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La vita è imprevedibile? Diodato e Archiloco hanno trovato il ῥυϑμός per una “vita meravigliosa”

Nella pluripremiata “Che vita meravigliosa” riecheggiano i versi del primo poeta lirico della cultura occidentale

Gli antichi formulavano i nostri stessi quesiti sulla vita in modo diverso, dandosi delle risposte che noi moderni ancora fatichiamo a comprendere, ma in “Che vita meravigliosa” Diodato risponde all’ambiguità della vita con il θυμός del lontano Archiloco

Leggere i classici è una questione di θυμός

«Ogni cosa attribuisci agli dèi: spesso infatti dalle disgrazie risollevano gli uomini che giacciono sulla nera terra, e spesso mettono giù supini quelli che camminano molto saldamente, e a questi poi capitano molte disgrazie e vagano senza mezzi e fuori di senno». (fr. 58D). Questi splendidi versi sono attribuiti ad Archiloco di Paro, il più antico autore di lirica arcaica greca finora attestato.

Tralasciando le opportune distanze antropologiche e temporali tra la nostra cultura e quella rappresentata dai versi del poeta guerriero di Paro, non è possibile trascurare un dato di fatto, che poi è ciò che rende questo testo un classicus. Archiloco è un uomo, che si confronta con la vita.

Tucidide nel V secolo a.C. credeva fermamente nell’immutabilità della φύσις , della natura umana, a discapito della storia, che invece appartiene all’anima del mondo e non è mai del tutto uguale a se stessa, affermando che il motore umano, il θυμός, l’organo preposto al governo delle emozioni più viscerali dell’uomo, avrebbe condotto l’umanità a soffrire, patire, gioire e cadere nei medesimi errori guidati dalla cupidigia e dall’arroganza.

Non ci sorprenderà, dunque, constatare l’affinità poetica di Archiloco, il martellante giambico di Paro, con un cantautore che quest’anno, dobbiamo dirlo, ha fatto “rumore”.

 

La “vita meravigliosa” di una tradizione poetica

Diodato è uno dei cantautori più promettenti dell’attuale scena musicale. Il brano “Che vita meravigliosa”, eponimo del suo ultimo album, è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti, dal David di Donatello al Nastro d’Argento come miglior colonna sonora per il film “La Dea Fortuna” di Ferzan Ozpetek.

La musica introduce l’ascoltatore in un clima di incalzante e melanconica allegria, una spensierata atmosfera di agitazione. La cupezza di bassi, percussioni e fiati è in netto contrasto con i cori, suadenti e luminosi, come voci di sirene, creando un arrangiamento di notevole potenza emotiva.

La vera rivelazione però è il testo, per la sua capacità di organizzare il materiale lirico in immagini ancestrali, riprendendo topoi tipici della prima lirica della cultura occidentale e lo spirito del suo primo e più passionale rappresentante, Archiloco. Nonostante qualsiasi riflessione sulla musica che accompagnava i versi di Archiloco sia impossibile per mancanza di fonti, tuttavia, un puntuale confronto testuale evidenzia, in diversi luoghi del testo di Diodato, una straordinaria analogia con alcuni versi archilochei.

“Riconosci il ritmo che governa gli uomini”

Nel fr. 128 W., Archiloco esorta il proprio animo a  trovare una giusta misura per assecondare qualsiasi avvenimento che investe la sua vita. Archiloco non avversa la vita, perché, come abbiamo visto nel frammento in apertura, è perfettamente consapevole della sua imprevedibilità. Rivolgendosi al suo cuore, nonostante le sofferenze e le ingiustizie subite, non si lascia abbattere, invitandolo a seguire il ῥυσμός (ionico per ῥυϑμός).

Questo termine è stato molto discusso in ambito accademico, soprattutto dallo Jaeger, che lo intende come “qualcosa che trattiene lo scorrere delle cose”, e dallo Chantraine, che invece lo collega a un’idea di movimento, facendolo derivare dalla radice del verbo ῥεῖν, id est “scorrere”, “fluire”. La condizione in cui si trova costretto a vivere il cuore di Archiloco, descritta nei versi iniziali del frammento, attraverso le voci verbali κυκώμενε “agitato”e ἀνάδευ  “emergi”, richiama immagini marine. Come sostiene il Boisacq nel Dictionnaire étymologique de la langue grecque, il significato del verbo ῥέω “scorrere” è semanticamente legato al movimento dei flutti del mare, ergo, la scelta del sostantivo ῥυϑμός del v. 7 da parte di Archiloco potrebbe non essere casuale ma meditata, volendo mantenere viva, sino alla fine del frammento, l’immagine del movimento delle onde marine.

Seguendo l’etimologia originaria di ῥυϑμός sostenuta da Chantraine, potremmo intendere il sostantivo anche come “fluire cadenzato degli eventi”, un fluire che i versi di Diodato descrivono così: “Sai, questa vita mi confonde/Coi suoi baci e le sue onde/Sbatte forte su di me”, “Vita che mi spingi in mezzo al mare/Mi fai piangere e ballare come un pazzo insieme a te”.

L’opera di Archiloco pervenutaci è quella di un uomo che intende scoprire se stesso sia nelle proprie debolezze che nei propri lati forti, di un uomo che riesce a comprendere e ad accettare col sorriso una vita che alterna inaspettatamente meravigliose sorprese a sofferenze indescrivibili. “Che vita meravigliosa”, riprende esattamente questo tema, è un testo che sugge il succo della vita, anche quando è madido d’amarezza, in alcuni casi con sorprendente sensualità. “E mi perdo nel vortice di ogni tua folle passione/Tra i profumi dei fiori che posi qui dentro di me”, recita una strofa della canzone, ricordando il fr. 30 W. del poeta di Paro.

Al di là delle evidenti differenze culturali, temporali (Archiloco non crede nel miracolo e non conosce gli hotel) e poetiche, Archiloco e Diodato sono due uomini, che pur nella loro profonda consapevolezza riescono a lasciarsi ancora sorprendere dalla meravigliosa bellezza della vita, attraverso il canale di espressione più antico e diretto, quello del ritmo e della poesia.

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