Il Gattopardo: l’Unità d’Italia attraverso il romanzo di Tomasi di Lampedusa e il film di Visconti

La storia del nostro Paese vista dalla prospettiva della famiglia Salina

Il Gattopardo, regia di Luchino Visconti, 1963

Scritto nel 1956 e unica opera letteraria di Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo fu al centro di complicate questioni filologiche e venne conosciuto dal grande pubblico anche grazie all’adattamento cinematografico di Luchino Visconti nel 1963.

Il Gattopardo, una famiglia e il suo tramonto

Cosa significa la parola ‘gattopardo‘? Secondo il vocabolario il termine indica un animale appartenente alla categoria dei felini. Tomasi di Lampedusa lo rende titolo dell’opera poiché il gattopardo è raffigurato nello stemma di casa Salina. Dalla pubblicazione del romanzo in poi, però, nasce il sostantivo ‘gattopardismo‘, che indica il fenomeno del trasformismo in una realtà politica. La spiegazione di tale evento si nasconde nelle pagine de Il Gattopardo.

Al centro della narrazione vi sono le vicende di casa Salina, nobile famiglia siciliana guidata da don Fabrizio Corbera, marito di Stella, padre di sette figli e amorevole zio di Tancredi, orfano, povero, ma giovane attraente, carismatico e titolato. All’inizio dell’intreccio il prestigio della famiglia viene minacciato dallo sbarco dei garibaldini a Marsala, che potrebbero instaurare una repubblica come cedere il potere al sovrano piemontese. Nessuna di queste due prospettive sembrano entusiasmanti agli occhi di don Fabrizio, uomo colto, raffinato e orgoglioso della casata a cui appartiene. Già da anni, però, i Salina vedono scivolare dalle loro mani quei feudi che un tempo erano segno di un incontrastato potere, ora conteso con un’agguerrita borghesia, con le tasche colme di denaro, ma priva di cultura e buon gusto.

Il Gattopardo, regia di Luchino Visconti, 1963

L’Unità non celebrata nel romanzo

Diversamente da come si potrebbe pensare il romanzo non celebra l’epopea del Risorgimento. Agli occhi di don Fabrizio i miti di progresso, libertà, benessere, tecnologia con cui la propaganda del Regno di Sardegna vince su quello borbonico sono privi di valore. Non sarà una diversa amministrazione a cambiare la situazione italiana, tanto meno quella siciliana. Molto interessante è infatti il dialogo fra don Fabrizio e l’emissario piemontese Chevalley, che propone al principe di partecipare al Senato del Regno d’Italia, visto il prestigio della famiglia e l’assenza di ostilità nei confronti dei garibaldini in Sicilia. Don Fabrizio, però, dichiara l’impossibilità di collaborare con la politica italiana e di rappresentare al sua terra. La Sicilia è per lui una regione vecchia, vessata dal clima torrido, povera e come attraversata da pulsioni di morte. Molti popoli hanno invano cercato di cambiare la Sicilia, ma nessuno ha mai provato a capirla. Il principe sa di appartenere alla vecchia generazione, alla nobiltà borbonica decaduta, è giusto che si ritiri dalla scena politica.

Totalmente diversa è invece la concezione che Tancredi ha della questione italiana. Proprio lui pronuncia una delle frasi più conosciute del romanzo:’se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi‘. Colto il punto di non ritorno per la monarchia borbonica in seguito allo sbarco di Garibaldi, Tancredi ha la prontezza di unirsi ai combattenti e poi di entrare nell’esercito del Regno. L’unica possibilità di successo per lui è fare carriera all’interno della nuova classe dirigente, staccandosi dunque dal mondo in cui era nato e cresciuto. Si può dunque vedere in Tancredi un simbolo del gattopardismo, della capacità di adattarsi alla situazione politica in evoluzione. Il giovane non è un eroe romantico e risorgimentale che partecipa all’Unità ispirato da nobili ideali, ma un personaggio dalla doti camaleontiche, che si schiera con il vincitore solo per mantenere il potere.

Il Gattopardo, regia di Luchino Visconti, 1963

L’Unità nell’analisi di Visconti

Uscito nelle sale nel 1963, Il Gattopardo di Visconti viene considerato uno dei capolavori del cinema italiano. Ispirandosi all’omonima opera letteraria, è riuscito a trasferire sulla pellicola la parabola discendente della nobile famiglia siciliana, senza cadere, però, nella celebrazione della nascita del Regno d’Italia e della storia patria. Il regista, ha inserito nel film sequenze assenti nel romanzo per dare una chiara visione sui rivolgimenti politici e militari nella Sicilia del 1860. Sono interessanti, infatti, le riprese sulla fucilazione dei disertori passati dall’esercito borbonico alle truppe garibaldine o sulla rivolta popolare a nel capoluogo siciliano.

Famosissima, invece, la scena del ballo nel palazzo dei Pontelelone a Palermo, che nel romanzo ha un’estensione di poche pagine, mentre nel film viene dilatata, tanto da avere una durata di circa quaranta minuti. Il regista ha infatti preferito veicolare il valore della situazione politica e sociale dell’epoca attraverso un evento mondano, con la capacità di prefigurare, attraverso cenni sapienti, anche gli eventi futuri. Nella pellicola, a chiudere la vicenda dei Salina, è proprio il gran ballo, che allude alla storia patria attraverso alcuni personaggi, come Calogero Sedara, arricchito, sindaco di Donnafugata e futuro suocero di Tancredi, o Pallavicino, membro dell’esercito italiano. Don Fabrizio, invece, è il simbolo di un mondo che sta tramontando, la vecchia e altera nobiltà borbonica, che cede il passo a una nuova era. Così termina l’opera di Visconti, risparmiando allo spettatore la rappresentazione dei capitoli successivi, come quello sulla morte di don Fabrizio a Palermo nel 1883 e quello conclusivo, ambientato nel 1910, sul ritrovamento di reliquie fasulle in casa Salina, accumulate negli anni dalle anziane e tristi signorine Concetta, Carolina e Caterina.

L’elemento più interessante del film è sicuramente la modalità con cui si narrano le tensioni interne al romanzo, rimanendo fedele alla concezione del Risorgimento che aveva lo scrittore, senza scadere nel banale e anzi innovando il soggetto con contenuti originali. Due opere, quindi, che non si limitano alla narrazione o alla celebrazione di un periodo storico, ma che mettono in discussione il nostro passato, ponendo nuove domande anche sull’Unità italiana oggi.

 

 

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