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La voce moderna di Leopardi messa in scena da Ermanno Olmi

La felicità è una sensazione molto complessa e probabilmente difficile da raggiungere nella sua interezza.

 

Giacomo Leopardi, poeta ottocentesco, e Ermanno Olmi, regista contemporaneo ci spiegano con mezzi differenti quale sia l’essenza della felicità, e come essa si possa raggiungere attraverso un meraviglioso dialogo.

 

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere: Leopardi

Nel 1832, Giacomo Leopardi pubblicò un breve dialogo appartenente alle “Operette morali” dal sapore malinconico e inquieto, noto come “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi”. Così si apre la scena su una piccola stradina di un centro sconosciuto, in cui un passante imbellettato incontra un venditore di lunari ed almanacchi domandandogli se per lui, l’imminente anno nuovo sarà felice e spensierato. Da questa apparentemente innocua domanda del passeggere, si innesca una fitta serie di battute in cui il venditore afferma con certezza che, nonostante abbia avuto una vita abbastanza felice, non vorrebbe rivivere i momenti passati nell’anno venturo, e non vorrebbe nemmeno che tale anno assomigliasse ai precedenti.

La fine del dialogo si conclude con l’idea secondo cui, probabilmente, la vera felicità consiste nella attesa di un qualcosa che realmente non si conosce, nel dubbio incalzante che accompagna la vita dell’uomo e nel destino incerto che si prospetta di fronte all’umanità inerme.

Il racconto termina così come è iniziato in maniera circolare: “Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi”, come se si volesse sottolineare che in qualsiasi caso, per poter capire se l’anno nuovo sarà felice, bisogna solo pazientare ed attendere.

“Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.”

 

Ermanno Olmi e la messa in scena

Siamo nel 1954 ed Ermanno Olmi, geniale regista italiano noto per film quali “L’albero degli zoccoli” o “La leggenda del santo bevitore” (trasposizione del racconto autobiografico di Joseph Roth) col quale vinse il Leone d’Oro nel 1989, propose un cortometraggio basato sull’Operetta di Leopardi. La pellicola ripropone in maniera esatta e aderente, tutta la vicenda e il discorso intrattenuto dal venditore e dal passeggere, in un susseguirsi di frame vibranti e incisivi, il cui scopo finale è quello di rappresentare, in linea con i principi leopardiani, la caducità della vita e l’importanza di riconoscerne il valore ultimo.

L’ingenuità del venditore, un attore popolano sulla settantina, si unisce alla lungimiranza e alla serietà docile del passeggere, vestito a tutto punto. la società in cui il dialogo di Olmi è inserita è l’Italia del dopoguerra, caratterizzata dalla migrazione dalle campagne verso la città per cercare fortuna ed un benessere economico maggiore.

Nella sequenza iniziale, in sottofondo, si sentono degli strumenti musicali suonati miseramente da due suonatori ambulanti, che identificano perfettamente la desolazione e la povertà di quella periferia sconosciuta, cui si contrappongono spezzoni in cui si notano chiaramente negozi illuminati frutto di una società consumistica, in una relazione contraddittoria tra ricchezza e povertà.

Il dialogo si colloca subito dopo queste scene iniziale, e anche in questo caso è evidente la disparità sociale che intercorre tra il venditore e il passeggere.

 

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La felicità in Olmi e Leopardi

La felicità in Leopardi si esaurisce, come accennato precedentemente, nella concezione secondo cui tale sensazione è frutto dell’attesa di quest’ultima. La teoria del piacere,  che coincide con il concetto di felicità, è stata sviluppata dal poeta tra il 1819 e il 1823 e si può condensare nella frase “l’anima umana desidera sempre e mira unicamente al piacere, ossia alla felicità”, felicità che cesserà solo ed unicamente con la morte fisica e materiale dell’uomo. Tuttavia, la ricerca del piacere non si esaurisce solo con il raggiungimento del piacere stesso, ma continuerà perché tale piacere è infinito ed inesauribile.

Questa sensazione di felicità verrà provata dall’uomo (come spiegato nei versi della poesia “Il sabato del villaggio”), nel momento antecedente alla felicità stessa, in cui l’uomo è inebriato dal pensiero di star attendendo qualcosa di piacevole. Molti altri poeti e scrittori hanno concordato con la teoria leopardiana, basti pensare alla formula “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” di G.E. Lessing.

La felicità nel corto di Olmi, a differenza di Leopardi, sembra essere più tragica del “finto pessimista” Leopardi, in quanto il cortometraggio si conclude con l’inquadratura di un almanacco che ritrae un veliero in acque tempestose, forse simbolo della condizione umana perennemente travagliata, o forse, un richiamo al rapporto dell’uomo con la natura, sempre proposto da Leopardi.

In conclusione possiamo dire che Olmi, attratto da Leopardi, pur rimanendo molto fedele al dialogo del poeta recanatese, vuole dare una nuova interpretazione della felicità, che può essere raggiunta, ma che è sempre minacciata dagli imprevisti della vita (simboleggiati dal veliero).

 

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