La riproducibilità delle opere d’arte: Benjamin e la perfomance contemporanea

Nell’ultimo secolo il dibattito su quanto le opere d’arte siano effettivamente riproducibili si è fatto sempre più intenso. Con l’affermarsi di tendenze artistiche dinamiche e innovative, Walter Benjamin paventa una filosofia della crisi dell’arte. 

La riproducibilità tecnica delle opere d’arte è da sempre oggetto di discussione. Con l’avvento del Novecento, di nuove tecniche e tendenze che erano già state anticipate dalle Avanguardie, tale dibattito sembra acuirsi e nel caso di alcune performance artistiche (ad esempio quelle che coinvolgono il corpo umano e gli spazi in cui ci muoviamo) sembra impossibile garantirne una riproducibilità che sia perfettamente fedele all’originale.

L’opera d’arte è riproducibile da sempre

Come fa presente lo storico, filosofo e critico Walter Benjamin nel prezioso saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, le opere d’arte sono sempre state riprodotte, a volte rendendo persino difficile individuare l’originale. Qualunque prodotto artistico fatto da un uomo poteva essere rifatto da un altro uomo.
I motivi potevano essere i più disparati: poteva trattarsi di copie fatte dagli allievi per esercitarsi, copie diffuse dai maestri per una più ampia diffusione delle opere o copie effettuate da terzi, desiderosi di trarne guadagno.
Gli antichi Greci, ad esempio, conoscevano solo due tecniche per la riproduzione artistica: la fusione e il conio, con cui riprodurre solo monete e opere di bronzo o terracotta.
Ben prima dell’avvento della stampa, la silografia garantì per la prima volta in assoluto la riproduzione grafica, ma è la litografia a rivoluzionare completamente la tecnica riproduttiva. Benjamin sostiene infatti che “il procedimento che differenzia la trasposizione del disegno su una pietra dalla sua incisione in un blocco di legno o dalla sua incisione all’acquaforte in una lastra di rame, diede per la prima volta alla grafica la possibilità di introdurre nel mercato i propri prodotti non soltanto in grande quantità, bensì in configurazioni ogni giorno nuove.”
Dieci anni dopo la nascita della litografia, tuttavia, la tecnica fu completamente soppiantata dalla fotografia, che andò per la maggiore.

La valenza della performance

Lo studioso americano George Kubler sostiene che l’arte sia la “forma del tempo”, quindi il prodotto dello scorrere inesorabile del tempo, da un’epoca ad un’altra, con tutti i profondi mutamenti che l’incedere della storia possa causare. E il Novecento si presenta di certo come un secolo diverso dai precedenti, apertosi con due guerre mondiali, la nascita della psicanalisi e la teoria della relatività, segnando mutamenti profondi nella vita quotidiana, ma anche e soprattutto nel pensiero, pertanto nelle tecniche artistiche e nel concetto di arti visive.
Dopo il collage, l’assemblaggio di oggetti e l’esperienza materica, nell’arte contemporanea la performance ha una valenza molto più ampia rispetto al prodotto finale.
Basti pensare alle celebri performance dell’artista serba Marina Abramović o alle performance di Millie Brown, un’artista londinese celebre per i suoi quadri ottenuti vomitando una miscela di latte e colore sulle sue tele.
Il prodotto finale è una tela astratta che di certo si potrebbe riprodurre con una colata di colore o con delle secchiate, ma è proprio la performance stessa ad essere il centro di tutto, la preparazione con cui la Brown eviti di mangiare cibi solidi per giorni e ingerisca soltanto colore per poi rigettarlo sulla tela, come a dimostrazione che la sua arte sia un qualcosa che viene fuori dai confini del suo corpo materiale e non solo dal suo pensiero.

L’epoca della riproducibilità tecnica

Malgrado per alcune opere si possa quindi avere una fedelissima copia o, nel caso della performance, delle foto o una registrazione video, è interessante comprendere quale elemento faccia in modo che differiscano dall’originale. Per Benjamin, infatti, qualsiasi riproduzione manca dell’hic et nunc, un elemento fondamentale che corrisponde al suo concetto di autenticità. Le circostanze in cui un prodotto può essere riprodotto, anche con tecniche altamente perfezionate, possono mantenere pertanto intatta la consistenza dell’opera d’arte, ma in ogni caso svalutano l’hic et nunc.
Tale discorso non vale solo per l’arte, ma anche ad esempio la vista di un paesaggio, che seppur fotografato, ripreso o immortalato in qualsiasi modo, non potrà mai essere fedelmente riprodotto come nel momento in cui esso viene osservato. L’elemento che viene a mancare è in sostanza la sua aura, poiché nel momento in cui viene riprodotto, un qualsiasi elemento viene attualizzato nel momento in cui un nuovo fruitore lo osserva e perde quindi le sue caratteristiche originali, legate al momento e al luogo in cui si trova in origine.
Pertanto, al di là del prodotto artistico, potremmo dire che l’arte è un processo assolutamente irripetibile, un’esperienza di cui fruire pienamente soltanto nel momento in cui viene realizzata, in cui viene portata alla luce e in cui rivela la sua magica nascita. Questa è la sua autenticità.

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