. D’altra parte però un’emigrazione così massiccia rappresentò un impoverimento, di forza lavoro e di energie intellettuali, per la comunità nazionale.

Ancora una volta gli effetti del progresso non si distribuirono uniformemente; il divario tra Nord e Sud continuava ad accentuarsi. Nel 1903 il 57% dei lavoratori dell’industria era concentrato nelle regioni settentrionali, solo il 25% viveva nel Mezzogiorno; dove tra l’altro erano assenti aziende di grandi dimensioni e a tecnologia avanzata. Anche l’agricoltura si vide favorita al Nord. Le regioni meridionali erano sfavorite dalle condizioni climatiche e dalla naturale povertà dei terreni appenninici, ma anche dalla permanenza di rapporti sociali consolidati e di mentalità che ostacolavano il mutamento economico e sociale. Da questa situazione derivavano in buona parte i mali storici della società meridionale. Inoltre per molti giovani la conquista di un impiego pubblico costituiva l’unica alternativa alla disoccupazione o all’emigrazione: fu in questo periodo dunque che la pubblica amministrazione si meridionalizza. Dalla denuncia di questi mali prese avvio un movimento di opinione che fu definito “meridionalismo” e che si applicava allo studio dei problemi del Mezzogiorno. I meridionalisti erano molto differenziati tra loro per orientamento politico, ma erano tutti concordi nell’individuare nella questione meridionale il principale ostacolo da superare
perché l’Italia potesse procedere sulla via dello sviluppo economico e civile.

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IL GOVERNO A TRAZIONE LIBERAL-PROGRESSISTA DI GIOLITTI

Su questa realtà, a inizio Novecento, si esercitò l’opera del governo di Giovanni Giolitti. Chiamato alla guida del governo nel 1903 egli portò avanti l’esperimento liberal-progressista e ne allargò anche le basi offrendo un posto nella compagine governativa al socialista Filippo Turati, anche se egli rifiutò l’offerta. Giolitti finì col costituire un ministero aperto alla destra; il riformismo giolittiano rimase quindi sempre condizionato dal peso delle forze moderate e sempre attento alla conservazione degli equilibri parlamentari, al punto da sacrificare progetti anche importanti quando si rivelassero incompatibili con la solidità della maggioranza.
Furono invece condotte in porto nel 1904 le “leggi speciali” per il Mezzogiorno che prevedevano per la Basilicata e Napoli misure volte a incoraggiare la modernizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo industriale mediante una serie di stanziamenti e agevolazioni fiscali e creditizie. Queste leggi vennero seguite da altre analoghe per la Calabria e le isole. Un altro importante progetto, elaborato negli stessi anni, fu quello relativo alla statizzazione delle ferrovie. Questo però incontrò diffuse opposizioni sia a destra che a sinistra; e ciò spinse Giolitti a dimettersi, lasciando la guida del governo ad Alessandro Fortis, secondo una tattica che avrebbe messo in atto anche successivamente e che consisteva nell’abbandonare le redini del potere nei momenti difficili per poi riprenderle in condizioni più favorevoli. Il governo Fortis durò un annetto e poi per tre mesi quello guidato da Sidney Sonnino.
Giolitti ritornò al governo nel 1906 e vi restò per tre anni e mezzo. In quello stesso anno fu realizzata la conversione della rendita, ossia la riduzione del tasso di interesse versato dallo Stato ai possessori di titoli del debito pubblico. Nel 1909 egli attuò una nuova ritirata, aprendo la strada ad un secondo governo Sonnino e a un successivo governo Luzzatti, che avviò un’importante riforma scolastica: la legge Daneo-Credaro, che avocava allo Stato, sottraendolo ai comuni, l’onere dell’istruzione elementare.
Nel 1911 ritornò al governo con un programma decisamente orientato a sinistra, il cui punto cardine era la proposta di estendere il diritto di voto, introducendo il suffragio universale maschile. Nello stesso anno venne istituito l’Ina, Istituto nazionale assicurazioni, i cui proventi sarebbero serviti a finanziare il fondo per le pensioni di invalidità e vecchiaia dei lavoratori.

