LA TECNICA DELL’IPNOSI NE “L’IPNOTISTA”: LE BASI PSICOBIOLOGICHE E GLI EFFETTI SUI PAZIENTI

Impiegato fin dall’antichità, il fenomeno dell’ipnosi è stato molto dibattuto nel corso dei secoli, soprattutto a causa dell’alone di mistero che lo avvolge.

Induzione della ipnosi

 

La disciplina che utilizza l’ipnosi in ambito terapeutico si chiama ipnoterapia, la quale viene nuovamente utilizzata dall’ex ipnotista Erik Maria Bark su un ragazzo in coma. L’intento è quello di risolvere un caso, e l’effetto sul paziente sarà quello desiderato.

Come funziona l’ipnosi

Il termine ipnosi indica un insieme piuttosto vasto di tecniche e approcci: in generale, si può descrivere come “un modo di focalizzare l’attenzione del soggetto su qualcosa di specifico e particolare, in modo da renderlo selettivamente più ricettivo e da fargli perdere l’attenzione su tutto il resto”, spiega Angelo Maravita, del Dipartimento di Psicologia all’Università di Milano Bicocca ed esperto della Società italiana di neuropsicologia. Nel campo della fenomenologia ipnotica, la psicobiologia è la scienza che si interessa dei rapporti tra psiche e soma, mettendo in evidenza vie e mezzi attraverso cui essi si realizzano. Partendo dal dato di fatto che l’emisfero cerebrale sinistro è l’emisfero della logica ed il destro quello dell’emozione, l’esperienza che nell’emisfero sinistro è registrata come parola, nell’emisfero destro è conservata come emozione. Le parole, le idee, le immagini, le emozioni, man mano che entrano a far parte dell’esperienza della persona, provocano un’eccitazione psichica ed acquisiscono una “carica psicodinamica”, la quale, a sua volta, darà origine a un’azione. In questo modo, se si sottopone all’attenzione di una persona in trance un’idea che richiama una carica psicodinamica da cui ci si aspetta una determinata azione, questa, dopo un tempo di latenza ragionevole, si realizza, come ci si attendeva. Durante lo stato ipnotico si può influire su tutte le funzioni dell’organismo abolendole, inibendole, potenziandole o normalizzandole. Le vie di cui la mente si serve per influire sul somatico, sul viscerale o sull’umorale sono le stesse di cui si serve lo stress per provocare i suoi effetti. Dal punto di vista neurofisiologico, la mente comunica col corpo principalmente attraverso il sistema ipotalamo-limbico (centro di affluenza degli stimoli). L’ipotalamo funziona come un “trasformatore di energia” perché trasforma l’informazione neuronale in informazione neurormonale, che, mediante messaggeri, raggiunge la periferia. Tutte le strutture sono collegate tra loro mediante fibre nervose, ormoni, neuropeptidi e neurotrasmettitori, che interagiscono tra loro mediante un sviluppato sistema a feedback. Il sistema nervoso autonomo, dal canto suo, porta in periferia l’informazione in maniera digitale (mentre quella di ormoni eccetera è di tipo analogico, cioè sotto forma di segnali): attraverso queste vie si ottengono risultati terapeutici significativi. In sintesi, durante l’ipnosi il terapeuta parla alla parte destra del cervello dell’ipnotizzando, che si presume collegata direttamente al sistema limbico-ipotalamico, che è il ponte di comunicazione tra la mente e il corpo. In questo modo l’ipnosi può dare accesso a risorse di cui non siamo consapevoli, facendo riemergere eventi passati che erano incastrati nel nostro inconscio.

È molto importante che le persone sappiano che il loro inconscio è molto più intelligente di loro.” (Milton Erikson)

I due emisferi cerebrali

L’ipnotista: l’induzione dello stato di trance e gli effetti dell’ipnosi sul cervello del paziente

Come si può desumere dal titolo del libro, l’ipnosi è la chiave risolutiva del caso raccontato ne L’ipnotista, romanzo giallo best seller dello scrittore svedese Lars Kepler, pubblicato in Svezia nel 2009 e divenuto, nel 2013, anche un film. Erik Maria Bark era l’ipnotista più famoso di Svezia. Poi qualcosa è andato drammaticamente storto e la sua vita è stata a un passo dal baratro. Ha promesso di non praticare mai più l’ipnosi e ha tenuto fede alla promessa per dieci anni. Fino a quando, una notte, Joona Linna, commissario della polizia criminale, gli dice che un paziente ha bisogno di lui: un ragazzo poco più che adolescente, di nome Josef Ek. Josef è stato appena testimone del massacro della sua famiglia: la mamma e la sorellina trucidate a coltellate davanti ai suoi occhi, e lui stesso è stato trovato coperto di sangue, vivo per miracolo. Josef si trova in un grave stato di shock e non comunica con il mondo esterno, ma è il solo testimone della mattanza e bisogna interrogarlo ora, in quanto il killer vuole completare l’opera uccidendo la sorella maggiore di Josef, scomparsa misteriosamente. L’unico modo per ottenere qualche indizio è ipnotizzare Josef immediatamente. Così, il dottor Bark utilizza l’ipnosi regressiva per scoprire cosa si cela nei meandri dell’inconscio di Josef. L’ipnosi regressiva è la tecnica ipnotica che permette di rivivere esperienze passate e, quindi, di ritornare con la memoria a un luogo e ad un tempo precedente, in modo da comprenderne gli avvenimenti. Ma come si fa ad ipnotizzare un paziente? In verità, non esiste un vero e proprio metodo standard per ipnotizzare un soggetto. L’approccio più diffuso prescrive di iniziare invitandolo a pensare a un’immagine rilassante, e poi a calarsi in un contesto calmo e armonioso; l’ipnotizzatore, a questo punto, guida con la voce l’ipnotizzando, impartendogli ordini e istruzioni, tecnica usata dall’ipnotista su Josef, inducendolo così in uno stato di trance.

