L’accesa polemica sulla schwa: ecco cosa avrebbero da dire i filosofi del linguaggio

Lo schwa, la vocale più vociferata e controversa del momento: come è finita al centro di un movimento nazionale di intellettuali? Scopriamolo di seguito.
Fonte: Annelies Geneyn
Lo schwa, o “scevà” per chi lo preferisce, è la vocale più controversa del momento. Ma come è possibile che un’ innocente “e” al contrario possa finire nel mezzo di una bufera mediatica? La proposta di alcuni attivisti sarebbe quella di introdurla alla fine di nomi plurali (ad esempio: “un gruppo di ragazzə”) per estendere l’ambito comunicativo al genere neutro, tentando l’inclusione nella lingua delle persone che non si rivedono nel binarismo di genere.

NEL VIVO DELLA POLEMICA

Per alcuni un oltraggio alla lingua italiana ed alla sua grammatica, per altri un potente mezzo di inclusione ed emancipazione, lo schwa è diventato oggetto di proteste e petizioni.
Tra i principali protagonisti della polemica, regna sovrana l’Accademia della Crusca ed il brusco “no” all’introduzione del genere neutro nella lingua italiana. L’Accademia, negando l’esistenza della neutralità di genere nella lingua italiana, si è opposta ad asterischi o altri tentativi di neutralizzare il linguaggio del Bel Paese: un pesante rifiuto dettato dalla “spontaneità” dell’evoluzione linguistica – a detta della Crusca, un’imposizione di questo tipo non potrebbe essere tollerata in qualcosa come la lingua, che si sviluppa in autonomia.
La petizione contro l’utilizzo del genere neutro, opera del professor Massimo Arcangeli, ha già raccolto oltre 12mila firme: in un feroce attacco al “perbenismo” del politically correct, la scevà è diventata il simbolo di due schieramenti ben marcati. Chi crede che la lingua sia sacralmente spontanea e chi crede che questa possa essere modificata a fini culturali e sociali.
Fonte: Alfons Morales

LA QUESTIONE DEL LINGUAGGIO: I SOFISTI

Eppure, la questione potrebbe trovare le sue radici in una discussione ben più ampia: la filosofia del linguaggio è una branca del pensiero che da tempo immemore ha cercato di dare risposta al ruolo della lingua in riferimento all’evoluzione del genere umano. È così che si sono annidate la quaestio conoscitiva e la funzione sociale di questo potente strumento.
Se volessimo tornare a qualche secolo fa – e perché no, anche a qualche millennio prima – incontreremmo i più osannati pensatori dell’antichità, intenti in laboriose discussioni sul ruolo del linguaggio per gli umani. Primi fra tutti i sofisti, maestri di virtù e amanti dell’arte retorica, sarebbero probabilmente sostenitori della tesi degli linguisti obiettori. Un esempio, Protagora. Il filosofo espresse a gran voce la sua tesi sul linguaggio: questo, nella sua inadeguatezza espressiva (prima fra tutte l’erroneità nell’utilizzo di un genere rispetto ad un altro per determinate parole, un po’ come potrebbe sembrare strano dire “sono entusiasta” per individui di genere maschile), si manifesta come uno strumento prettamente convenzionale. Il linguaggio non rivestirebbe alcun ruolo se non quello di indicare oggetti e soggetti.
La stessa tesi sarà condivisa anche dall’esuberante Gorgia, secondo il quale la lingua sarebbe un insieme di indicazioni della realtà, non sue rappresentazioni.
Platone risponde alla questione nel Cratilo. Davanti alla posizione di Ermogene, sostenitore del convenzionalismo dei sofisti prima citati, ed a quella di Cratilo, secondo il quale esiste un innatismo della parola, che usufruisce anche come funzione conoscitiva, il filosofo ateniese si colloca in una posizione mediana. Per Platone, entrambe le tesi sono valide: il linguaggio è uno strumento, anche una convenzione, ma mantiene una corrispondenza fra parola e realtà; grazie alla lingua possiamo conoscere.

LA RELAZIONE FRA LINGUAGGIO E CULTURA

La questione non finisce qui. Impossibile ignorare le famose discussioni di Wittgenstein, Heidegger, o ancora, Vygotskij e Bruner. La Nuova filosofia del linguaggio, si è evoluta in una direzione ben diversa rispetto a quella dei suoi precedessori. Viene negata la funzione strumentale e preferita una concezione naturalistica: in altre parole, siamo ciò che diciamo.
Per filosofi come Wittgenstein, è difficile non riconoscere all’intelligenza umana la sua componente linguistica: infatti, questa sarebbe ciò che, in via definitiva, separerebbe l’uomo dagli altri animali, ciò che rende l’uomo tale. Seppure il linguaggio possa peccare, o meno, della facoltà conoscitiva, questo mantiene una qualità comunicativa ed espressiva della nostra mente e del nostro pensiero: la diffusione di ipotesi come quella di Sapir e Whorf hanno dato adito a grandi dibattiti. Secondo questi pensatori, ogni lingua parlata offrirebbe una diversa visione del mondo; e seppur questo studio sia stato confutato, è sicuramente difficile rifiutare l’idea che le parole non influenzino il nostro comportamento e la nostra cultura.
Vygotskij e Bruner, due famosi psicologi e pedagogisti, insegnano l’importanza del linguaggio nell’atto conoscitivo del bambino, nel primo incontro con il mondo. Nella rappresentazione di ciò che lo circonda e nella comunicazione con l’altro, l’individuo si muove nel mondo linguistico apprendendo anche i modelli culturali a questo legati. In definitiva, non è sbagliato dire che, per Vygotskij, il rapporto fra lingua e cultura è inscindibile: in una relazione diretta ed immediata, i due fattori sono legati da un’interdipendenza che influenza il nostro modo di vedere il mondo e di descriverlo.
E quindi, se la lingua può rappresentare la nostra cultura e rispecchiare una serie di valori condivisi, perché non introdurre lo schwa come dimostrazione di una società inclusiva? La questione rimane irrisolta.

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