IL PERIODO DEL DECOLLO INDUSTRIALE: L’ETÀ GIOLITTIANA

Consuetudine è parlare di “età giolittiana” e questo perché l’influenza dello statista piemontese sulla vita del paese fu enorme. Il controllo delle Camere, unito ad una perfetta conoscenza della burocrazia statale, costituì l’elemento fondamentale del sistema di Giolitti. Questo controllo era però ottenuto a prezzo della perpetuazione dei vecchi sistemi trasformistici e di un intervento costante e spregiudicato del governo nelle lotte elettorali. Tutto ciò limitava gli aspetti più progressivi dell’esperienza giolittiana e col contraddirne, almeno in parte, le stesse premesse.
Su questi aspetti si appuntarono le critiche dei suoi numerosi avversari. Per i socialisti e i cattolici Giolitti era colpevole di far opera di corruzione all’interno dei rispettivi movimenti dividendoli. I liberali invece lo accusavano di venire a patti con i nemici delle istituzioni. I meridionalisti non si risparmiarono nemmeno, come Gaetano Salvemini che lo definì “ministro della mala vita”; per loro però la critica si legava alla politica economica del governo che aveva favorito il Nord. Giolitti dovette quindi fare i conti con una crescente impopolarità, sintomi di difficoltà che si fecero ancora più evidenti dopo il 1911, in coincidenza con le vicende legate alla guerra in Libia.

A partire dal 1896, anno della caduta di Crispi, la politica estera italiana subì un cambio di rotta. Senza rinnegare la Triplice Alleanza, fu attenuata la linea filotedesca. Ciò portò ad un
miglioramento dei rapporti con la Francia, che nel 1898 portò alla firma di un trattato di commercio che poneva fine alla “guerra doganale”. Nel 1902 fu stabilito un accordo per la divisione delle sfere di influenza in Africa settentrionale: l’Italia otteneva il riconoscimento delle sue aspirazioni sulla Libia, lasciando in cambio mano libera alla Francia sul Marocco. La nuova situazione creava però motivi di contrasto in seno alla Triplice alleanza. E meno ancora piacque agli italiani il modo in cui l’Austria-Ungheria procedette all’annessione della Bosnia-Erzegovina. L’episodio, che metteva in evidenza la posizione di partner più debole occupata dall’Italia nella Triplice, lasciò nell’opinione pubblica uno strascico di malumori e risentimenti. Molti uomini politici cominciavano a chiedersi perché l’Italia dovesse rassegnarsi a un destino di potenza di secondo rango. In questo clima politico e culturale nacque e si affermò un movimento nazionalista (Associazione nazionalista italiana).
Nata dalla confluenza di correnti politicamente eterogenee, l’Associazione vide prevalere al suo interno un gruppo imperialista e conservatore, che subito avviò una campagna in favore della conquista della Libia. La spinta decisiva venne però dagli sviluppi della “crisi marocchina” del 1911. Quando apparve chiaro che la Francia si apprestava a imporre il suo protettorato sul Marocco, il governo italiano ritenne giunto il momento di far valere gli accordi del 1902 e nel settembre 1911, inviò sulle coste libiche un contingente di 35 mila uomini, scontrandosi contro la reazione dell’Impero turco, che esercitava su quei territori una sovranità poco più che nominale. La guerra fu più lunga e difficile del previsto, anche perché i turchi fomentarono la guerriglia delle popolazioni arabe. Per venire a capo della resistenza, l’Italia dovette rinforzare il corpo di spedizione ed estendere il teatro di guerra. Nel 1912 i turchi acconsentirono a firmare la pace di Losanna, rinunciando alla sovranità politica sulla Libia e riservando al sultano una teorica autorità religiosa sulle popolazioni musulmane. La pace non valse a far cessare però la resistenza araba; e da ciò gli italiani trassero pretesto per mantenere l’occupazione di Rodi e del Dodecaneso. Dal punto di vista economico la conquista della Libia si rivelò un pessimo affare. Nonostante ciò la maggioranza dell’opinione pubblica borghese si schierò a favore dell’impresa coloniale. Nel dibattito politico però
l’opinione non fu così positiva, anzi scosse pericolosamente gli equilibri su cui si reggeva il sistema giolittiano.

