”La vita è una figata”: la storia di Bebe Vio tra scherma e protesi mioelettriche

Bebe Vio è un esempio che anche la malattia o un evento che mette a dura prova la vita possa far rinascere. L’atleta ha riscoperto la scherma grazie alle protesi mioelettriche.

Tra i tanti obiettivi la medicina si pone quello di migliorare la qualità di vita dei propri pazienti: le protesi ortopediche sono compagni di viaggio di bambini, sportivi e anziani per le loro esigenze. Vengono definite arti invisibili ma sono più che dei semplici strumenti di supporto.

Bebe Vio, la vita è troppo bella per esser sprecata

Beatrice Vio, in arte Bebe, è una schermitrice veneziana che ha raggiunto e ottenuto grandi risultati nel fioretto individuale paraolimpico. Nel 2016 ha vinto l’oro alle parolimpiadi di Rio de Janeiro e si è aggiudicata dal 2014 al 2017 campionessa mondiale nella sua specialità.

Bebe Vio iniziò a praticare scherma all’età di 5 anni e mezzo, uno sport che la mise tutti i giorni davanti a un avversario da vincere. All’età di 11 anni quest’ultimo diventò un nemico e non si trovò più nella palestra: la piccola atleta contrasse il meningococco C, un batterio letale nel 97% dei casi.

Bebe fu ricoverata d’urgenza con forti cefalee e febbre altissima fino a sviluppare necrosi diffuse in tutto il corpo. Le sue condizioni richiesero l’amputazioni dei quattro arti, lasciandole però una piccola fiaccola di speranza e voglia di combattere e vivere. Dopo molti mesi di chirurgia e riabilitazione, l’atleta iniziò un nuovo sport senza però abbandonare il vecchio: intraprese la sua carriera di scherma in carrozzina.

Negli anni seguenti, Beatrice Vio ha quindi familiarizzato con le protesi ortopediche che le hanno permesso sia di continuare la scherma sia di svolgere le attività quotidiane come camminare o prendere oggetti. La ragazza infatti sostiene di avere ben 4 paia di gambe: da passeggio, da corsa, da bagno e coi tacchi.

Da quest’esperienza per lei al 90% positiva la sua vita è stata una continua risalita, una costante scalata verso la vetta piena di traguardi, successi e soddisfazioni. Bebe Vio non è solo un’atleta ma una ragazza che attraverso la sua storia ci aiuta a creder in noi stessi e nei nostri sogni.

Le protesi mioelettriche, la nuova frontiera nella medicina riabilitativa

Bebe Vio utilizza protesi mioelettriche nell’arto superiore, ossia protesi attive ad energia extracorporea che funzionano mediante i segnali dei muscoli della porzione di arto residua. Questi input sono il risultato dell’attività cerebrale che invia l’informazione di muovere l’arto oppure avanzare la gamba nella deambulazione.

La natura di questi segnali è quindi di tipo elettrico: elettrodi di superficie correttamente posizionati acquisiscono il segnale EMG e una serie di amplificatori, filtri e integratori lo elaborano in modo da eliminare eventuali disturbi.

Il segnale “pulito” viene trasferito ad un ’’sistema di elaborazione’’ costituito da uno o più microprocessori che decidono di attivare particolari motorini elettrici, innescando un ’’sistema di attuazione’’. La protesi mioelettrica diventa perciò un’interfaccia di controllo che consente di raccogliere i segnali di comando provenienti dal paziente e in seguito eseguirli.

A seconda delle richieste del paziente, si possono scegliere diverse tipologie di effettori attivi terminali, cioè la realizzazione vera e propria del movimento. Si parte dai più semplici, ossia gli effettori non morfologici (simili a delle vere e proprie pinze e quindi esteticamente poco curati), fino ad arrivare agli effettori morfologici di ultima generazione. Questi ultimi sono costituiti da mani anatomo-mimetiche: ciascuna delle cinque dita possiede il proprio motore e due articolazioni (metacarpofalangee e interfalangee) che garantiscono una maggiore varietà di prese.

Le protesi del futuro non sono così lontane

Lo scopo principale delle protesi è quello di fornire al paziente la possibilità di riacquistare tutte le abilità e attività motorie e pratiche del proprio corpo. Attualmente, le protesi degli arti superiori e inferiori non sono in grado di restituire il 100% delle funzionalità di un arto ma ciò non significa che la progettazione non possa andarci molto vicino.

Un buon punto di partenza è il miglioramento del “sistema di acquisizione” del segnale, che va di pari passo con l’avanzamento tecnologico. La svolta nel campo sarebbe acquisire il segnale elettrico direttamente dalla sua fonte, il cervello, e non tramite elettrodi di superficie.

Tutto ciò permette di ottenere un accesso diretto al segnale “pulito”, senza doverlo modificare o elaborare, evitando così il rischio di trasmettere al sistema un messaggio sbagliato. In quest’ottica, si stanno sperimentando dei componenti intracranici biocompatibili in grado di percepire il segnale elettrico che si genera all’interno del cervello.

Un’altra valida proposta sono le nanotecnologie che consentono di sviluppare attuatori sempre più piccoli e leggeri ma non per questo meno performanti, in grado  di aggiungere maggiori funzionalità.

Le nuove tecnologie stanno riducendo progressivamente il divario tra corpo e macchina, garantendo al paziente una vita migliore. In breve tempo le macchine ci aiuteranno a risolvere lacune e problemi di tipo funzionale presenti nel 2020. Il progresso tecnologico sarà il braccio destro di quello scientifico.

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