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La Veneno: come una icona LGBTQ+ ha sensibilizzato la Spagna alla transizione di genere

La Veneno: come una icona LGBTQ+ ha sensibilizzato la Spagna alla transizione di genere

Nel 2020 è stata rilasciata una mini serie TV in Spagna, nota come Veneno, che ripercorre le vicende di Cristina Ortiz Rodriguez così come raccontate nella biografia redatta da Valeria Vegas.

Cristina Ortiz Rodríguez interpretata da Daniela Santiago nella omonima mini-serie TV spagnola.

Cristina era una attrice, cantante, modella, prostituta e vedette spagnola ed è stata una delle prime donne a sponsorizzare e rendere nota la comunità transessuale in Spagna, venendo ancora oggi riconosciuta come una delle icone LGBTQ+ più importanti del suo paese natale.

Da Joselito a Cristina: storia de La Veneno

Cristina nasce nel 1964 ad Adra, in Andalusia da Josè Lopez e Maria Rodriguez, in una famiglia con sei figli. Sin da piccola, Cristina sapeva di essere donna nonostante fosse nata biologicamente come un uomo. Il clima omofobo della sua città natale, aggiunto alle numerose insicurezze causate dalla disforia, resero la sua adolescenza un inferno, subendo numerose aggressioni e maltrattamenti, non solo da persone della città, ma anche dalla stessa famiglia, in particolare la madre con cui non ebbe mai un buon rapporto nel corso della sua vita. Nel 1990, iniziò a indossare di nascosto abiti femminili e decise di darsi allo spettacolo, dove incontrò la star (e successivamente sua grande amica) Paca La Pirana. Di lì a poco si trasferisce a Madrid dove inizia a lavorare in una cucina dell’ospedale ma, quando perde il lavoro a causa delle lamentele dei pazienti che non volevano attorno una persona “ambigua” come lei, iniziò a prostituirsi nelle zone del Parque del Oeste e del Paseo del Pintor Rosales, assumendo prima il nome di Tanya e poi di Cristina in onore di una collega e mentore che morì qualche mese dopo.
Cristina sale alla ribalta della TV dopo che viene intervistata nel 1995 dalla giornalista Faela Sainz, del programma Esta noche cruzamos el Mississippi e da quel momento, Pepe Navarro, conduttore del programma, la volle assumere per il suo carisma, la bellezza e la autostima. Nello stesso periodo rilasciò un album musicale con due tracce e lavorò anche in Argentina come conduttrice televisiva (è anche nota per aver girato due pellicole pornografiche, sotto consiglio dell’allora fidanzato italiano Andrea Petruzzelli).

Sempre dall’ex-fidanzato, viene accusata di avere appiccato un incendio nella sua abitazione per ottenere i soldi dell’assicurazione e viene mandata in carcere dal 2003 al 2006, causandole gravi danni psicologici e fisici. Dopo la scarcerazione torna di nuovo in TV, di fronte ad un pubblico che ha opinioni controverse circa la sua storia, e le sue condizioni di bulimia peggiorano già gli stati di grave depressione ed ansia che aveva sviluppato durante il periodo in carcere, a causa di stupri e maltrattamenti subiti dai funzionari della prigione. Nel 2016, grazie alla giornalista Valeria Vargas che raccolse le sue testimonianze, venne pubblicata una autobiografia che, seppur venne autofinanziata nei primi momenti di pubblicazione, fece sold-out addirittura prima di essere messa in vendita. Proprio questa biografia, probabilmente, fu la sua condanna a morte visto che conteneva nomi e notizie di gente che spostavano “la Spagna con un solo dito”. Il 5 novembre 2016 Cristina viene ritrovata nella sua abitazione, semi-incosciente, stesa a terra piena di lividi e con un forte trauma cranico; per questo motivo, venne trasportata di urgenza all’ospedale di La Paz dove viene diagnosticato un edema cerebrale, viene indotto il coma e trattata in terapia intensiva. Morì improvvisamente 4 giorni dopo, il 9 novembre 2016, nello stesso ospedale e vennero avviate ben due inchieste forensi sulle cause della sua morte (ritenuta accidentale) anche se tutt’oggi la sorella di Cristina si sta battendo per riaprire il caso assieme a delle associazioni LGBT per dimostrare che molte cose non tornano in quella teoria e che molto probabilmente Cristina sia stata uccisa da qualche uomo potente di cui aveva parlato nella sua biografia.

Targa commemorativa per La Veneno nel Parque del Oeste a Madrid.