IL DECLINO DEL LIBERALISMO DI GIOLITTI

La svolta liberale dell’inizio del ‘900 aveva avuto nei socialisti dei protagonisti attivi. Man mano che si venivano delineando i limiti del liberalismo giolittiano, però, crebbe nel Partito socialista la forza della corrente rivoluzionaria che indisse il primo sciopero nazionale della storia d’Italia. Giolitti lasciò che la manifestazione si esaurisse da sola. Per il movimento operaio lo sciopero fece sentire l’esigenza di un coordinamento nazionale; nel 1906 nacque la Cgl (Confederazione generale del lavoro). Anche gli industriali si organizzarono dando vita nel 1910 alla Confindustria.
Intanto si accentuavano le fratture interne al Psi. All’interno del fronte riformista si andava delineando una tendenza revisionista che prospettava la trasformazione del Psi in un “partito del lavoro” privo di connotazioni ideologiche troppo nette. Nel congresso di Reggio Emilia del 1912, i rivoluzionari riuscirono a imporre l’espulsione dal partito di questi riformisti di destra i quali diedero vita al Partito socialista riformista italiano. La guida del partito tornò in mano agli intransigenti, tra i quali emerse la figura di Benito Mussolini. Egli portò nella propaganda socialista uno stile nuovo, basato sull’appello diretto alle masse e sul ricorso a formule agitatorie.
Anche il movimento cattolico italiano accrebbe la sua importanza e peso nella vita politica nazionale. Si affermò un movimento democratico-cristiano, il cui leader era Romolo Murri. La loro azione fu però osteggiata da Pio X, che sciolse l’Opera dei congressi creando al suo posto tre organizzazioni tutte dipendenti dalla gerarchia ecclesiastica. Murri, che aveva rifiutato di sottostare alle direttive pontificie, fu sconfessato e sospeso dal sacerdozio. Alleanze clerico-moderate furono invece autorizzate, e Giolitti vide nel nuovo atteggiamento dei cattolici la possibilità di allargare i propri spazi di manovra. Il non expedit fu sospeso. “Cattolici deputati sì, deputati cattolici no”.
La linea clerico-moderata ebbe consacrazione quando nel 1913 il conte Ottorino Gentiloni invitò i militanti ad appoggiare quei candidati liberali che si impegnassero a rispettare un programma comprendente la tutela dell’insegnamento privato, l’opposizione al divorzio e il riconoscimento delle organizzazioni sindacali cattoliche. Moltissimi candidati liberali accettarono di sottoscrivere questi impegni spinti dall’esigenza di assicurarsi i suffragi di un elettorato di massa (patto Gentiloni).
I liberali mantennero la maggioranza in Parlamento, ma si trattava di un gruppo molto più eterogeneo e diviso che in passato. Nel maggio 1914 Giolitti rassegnò le proprie dimissioni
designando come suo successore Salandra, uomo di punta della destra liberale. Giolitti intendeva lasciare il potere per poi tornarvi, come già aveva fatto in passato; ma il clima era ora molto diverso: la guerra di Libia aveva radicalizzato i contrasti e la situazione economica si era nuovamente deteriorata. Un sintomo nel nuovo clima fu “la settimana rossa” del giugno 1914. La morte di tre dimostranti in uno scontro con la forza pubblica in una manifestazione antimilitarista e antimonarchica provocò un’ondata di agitazioni in tutto il paese. La protesta assunse caratteri insurrezionali, ma si esaurì in pochi giorni. L’unico risultato fu quello di rafforzare le tendenze conservatrici della classe dirigente, spaventata dal ritorno del sovversivismo, e accentuò le divisioni del partito operaio. Lo scoppio della Guerra distolse l’opinione pubblica da questi fatti interni, ma mise in luce la debolezza della strategia politica di Giolitti, che si era rivelata inadeguata a fronteggiare le tensioni della nascente società di massa.

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