La solitudine tra alienazione e follia: Dostoevskij e Pirandello ci raccontano “Taxi driver” di Scorsese

Essere da soli in un mondo alienante senza riuscire a trovare il proprio posto, con l’unica soluzione di fuoriuscirne in qualche modo: questo e molto altro lega il film alle opere dei due grandi scrittori. 

Robert De Niro nei panni di Travis Bickle, protagonista di “Taxi driver”, film del 1976 diretto da Martin Scorsese

Capita a volte di sentirsi senza una meta, senza uno scopo, senza un orientamento, come una zattera alla deriva in mezzo al mare. Ancora peggio sarebbe se ci si trovasse in questa condizione a causa della società in cui si vive, una realtà turpe, bassa e volgare. Ancora peggio sarebbe se in questa società ci fossero tante ingiustizie, tanti ideali traditi e ruoli sociali che portano all’alienazione. E quando la solitudine, la ricerca di un senso nella propria esistenza e l’alienazione dal mondo si incontrano, ci sono due soluzioni: forzare la mano nella ricerca di uno scopo o guardarsi vivere dall’esterno. Questa è in sostanza la vita di Travis Bickle, protagonista di “Taxi driver” di Martin Scorsese, e vedremo che trova riscontri in alcune opere di Fedor Dostoevskij e Luigi Pirandello.

 Insonnia, ingiustizie e quartieri malfamati

Travis Bickle è il “taxi driver“, colui che guida i taxi per le vie più malfamate di New York nei turni più massacranti, quelli notturni. Lo fa perché deve combattere l’insonnia che lo tormenta e così decide di impiegare il suo tempo lavorando, anche se dei soldi non se ne fa nulla perché vive da solo e non ha particolari esigenze, hobby o spese. Gli piace guardare la televisione, nonostante si possa dire che, in verità, lui più che altro fissi lo schermo, senza prestare particolare attenzione a ciò che viene detto. Non ci sono mai buone notizie, non ci sono le notizie che vorrebbe sentire. Il mondo che ruota attorno a Travis è sporco, lui lo vede ogni sera: drogati, prostitute, ladri, borseggiatori, assassini, maniaci, tutti soggetti delle malsane (e molto sporche) strade che percorre con il suo taxi giallo illuminato dai neon dei locali che fiancheggia. Sulla sua auto salgono i più disparati soggetti, passando da un candidato senatore a una prostituta minorenne che ha subito violenza e Travis si può così accorgere di una verità che presto fa sua: il mondo è sporco, la società è ammalata e va guarita. Per questo si fida di quel candidato al Senato degli Stati Uniti, Palantine, che ha scortato in un breve viaggio sul taxi, perché lui ha la faccia di quello che può cambiare le cose, che ascolta le esigenze degli ultimi e ne fa sue priorità. Ma poi rimane deluso anche da lui e arriverà a cercare di ucciderlo per fare e farsi giustizia. Già, portare giustizia: ad un certo punto della sua vita, Travis si convince che dovrà essere lui a fare da giustiziere, a mettere a posto le cose che non vanno e non disdegna di usare la forza per perseguire il suo nuovo (e comunque insoddisfacente) scopo vitale. Travis Bickle è un emarginato sociale, esiliato dalla società ma anche da se stesso, con una dinamica di autoesclusione con cui si ritira da un contesto che non lo appaga e di cui sente di non essere parte, che vorrebbe cambiasse. Solitario, senza una vera ragione per cui vivere, prova a corteggiare una donna altamente al di sopra delle sue possibilità, perdendola per sempre una volta che la porta in un cinema a luci rosse, di quelli che abitualmente frequenta. Anche a livello sessuale l’unico piacere che si concede è consumato in solitaria, in una dinamica (repetita iuvant) di autoesclusione mischiata ad un’emarginazione da parte della società che non lo capisce, che tende a tenere fuori reietti come lui al pare degli infimi personaggi con cui condivide le strade. Quando ormai, nella sua testa, realizza che dovrà pensarci da solo a risolvere le ingiustizie, assurge a paladino di un obiettivo irrealizzabile: cambiare in meglio la società adattandola alla sua personale visione del mondo, quel mondo che lo ha sempre respinto e di cui mai si è sentito parte.