“L’ipnosi psicoterapica è molto efficace dal punto di vista terapeutico. Si tratta sostanzialmente di sedute di dialogo in cui lo specialista parla al paziente con un linguaggio metaforico, immaginifico, per dissociarlo leggermente dalla realtà e portarlo in uno stato a metà tra la trance e il rilassamento.”

In che modo l’ipnosi agisce sul cervello dell’ipnotizzando? Uno studio porta nuovi dati a sostegno dell’ipotesi che il cervello ipnotizzato abbia un’attività distinta e caratteristica rispetto a quella del normale stato di veglia. Inoltre, ricerche precedenti hanno già dimostrato che l’ipnosi non ha niente a che vedere con il sonno o con il sonnambulismo: non è uno stato alterato della coscienza e le persone sotto ipnosi sono perfettamente in grado di intendere e volere, hanno semplicemente l’attenzione molto focalizzata su qualcosa: uno stato simile a quello di quando ci si trova così assorbiti in un’attività da dimenticare quasi il mondo esterno. La connettività funzionale intrinseca (default mode network), è fortemente responsabile del senso di autocoscienza e della memoria episodica, mentre l’executive control network controlla la cognizione. La disconnessione di queste due reti sembrerebbe spiegare in che modo l’ipnosi permette alle persone di restare coscienti e, allo stesso tempo, di agire senza la possibilità di riflettere sul proprio coinvolgimento in tali azioni. Inoltre, il team ha notato una diminuzione dell’attività in una regione del cervello chiamata corteccia cingolata anteriore dorsale, parte integrante della rete e coinvolta nella valutazione del contesto, aiutando un soggetto a decidere a cosa prestare attenzione e cosa ignorare. Gli studi di connettività funzionale con risonanza magnetica hanno anche dimostrato che i soggetti più in grado di essere ipnotizzati mostrano un volume maggiore nel corpo calloso, la zona fra i due emisferi del cervello che mette in connessione tali zone, responsabile del trasferimento di informazioni tra i due emisferi e della loro coordinazione.

 

Siamo tutti ipnotizzabili? No, ma fortunatamente Josef Ek lo era

Ad alcuni bastano pochi minuti per cadere in trance, certe persone invece paiono del tutto refrattarie all’ipnosi. Perché? La risposta sembra da cercare non nei tratti del carattere, come alcuni sostengono, ma nelle caratteristiche del cervello: stando a un gruppo di ricercatori dell’università californiana di Stanford, alcuni network neuronali sono più interconnessi del solito in chi viene ipnotizzato facilmente. E, fortunatamente, i network neurali di Josef Ek sono risultati molto interconnessi. Per l’esperimento, il gruppo di ricercatori ha sottoposto 500 persone a test per misurare il loro grado di ipnotizzabilità, che è molto variabile da un individuo all’altro: il 10-15% ottiene punteggi alti che lo fanno definire “altamente ipnotizzabile”, un altro 10-15% “scarsamente o per niente” ipnotizzabile e il resto lo è in misura intermedia. Tra queste persone, ne sono state selezionate 36 altamente ipnotizzabili e 21 che non lo erano per niente. Tutti sono stati sottoposti alle classiche procedure di induzione dell’ipnosi mentre il loro cervello veniva analizzato con la risonanza magnetica funzionale. Tra il gruppo degli ipnotizzabili e quello dei non ipnotizzabili sono poi state osservate le differenze nell’attività del cervello, nelle aree dedicate all’attenzione, al controllo del movimento e alla coscienza dell’ambiente. Si tratterebbe insomma non di una sorta di illusione indotta dall’aspettativa, ma di sensazioni indotte da un cambiamento vero e proprio nella fisiologia del cervello, come già detto in precedenza. In altre parole, ancora, gli effetti dell’ipnosi non sarebbero immaginati ma reali.

Ipnosi regressiva

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