La vera “fortuna” di Medea è quella di non essere “una signora”, come Loredana Bertè

La forza di alcuni personaggi femminili risiede proprio nella loro mancanza di femminilità.

Allestimento teatrale di Medea per la stagione INDA 2009

Il mondo di oggi organizza ogni fenomeno secondo rigidi schemi e fisse nomenclature. Ma è lecito attribuire a Medea, distante per tempo e per cultura, un esempio di rivendicazione femminista?

 

Loredana Bertè nel videoclip della canzone

“Non sono una signora, una con tutte stelle nella vita”

Tutti abbiamo intonato almeno una volta il ritornello di questa canzone, scritta da Ivano Fossati per Loredana Bertè nel 1982. La personalità forte e controcorrente dell’interprete ha fatto la fortuna di questo testo, che per la Bertè è ormai diventato un documento di identità. La canzone parla chiaramente, consiste nel grido di libertà di una donna che aborrisce gli standard attribuiti dalla società alle signore, per antonomasia fragili rappresentanti del gentil sesso. La nostra donna è forte, combattiva, determinata a farsi valere, “una per cui la guerra non è mai finita”.

Un testo tanto audace non avrebbe potuto trovare una voce migliore di quella sensuale e graffiante di Loredana Bertè, perché l’unica possibile sostituta si è esibita alle Grandi Dionisie di Atene del 431a.C., Medea, protagonista dell’omonima tragedia scritta da Euripide. Entrambe sono iconici personaggi femminili, che devono la loro notorietà ai versi dei propri autori, entrambe sanguigne, eccentriche.

Medea, tuttavia, non è tutelata, come avviene nel mondo discografico, da alcun diritto di immagine. La consistenza mitica e l’inafferrabilità temporale di Medea l’hanno resa un bersaglio facile per le sovra interpretazioni, soprattutto di natura femminista.

 

Elisabetta Pozzi interpreta Medea in occasione della stagione INDA 2009

La disgraziata “fortuna” di Medea la costringe a vestire panni femministi

Fiumi, piogge torrenziali, oceani di inchiostro hanno continuato a scorrere ininterrottamente, specialmente nel corso del XX secolo, sul femminismo di Medea, o meglio, di Euripide, sulla sua difesa dei diritti della donna. Non solo in riscritture romanzesche, come quella di Christa Wolf, ma anche in articoli pubblicati su riviste di divulgazione, è possibile leggere della povera Medea, non infanticida, ma vittima di una società intollerante.

Queste interpretazioni del mito trovano fondamento principalmente in un luogo del testo euripideo, che recita: “D’altra parte lo straniero deve adeguarsi per forza alla città: nemmeno approvo il cittadino che, divenuto arrogante, è duro per ignoranza”. La bellezza di questa proposizione, però, non deve distrarci da un dettaglio fondamentale, ovvero l’argomento di discussione, id est, la giustizia. A parlare è proprio Medea, una donna, ripudiata dal marito Giasone, che sta per mandarla via da Corinto insieme ai loro figli legittimi, una straniera, proveniente dalla Colchide, considerata da tutti una strega.

La giustizia, nell’Atene del V secolo a.C., non è proprio affare da donne, bensì da uomini, e non da tutti gli uomini, ma da cittadini, che costituivano il pubblico privilegiato delle rappresentazioni tragiche. Come poteva, dunque, Euripide, in gara per le Grandi Dionisie, l’agone tragico più illustre dell’anno, rendere credibili certe elucubrazioni, seppur condivisibili, quando sono pronunciate da una donna? Semplice: è necessario non considerarla una donna.

 

Medea e Giasone in pittura vascolare di V a.C.

Comprendere la scelta di Medea richiede fare un passo indietro nella storia

L’equivoco sorge da un dogma teorico. La tragedia è un genere poetico costruito sul confronto di due punti di vista, opposti e contrastanti. Nel caso di Medea, l’opposizione individuata dagli assertori della via femminista è quella uomo-donna, galeotti i lunghi dialoghi tra Medea e Giasone nel cuore della drammaturgia. Tuttavia, a interpretarla così, la tragedia perde di pathos e di logica, acquistando invece i tratti di una soap opera ante litteram. Siamo d’accordo con Nietzsche quando afferma che Euripide sia il responsabile della morte della tragedia greca, ma sarebbe esagerato e anacronistico credere che abbia scritto un manifesto femminista atto a difendere i diritti delle donne.

Il vero contrasto presente nella tragedia, invece, è un altro, ma non si tratta di un contrasto che avviene dialetticamente tra due personaggi, bensì all’interno di Medea. Come ben ricorda Bruno Snell, Medea è il frutto più maturo dello spirito greco, è lo spirito consapevole di dover prendere una decisione. Non ci sono dèi ai quali aggrapparsi -come nel caso dell’Oreste eschileo-, esiste solo la sua facoltà di scegliere per se stessa, combattuta com’è tra la giustizia e l’ingiustizia. Euripide non ci chiede se il comportamento di Giasone sia moralmente deplorevole, perché lo è palesemente, bensì ci chiede se la reazione di Medea non lo sia.

Perché Medea venga ascoltata e considerata degnamente dal pubblico ateniese, Euripide accentua il suo non essere “una signora” a livello sociale, sottolineando la sua condizione di straniera, di ripudiata, di maga, usando i pregiudizi maschili (“Le donne sono per natura assolutamente incapaci di nobili imprese, ma le artefici più sapienti di tutti i mali.”, vv. 408.409) in maniera provocatoria, come giustificazione della scelta che ha già compiuto, l’omicidio e la vendetta. La Medea di Euripide è un personaggio femminile, una donna a tutti gli effetti, che condivide con il coro solo alcune sfortune quotidiane, ma che non può rispecchiarsi completamente in nessuno standard sociale della donna ateniese, perché il mondo al quale si rivolge dalla skenè non le appartiene.

Solo a Medea, liberatasi da qualsiasi canone femminile, è concesso parlare come un uomo, decidere per se stessa, essere violenta con i nemici e con gli amici mite, perché Medea non è una signora e possiamo immaginarla cantare come la Bertè mentre si allontana sul carro del Sole.

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