La disforia di genere

La disforia di genere è un disagio che una persona percepisce a causa della mancata correlazione fra l’identità di genere e il sesso attribuito alla nascita. Fino al 2013 si parlava di GID, ossia di disordine associato alla identità di genere, ma successivamente questa condizione venne semplicemente identificata come disforia per contrastare lo stigma di una malattia psicologica. Le persone che soffrono di disforia di genere potrebbero identificarsi come transgender e le cause di questa condizione, seppur ancora ignote, potrebbero riflettere spesso fattori genetici e biologici, ambientali e culturali. Il trattamento della disforia di genere parte dall’accettazione ed inclusione della persona che non si rappresenta col sesso assegnato alla nascita e prosegue poi, arbitrariamente, con una terapia chirurgica oppure ormonale, supportata da validi aiuti psicologici durante questo lungo e contorto percorso. Analizzando la disforia di genere che insorge nelle persone nate maschi alla nascita, come nel caso di Cristina, esistono solitamente due processi principali che possono verificarsi:

  • Early-onset gender dysphoria = solitamente visibile anche durante la infanzia, come nel caso di Cristina Rodriguez; solitamente gli individui potrebbero identificarsi come gay o omosessuali per un periodo di tempo e poi avere questi segni visibili e ricorrenti di disforia;
  • Late-onset gender dysphoria = non include dei segni visibili durante il periodo infantile, ma alcuni riferiscono di aver avuto il desiderio di essere del sesso opposto durante la infanzia.

L’impatto sociale della disforia di genere è davvero molto grave nei pazienti dal momento che si tratta della sfera sessuale e spesso non tutti si sentono pronti a trattare di questi argomenti liberamente con le persone che fanno parte del loro vissuto quotidiano. Nei bambini spesso si osserva una predilezione per i giochi o le attività solitamente compiuti dal sesso opposto e un senso di ribrezzo nei confronti dei propri genitali. Questo comportamento potrebbe portare ad un isolamento sociale da parte degli amici, a stati di ansia, solitudine e depressione. Negli adolescenti e negli adulti, le persone desiderano essere ed essere trattate come individui dell’altro sesso, presentando un maggiore rischio di stress, isolamento, ansia, depressione, ideazione suicida, abuso di sostanze tossiche (alcol e droghe) e disturbi alimentari.

Grafico che indica una serie di potenziali cause che possono favorire l’insorgenza della disforia di genere nelle persone, indipendentemente dal loro sesso attribuito alla nascita.

Terapie mediche per la transizione di genere

I primi approcci alla disforia di genere prevedevano dei trattamenti psicologici per cercare di aiutare la persona a raggiungere mentalmente quello che era il sesso assegnato alla nascita. Solitamente i trattamenti psicoterapeutici della disforia includevano che il paziente si adattasse alla loro incongruenza di genere o di esplorare insieme quelle che potevano essere delle patologie mentali da considerare delle comorbidità nel processo disforico. I tentativi registrati di alleviare la disforia di genere cercando di inquadrare la identità di genere del paziente e farla combaciare con il sesso assegnato alla nascita si sono rivelati non efficaci.
Oggi invece, il trattamento di elezione per la disforia di genere è quello biologico, con lo scopo di modificare le caratteristiche sessuali primarie e secondarie per ridurre la discrepanza fra l’aspetto fisico di una persona e la sua identità di genere. Solitamente i trattamenti biologici della disforia vengono somministrati assieme alla psicoterapia, anche se si sottolinea come la seconda non sia un requisito essenziale per il trattamento di questi pazienti.
La terapia per la transizione di genere, nota in inglese come sex reassignment therapy, rappresenta il lato medico della transizione e indica il processo di modifica delle caratteristiche sessuali di un individuo al fine di renderle più vicine alla percezione della identità di genere. Tra i criteri per sottoporsi alla terapia bisogna avere una disforia di genere persistente e ben documentata, la capacità di comprendere e sottoscrivere un consenso informato in maniera indipendente e avere l’età adulta nel paese in cui si esegue questa terapia. Prima che si proceda con interventi chirurgici (irreversibili), molto spesso i medici richiedono ai loro pazienti di superare un RLT, ossia un Real-Life-Test, vivendo per un anno come le persone del sesso opposto con cui si identificano per verificare se possono psicologicamente sostenere la nuova condizione di vita.
Per le persone transgender la terapia ormonale causa lo sviluppo di numerose caratteristiche sessuali secondarie anche se molte di queste non possono essere invertite semplicemente con la somministrazione di questi farmaci. Solitamente vengono utilizzati fitoestrogeni e antiandrogeni come farmaci femminilizzanti mentre viene introdotto il testosterone come ormone mascolinizzante, rendendo le corde vocali più spesse, facendo aumentare la massa muscolare, perdere i capelli e ispessire la pelle.

Effetti della terapia ormonale rispettivamente nella transizione MTF (male to female) e FTM (female to male).

La chirurgia (nota anche come SRS, Sex Reassignment Surgery) fa riferimento a tutte quelle procedure mediche che, invece, hanno lo scopo di far combaciare l’aspetto fisico di un individuo con la loro identità di genere; spesso questi trattamenti riguardano gli apparati genitali, con procedure molto delicate come la vaginoplastica, la metoidoplastica e la falloplastica, nonostante oggi siano noti degli altri interventi che si riferiscono esclusivamente alla chirurgia genitale (GRS, Genital Reassignment Surgery).

 

Gracias a mi amigo Lucas por la sugerencia.

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