Scopriamo dove affonda le sue radici il tema pop per eccellenza.

Il filone della narrativa zombie esercita da sempre un indiscusso fascino macabro che lo ha reso una presenza irrinunciabile nella cinematografia degli ultimi decenni. Si configura quindi come estremamente interessante, andare ad analizzare la genesi di una tematica tanto fortunata.
Don’t open: dead inside
Sull’apocalisse zombie sono stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro nell’ambito romanzesco, fumettistico e, ovviamente, cinematografico. Il “non morto” è stato ormai esplorato in ogni sua sfaccettatura e declinato nei generi narrativi più disparati, dal classico horror, alla commedia demenziale, passando per lo sci-fi. Se nella versione di Romero del ’68 lo zombie si configurava come metafora della società statunitense decadente e capitalista, nelle produzioni più recenti l’apocalisse zombie è messa in scena come diretta conseguenza del sovra sfruttamento del nostro pianeta, e diviene un pretesto per mostrare come l’uomo, riportato alla condizione di natura, sia disposto ad abbassare sempre di più i limiti della propria morale. In questo contesto quindi, il cannibalismo di zombesca matrice si pone come riflesso di ciò che l’essere umano ha perpetrato nei confronti della Terra, nutrendosi della sua stessa casa fino ad esaurirla. Esiste tuttavia un trait d’union che accomuna tutti i prodotti del filone zombie, ossia il modo in cui queste creature vengono rappresentate. I morti viventi infatti, nascono classicamente da un’infezione virale che ben presto si diffonde attraverso i morsi, producendo mostri carnivori privi di raziocinio dall’aspetto umanoide che si muovono in branchi molo lenti. La figura dello zombie, ormai nitidamente fissata nell’immaginario collettivo, deve i propri natali a tragiche vicende che da tempi molto antichi hanno luogo sull’isola di Haiti, e che ispirarono i primi racconti sui morti viventi dopo l’occupazione americana dell’isola. Esiste infatti in natura, una sostanza che è in grado di produrre in chi l’assume, dei sintomi irreversibili drammaticamente simili a quelli imputabili al virus zombie. La differenza sta nel fatto che in questo caso, non si parla di un virus altamente contagioso ma di una tossina: la tretradotossina, conosciuta anche come il veleno del pesce palla.

Questione di chimica
La tetradotossina è una neurotossina secreta dalla famiglia dei Tetraodontidae, ossia i pesce palla, da cui prende il nome. Tali pesci vivono in simbiosi con particolari specie batteriche come Vibrionacee e Pseudomonas, che sono appunto, i responsabili della produzione di questa pericolosa sostanza. La tetradotossina si accumula a livello del fegato, dei visceri e della cute del pesce palla che tuttavia, si è evoluto in modo tale da divenirne immune. Questa tossina costituisce un veleno estremamente potente la cui funzione si esplica nella chiusura dei canali ionici, indispensabili alla cellula per scambiare cationi di sodio attraverso la membrana; in pratica, essa blocca il potenziale di azione dei nervi impedendo l’ingresso di sodio nelle cellule. Questo meccanismo si rivela tuttavia inefficiente con il pesce palla, in cui la catena di amminoacidi aromatici, normalmente costituente i canali del sodio, è sostituita da un amminoacido non aromatico. Addirittura sembra che il pesce palla non si limiti ad essere immune alla tetradotossina ma, da studi condotti presso l’università di Tokyo, è emerso come molto probabilmente l’animale utilizzi la neurotossina come un vero e proprio antistress. La tetradotossina è tanto potente quanto pericolosa, si stima che nell’uomo siano sufficienti da 1 a 4 mg della sostanza per andare incontro a morte certa. Ad oggi non esistono antidoti efficaci contro l’avvelenamento da tetradotossina se non una tempestiva lavanda gastrica seguita da somministrazione di carbone attivo. Vediamo adesso quali sono i segnali macroscopici dell’avvelenamento da tetradotossina. Il primo sintomo, che si manifesta tra i venti minuti e le tre ore dall’ingestione del veleno, è una sensazione di formicolio alle labbra ed alla bocca seguita poi da parestesia facciale, inficiante il linguaggio, ed alle estremità, accompagnata talvolta da mal di testa, nausea e dolore epigastrico. Successivamente anche il diaframma viene colpito da paresi, cosa che inevitabilmente comporta un’insufficienza cardiorespiratoria rappresentante l’ultima fase vitale prima della morte, la quale segue di quattro o sei ore l’ingestione. Per tutto questo tempo la vittima rimane lucida e cosciente. Il pesce palla si dimostra quindi, una creatura inaspettatamente pericolosa ma tuttavia, in Giappone la sua carne viene considerata una prelibatezza. Il pesce palla, o fugu in giapponese, può essere preparato soltanto da chef abilitati capaci di rimuovere totalmente il veleno dai tagli, rendendo così la pietanza sicura al cento per cento. Anche in questo caso però, non mancano i temerari disposti a rischiare acquistando, più o meno legalmente, tagli che contengono ancora una minima parte di tetradotossina, per avvertire una lieve sensazione di formicolio sulle labbra durante il consumo.