Fedor Michajlovic Dostoevskij (1821-1881)

Un uomo dal sottosuolo

Travis non è infondo alla scala sociale, ne è proprio fuori. Non ha il suo posto nella moltitudine, anche se per lavoro trasporta continuamente gente e si muove con il suo taxi nei luoghi più affollati della città. E il suo voler fare giustizia, alla fine, è forse anche un modo di conquistarsi una piccola posizione, aiutando a suo modo una ragazza ad uscire dal giro della prostituzione e cercando di uccidere lo stesso senatore di cui tanto si era fidato e da cui si è sentito ingannato, come con tutto il resto delle persone che gli gravitano attorno. Lui è reduce dalla guerra del Vietnam. E da buon reduce di guerra, con un pesante trascorso psicologico, fatica a ritrovarsi nel mondo civile. Si rifugia perciò nelle armi da fuoco e nella violenza per cercare di ricostruirsi un senso, per non soccombere all’anonimato e cerca di cambiare le cose, per avere uno scopo, non accettando che vada tutto a rotoli. Quando si parla di una società che tende a privare l’individuo di certezze, di uno scopo, di una funzione, di una posizione che non sia infima o reclusa, di sicurezze psicologiche o di valori in cui credere, si può certamente fare riferimento agli Stati Uniti di Travis Bickle, ma anche all’Europa del XIX secolo. Allora la sensibilità decadente avanzava inesorabile tra le rovine del Tardoromanticismo e l’apparentemente intramontabile astro del Positivismo, portatore di valori e ideali alienanti per moltissimi intellettuali che avvertivano una perdita di tutti i valori in cui avevano creduto, constatando un declino rovinoso della loro funzione, della loro collocazione. Ma in generale si può dire che la sensibilità comune fu colpita duramente dai tanti cambiamenti economico-sociali dell’epoca, tanto da indurre molti a brancolare nel buio, a non sapere più che direzione seguire. Di certo, fu in particolare la cerchia intellettuale a subire il contraccolpo più doloroso e uno scrittore di talento come Dostoevskij, nel 1864, partorì un romanzo molto interessante da questo punto di vista: “Memorie dal sottosuolo“. Va detto che proprio Martin Scorsese, in una sua dichiarazione riguardo a “Taxi driver“, disse che la sceneggiatura (scritta da Paul Schrader) si ispirava molto a quella delle Memorie di Dostoevskij. Il collegamento dunque era in parte già servito. E le somiglianze tra l’uomo del sottosuolo e Travis Bickle sono tante, a cominciare dal fatto che anche quest’ultimo è classificabile come “uomo che vive e proviene da sottoterra“: come il protagonista del romanzo, infatti, vive un’esistenza estremamente solitaria e riflessiva, in contrasto con il perbenismo e l’ipocrisia dilagante attorno a lui ed è incapace di trovare un mezzo per riscattarsi dalla sua situazione di perenne stallo. La sua indole troppo riflessiva lo porta ad interrogarsi su quale scopo abbia la sua vita, oltre a cercare la causa e l’effetto di ogni sua azione. in questo modo rimane immobile, fermo nel suo senso di inadeguatezza nei confronti di una realtà troppo complessa, troppo disordinata e disorientante per una persona come lui. O meglio, come loro, dato che pure Travis si sente esattamente così: fuori luogo, senza scopo, senza una motivazione vera delle sue azioni, solo e profondamente deluso, spesso disgustato dalla società. E le somiglianze non sono finite qui.

Una scena del film mentre Travis Bickle punta due pistole contro uno degli sfruttatori della ragazza minorenne

Una sola via d’uscita

L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij è contraddittorio nel suo essere: invidia per certi versi quelli che riescono a vivere a pieno anche se immersi nella società corrotta e deludente, senza doversi chiedere la ragione profonda del proprio agire, senza domandarsi quale sia la propria direzione; allo stesso tempo, però, si sente superiore a costoro, imbevuti fino al midollo del veleno di una società malata e illusoria che continua a fargli credere nel progresso e in una vita futura migliore e perfetta. Si sente superiore a tal punto da ritirarsi in una sorta di aristocratico distacco che è tutt’altro che aristocratico: lui è un uomo del sottosuolo e mentre guarda dall’alto in basso la sua società, mentre la giudica e la condanna, si isola nella sua inettitudine desiderando di essere in grado di agire e di non interrogarsi più. Tanto da chiamarsi totalmente fuori da tutto. A volte vorrebbe addirittura non essere più dotato di un cervello pensante, vorrebbe diventare quasi un insignificante insetto, fallendo anche in quel caso. Travis Bickle stesso è fuori dalla società in parte per sua scelta, guardando da fuori le brutture che lo disgustano e desiderando di cambiare il corso degli eventi in maniera decisa. Ma non può fare a meno di volere anche lui fare parte di quel mondo, quello dell’amore o della giustizia, dell’affetto e della sincerità. Solo che per lui il mondo deve configurarsi con la sua personale visione delle cose, le quali, così come si presentano, sono sbagliate e ingiuste. Il suo dovere diviene proprio quello di cambiarle. A quel punto rompe quello schema di ritiro dalla vita sociale che lo rende del tutto simile all’uomo del sottosuolo e, come quest’ultimo, percorre un’altra strada di vita: quello del tentativo forzato di azione, una presa di posizione che lo conduce ad azioni criminali, vergognose e fuori controllo che mai avrebbe fatto in condizioni normali. Un aut aut, tutto o niente: ormai per entrambi il gesto plateale è la sola soluzione rimasta. Per Travis il tutto culmina nella liberazione della prostituta con il pluriomicidio commesso; per quanto riguarda l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, si possono elencare tentate zuffe con colleghi di lavoro (disprezzati ma anche invidiati per i motivi già elencati), sbronze imbarazzanti e violenze sessuali a danni di prostitute. A volte l’uomo del sottosuolo arriva a danneggiare sadicamente se stesso e questo accade anche a Travis, nel vano ed estremo tentativo di uccidersi.

