La storia di due impiegati: l’individualismo e l’alienazione in Fabrizio De André e Federigo Tozzi

Due storie di due impiegati. Cosa potrebbero mai avere di importante?

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Fabrizio De André nel suo album Storia di un impiegato ci racconta la traversata emotiva del suo protagonista, attraverso un concept album; erano i primi del Novecento però quando Federigo Tozzi scrisse di Leopoldo, in un progetto finale che prenderà il nome di Ricordi di un impiegato. 

 

Uno scritto Verista o autobiografico?

Volendo procedere cronologicamente, l’opera che analizzeremo in prima istanza sarà quella di Federigo Tozzi. Si tratta di uno scritto che molto rispecchia la situazione dell’autore, benché sia stato rivalutato sotto chiave verista da Borgese. La genesi di quest’opera è abbastanza complicata così come la critica, che per molto tempo ha investito Tozzi. Partendo dalla considerazione che secondo Borgese il romanzo maggiore di Tozzi è Tre Croci, l’impostazione di questo racconto potrebbe subire delle rivalutazioni. Lo stesso Borgese – citato prima- ha assunto un atteggiamento di chiusura nei confronti di questo scritto, atteggiamento su cui Debenedetti lavorerà, rivalutandone la sorte.

Per molti versi i Ricordi potrebbero anche starci entro l’argine verista, ma così facendo sviliamo l’opera di un qualcosa di fondamentale: il riflesso di Tozzi. Quel che si sente e si avverte anche nella lettura di determinati frammenti -alcuni addirittura espunti- è un disagio nei confronti della vita, come un’esattezza che vive con l’essere. Tozzi non si limita alla descrizione delle cose, degli eventi, delle persone. In alcune parti è percepibile sia la nevrosi, sia le paure dell’autore stesso.

Disancorato Tozzi da un possibile velo verista, bisogna adesso concentrarsi su Leopoldo. Egli è un impiegato, definizione che non creerebbe nessun’allarmismo, se Tozzi non l’avesse immerso in un mondo completamente diverso dal suo, lontano dai suoi effetti e dalla sua ragazza.

 

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Impiegato, ma dove?

Il progetto – inizialmente intitolato- Ricordi di un giovane impiegato fu appunto curato da Borgese e venne pubblicato dopo sotto il titolo di Ricordi di un impiegato. Il tutto nasce dall’esperienza vissuta in prima persona da Tozzi: egli ad un certo punto della sua vita comincia a lavorare nelle ferrovie e da questo nuovo inizio verrà fuori questa sorta di ”diario”.

E’ la posizione di Leopoldo però ad essere strabiliante all’interno dello scritto e per descriverla possiamo rifarci alle parole di Tozzi. Leopoldo non è un semplice impiegato è “l’impiegato della vita”. Una definizione breve ma che nasconde tantissimo: non si tratta di lavorare, si tratta di mettersi a servizio della vita stessa, privandola del proprio valore. Ci ritroviamo così davanti ad una vita che sa di non poter essere vissuta e davanti ad un protagonista che non sa come divincolarsi da questa situazione, anzi, ne viene sempre di più risucchiato.

 

 

L’impiegato di De André

Bisogna segnalare innanzitutto gli anni di stesura e produzione dell’album. Non siamo più nei primi decenni del Novecento, ma nei primi anni Settanta. Un’osservazione del genere infatti risulta importante ai fini dei cambiamenti sociali che vi sono stati. Il Novecento è uno dei secoli più ricchi sia storicamente che culturalmente e una differenza di circa un quarantennio nella stesura ha il suo peso. De André insieme a Bentivoglio e Piovani scrive quest’album per poi registrarlo nel 1973.

L’album è dotato di una introduzione, alla quale seguiranno delle canzoni legate fra di loro, come fossero i capitoli di un romanzo. Anche qui ciò che merita di essere approfondita è la posizione dell’impiegato. Egli è un trentenne che da sempre ha vissuto come fossilizzato, senza mai ampliare i propri orizzonti e soprattutto senza mai accorgersi della possibilità di poterlo fare. Il tema centrale è in prima istanza quello della rivoluzione giovanile. E’ proprio dal movimento di questi studenti che combattono contro il sistema che l’impiegato di De André si accorge che in fondo stavano combattendo anche contro di lui. Successivamente dopo aver passato in rassegna quelli che l’impiegato – e dunque De André- considera ”tipi” di potere – ossia quello borghese, quello paterno e infine quello della magistratura- quel che rimane è una persona sconfitta. L’individualismo che poteva essere percepito inizialmente o quantomeno l’alone che traspare durante una lettura, non esiste. Potrebbe essere definito a tratti come un surrogato di una ribellione, ma inefficace: l’uomo che si ribella è solo e la sua azione sicuramente non basta. Infine, facendo passare il suo impiegato per diverse categorie dell’essere come per esempio quella del padre, pieno di frustrazioni, ci si accorge come la vera forma di ribellione sia quella di massa. Il collegamento è di natura ciclica e si riallaccia definitivamente alle iniziali lotte che vengono descritte. L’individualismo è a questo punto, sconfitto dalle circostanze.

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