Contro il trumpismo e la sua cultura repressiva gli Stati Uniti riscoprono la disobbedienza: una memoria troppo a lungo rimossa?

Gli Stati Uniti tornano a manifestare, ma questa volta con uno sguardo retrospettivo. Le piazza antitrumpiane non sono solo un rigetto del presente, ma una chiamata alla vigilanza storica. Il maccartismo, con la sua ossessione per il controllo ideologico, più che precedente: è un fantasma che torna.
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Quaderni del carcere, III.34
“Hands off our democracy” è uno slogan che affida alla semplicità il peso di una coscienza ferita. Migliaia di cittadini sono scesi in strada per difendere ciò che credeva intangibile, forse: lo spazio democratico. Ma il loro gesto la l’amaro sapore delle disillusione: non si protesta più contro l’eccezione, ma contro la regola. Non si protesta più contro un’elezione ambigua, ma contro un intero paradigma, quello del potere che neutralizza il dissenso, che riduce la partecipazione a teatro di rappresentanza, e che scambia il pluralismo per debolezza. Il trumpismo non è più solo una figura politica: è diventato un metodo. Un metodo che si fonda sull’insofferenza per il pensiero critico, sull’appello a un’identità nazionale semplificata, e sulla criminalizzazione della differenza.
Chi protesta oggi non chiede solo che Trump non vinca: chiede che la politica americana torni a essere degna del suo nome. E, implicitamente, riconosce che non lo è da tempo.

Maccartismo 2.0: la nuova inquisizione non cerca più comunisti, ma intellettuali
Nell’America degli anni Cinquanta, bastava un’accusa per spegnere una voce. L’era del maccartismo è stata una delle più sistematiche repressioni del pensiero nella storia delle democrazie occidentali. Eppure, troppo spesso, è stata liquidata come una parentesi, come un eccesso isolato. Oggi si scopre che non era un’eccezione, ma un modello.
La nuova forma di inquisizione ideologica non indaga sulle simpatie comuniste, ma sulle “devianze progressiste”. Colpisce chi insegna storia della schiavitù, chi parla di sessualità in modo non binario, chi mette in discussione la narrazione dominante. Le liste nere non sono più dattiloscritte, ma algoritmiche; l’epurazione non passa più per interrogatori parlamentari, ma per linciaggi mediatici, licenziamenti sommari, attacchi mirati. La logica però è identica: imporre una norma culturale. La differenza tra il maccartismo e il trumpismo è che quest’ultimo ha imparato a non temere la vergogna. Ha sdoganato l’ignoranza come valore politico, ha trasformato l’arroganza in identità collettiva. E la repressione che ne deriva non ha bisogno di tribunali: le basta un tweet.
La memoria come atto di disobbedienza: ricordare è già resistere
Ma c’è una novità importante: la memoria, oggi, torna a farsi politica. I manifestanti che sfilano oggi non lo fanno solo per fermare una deriva; lo fanno per restituire senso a una storia tradita. Hanno compreso che ogni gesto politico autentico deve fondarsi su un patto con la memoria. Che ogni cedimento del pensiero critico inizia dall’oblio. Il maccartismo non è finito: è stato dimenticato. Per anni, l’America ha narrato se stessa come immune dal proprio passato, come se le sue fratture interne fossero eventi minori, e non l’ossatura profonda del suo sistema. E invece no: la repressione ideologica, la paranoia, la censura sistemica sono possibilità strutturali della democrazia liberale. È quando si crede alla propria infallibilità che si diventa violenti. La memoria, allora, non è una commemorazione: è un’arma. Ricordare significa denunciare la continuità della violenza. Significa dire che il volto del potere autoritario cambia, ma la sua fame resta. Le piazze americane che oggi si levano non chiedono riforme cosmetiche: chiedono una rottura epistemica. Una riconsiderazione radicale di cosa sia, e di cosa non sia più, la democrazia.
C’è una lezione in tutto questo, ed è feroce: le democrazie non muoiono quando vengono aggredite dall’esterno, ma quando dimenticano se stesse. E l’oblio non è mai neutrale: è sempre l’alleato del potere. L’America che oggi protesta non è solo stanca: è cosciente. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, è pronta a riscrivere la propria storia.