Luigi Pirandello (1867-1936)

Gesti folli, inconsueti, seguiti da sensi di colpa ma mitigati dalla rabbia e dalla certezza di avere fatto ciò che andava fatto anche se spesso, queste azioni, risultano fuori controllo e fatte senza pensare (contraddicendo in realtà l’eccessiva razionalità dei due emarginati). Ma d’altronde, in una vita alienata e senza più una certezza, la follia spesso è l’unico rifugio, l’unica via d’uscita. E questo ce lo insegna Luigi Pirandello, grande indagatore delle dinamiche sociali e psicologiche del suo tempo, un’epoca appena successiva a quello di Dostoevskij e che ne raccoglie il pesante fardello della sensibilità atterrita. Fingersi pazzi o esserlo davvero rappresenta per Pirandello una presa di coscienza della vanità e della falsità ipocrita del mondo, delle sue regole e dei nuovi schemi sociali. La pazzia è una diretta conseguenza, nonché il sintomo e la prova più evidente, dell’esistenza di un’alienazione di fondo prodotta dalla società. Essa è una reazione, a volte persino istintiva, di chi scopre la verità e non è più in grado, anche se volesse, di rientrare nei vecchi schemi in cui era recluso. La pazzia è la condizione in cui veramente capiamo chi siamo nella finzione generale, è quello stato in cui ci guardiamo vivere e contempliamo anche gli altri nel loro processo di continui inganni che seguono e precedono a loro volta menzogne su menzogne. l’essere folli e i gesti che questa follia porta con sé sono un retaggio del disorientamento dell’uomo che si può rifugiare in questa condizione estranea per riappropriarsi davvero della propria identità, senza la prigione degli schemi esteriori. Infondo Pirandello vuole dirci che la pazzia, o meglio, il pazzo, è tale solo in quanto è fuori dalla società: si può dire che la pazzia non esiste, è solamente un insieme di comportamenti e frasi che si discostano dal vivere e dal sentire comune. La società, avvertendo questa diversità, tende a bollare l’individuo “estroverso” come pazzo, identificandolo come un nemico. In realtà è solo un fuoriuscito, un evaso, un ribelle che molto frequentemente ha il pieno possesso della verità. Ora, questo non è precisamente il caso di Travis perché lui non possiede la verità assoluta ma la sua propria, relativa verità. Però anche lui è un ribelle, un estraneo che riesce a vedere che nella sua società qualcosa non va in quanto ci sono troppe ingiustizie, troppi crimini, troppa caoticità e nessun approdo finale certo, perché tutti vanno alla deriva. Il suo rifugio è una presa di posizione che urta molto violentemente contro la nemica società, combattuta dapprima con il “ritiro dalle scene” (ribadiamo: il suo isolamento è causato anche attivamente dalla società, non è solo lui a volerlo) e poi con atti fuori controllo che lo dipingono come un folle. Per Pirandello la pazzia è una sorta di palliativo, una consapevolezza acquisita della vera e pessima condizione dell’esistenza umana da contemplare da fuori, con distacco un po’ malinconico e ironico di chi sa ma non viene creduto. Nella follia dei suoi gesti omicidi anche Travis trova la sua magra consolazione, quella di essere considerato un piccolo eroe per aver salvato la ragazza dalla prostituzione minorile. Ma anche questa gratitudine non lo soddisferà e, di certo non sanerà la sua solitudine. Non c’è consolazione né soddisfazione per un emarginato come Travis, nemmeno nella sua ultima spiaggia, cioè la follia.

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