L’isola dei morti viventi: il caso di Haiti
Haiti è da sempre circondata da un’aurea di fascino ed esoterismo che non lasciò indifferenti nemmeno i coloni durante l’occupazione americana dell’isola, protrattasi tra il 1915 ed il 1934. Proprio in questo periodo infatti, negli Stati Uniti iniziano a diffondersi le leggende sui morti viventi che finiranno per ispirare la produzione hollywoodiana. Non è un mistero che ad Haiti si osservi il culto Vudù: si tratta di una religione sincretista coniugante credenze tradizionali dell’Africa Subsahariana, in particolare Benin, Togo e Nigeria, con elementi di matrice cristiana. La genesi del Vudù la si riscontra nella tragedia della schiavismo, quando i negrieri costringevano i prigionieri a convertirsi al cristianesimo, battezzandoli con nuovi nomi ispirati dal calendario dei santi. In questo modo nascono tutte le religioni del nuovo mondo; non solo il Vudù ad Haiti ed in Luisiana, ma anche la Santeria a Cuba e il Candomblè in Brasile. In particolare ad Haiti, successivamente alla rivolta degli schiavi del 1804, sorgono delle società segrete, ad oggi esistenti, i cui membri si dichiarano antenati dei rivoltosi. Tali società vedono al loro interno la presenza di un Bokor, un particolare sacerdote che non si fa troppi scrupoli ad esercitare il suo potere attraverso sortilegi e malefici. Queste società segrete hanno un ruolo preminente nei processi di zombieficazione. In pratica, quando la giustizia è troppo lenta e chi si macchia di crimini come furto, omicidio o stupro è ancora in libertà, sono esse a ristabilire l’ordine. Il criminale viene condotto di notte alla presenza dei membri della società segreta riuniti in consiglio, e sottoposto a giudizio. Se l’imputato risulta effettivamente colpevole, può essere condannato alla zombieficazione. In questo caso, il Bokor prepara una dose estremamente precisa di mistura velenosa a base di tetradotossina sapientemente estratta dal pesce palla, che viene inserita di nascosto nelle scarpe della vittima. La tetradotossina da sola però, non riuscirebbe a penetrare la cute e per questo motivo viene unita ad altri ingredienti, come il veleno di vipera, che vadano a scatenare una reazione infiammatoria locale. La vittima inizia così a grattarsi permettendo alla tetradotossina di penetrare, scatenando la sintomatologia. La vittima è ora cosciente, ma il suo metabolismo rallenta, il battito cardiaco diventa estremamente flebile, i muscoli si paralizzano e dopo 6-8 ore entra in uno stato di morte apparente. La vittima sembra a tutti gli effetti priva di coscienza: tutte le funzioni vitali sono rallentate, ed anche se il suo cervello è quanto mai lucido, non è in grado di parlare o gridare. Ad Haiti il certificato di morte non deve essere necessariamente firmato da un medico ma sono sufficienti dei testimoni, quindi è probabile che vengano commesse delle irregolarità; spesso a firmare il certificato è proprio il mandatario delle zombieficazione. A causa del clima tropicale, ad Haiti il funerale segue di poche ore o al massimo di un giorno, il decesso. Nottetempo, dopo la sepoltura, i Bokor con i loro aiutanti, i “lupi mannari”, arrivano nel cimitero e profanano la tomba. Il presunto defunto viene posto a testa in giù e frustato in modo tale da fare affluire il sangue al cervello e gli viene somministrato un antidoto. In questo modo i muscoli si risvegliano, il corpo è attivo e funzionale ma il sistema nervoso subisce danni permanenti. Quello che adesso possiamo definire zombie, viene caricato in auto e trasportato fino all’altro capo dell’isola dove sarà utilizzato come bracciante nei campi di canna da zucchero o come manovale in fabbrica. In pratica questi malcapitati verranno trattati alla stregua di schiavi e rigorosamente privati del sale, il quale è in grado di risvegliarli dalla condizione di ebetismo. I Bokor che vengono accusati di zombieficazione sonoprocessati in tribunale e l’articolo 246 del codice penale di Haiti parla chiaro: “è da considerarsi tentato omicidio l’utilizzo contro un individuo di sostanze che, senza causare una vera morte, inducano un coma prolungato. Se dopo la somministrazione di tali sostanze le persona viene sepolta, l’azione sarà considerata omicidio indipendentemente da ciò che ne consegue”. La realtà degli zombie di Haiti è stata esplorata a fondo negli anni ’80 del Novecento grazie alla collaborazione tra Max Beauvoir, capo supremo del Vudù ad Haiti, ed il ricercatore canadese Wade Davis. Solo così è stata compresa la responsabilità della tetradotossina nel processo di zombieficazione. Gli zombie dunque esistono anche se non sono morti viventi, ma si configurano come l’ennesima manifestazione della crudeltà umana, trascinandoci in una realtà ben diversa da quella cinematografica che affonda le sue radici in una tradizione antichissima e, ad oggi, solo parzialmente conosciuta.
