La retorica nel discorso di Conte: come le tecniche latine tornano oggi in Senato

La retorica è un’ arte che nasce nell’antichità: vediamo quali tecniche possiamo ritrovare nei discorsi di oggi. 

Una folla in attesa davanti a un microfono e un podio (jacksonspalding.com)

Il 20 Agosto 2019 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato in Senato un discorso che in poche ore è diventato virale sul web. Cerchiamo di capire quali sono le tecniche retoriche che lo rendono così efficace.

Le origini della retorica e il suo ruolo nell’Atene democratica

L’arte della parola nasce nel V secolo a.C. a Siracusa dove, una volta caduti i regimi di Gelone e Gerone, i cittadini devono sostenere discorsi persuasivi davanti alle giurie popolari per riconquistare i loro terreni, espropriati durante le due tirannidi, e ristabilire gli antichi diritti. Gli insegnamenti di Tisia e Corace, padri della retorica, dalla Sicilia giungono ad Atene dove il regime democratico esige che i cittadini sappiano sostenere un discorso e difendersi in assemblea. Ad Atene i maestri di quest’arte sono i sofisti, veri e propri dispensatori di cultura che insegnano la morale e le leggi tramite il potere persuasivo della parola. Gli insegnamenti dei sofisti vengono applicati in diversi settori ma quello in cui trovano maggiore applicazione è sicuramente quello giudiziario i cui massimi campioni saranno Lisia, Isocrate e Demostene. Nell’età ellenistica l’arte dell’eloquenza diventa oggetto di studio e dalle assemblee si trasferisce nelle scuole. In particolare nel primo libro de la Retorica Aristotele fornisce una vera e propria definizione di retorica, passa in rassegna i vari tipi di argomentazione e i tre tipi di discorso (deliberativo, epidittico e giudiziario), mentre nel terzo si dedica allo stile e le parti che costituiscono il discorso (esordio, narrazione, dimostrazione, epilogo).

Raffaello, La scuola di Atene (wsimag.com)

La retorica a Roma da Catone a Cicerone

Il primo a parlare di tecniche retoriche a Roma è Catone il Censore, il quale durante la sua vita pronuncia oltre centocinquanta orazioni deliberative e giudiziarie. Proprio a Catone dobbiamo la definizione di oratore come vir bonus dicendi peritus, ovvero un uomo perbene esperto nell’arte del parlare. Dopo di lui si ricordano Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso, protagonisti scelti da Cicerone per il suo De oratore. Per questo trattato Cicerone sceglie la forma dialogica in modo da rendere la sua lezione più viva e comprensibile rispetto ai soliti manuali greci e latini letti dai giovani romani. È proprio in quest’opera che Cicerone passa in rassegna le cinque parti della retorica: inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio. Questi momenti dunque interessano sia il processo creativo del discorso con la scelta degli argomenti, la loro disposizione e lo stile adottato, che la sua esposizione davanti al pubblico nel tenere a mente l’orazione, la gestualità e il tono della voce. L’educazione del perfetto oratore viene poi continuata da Quintiliano che, intorno al 95 d.C., scrive proprio con intento educativo l’ Institutio oratoria, il più grande trattato latino di retorica che in dodici libri delinea la formazione del perfetto oratore, dalle nozioni di base alle caratteristiche morali.

Cicerone discute in Senato contro Catilina (welt.de)

L’oratoria latina nel discorso di Conte

E così arriviamo ai giorni nostri, in particolare a qualche giorno fa, quando, dopo che il ministro degli interni Matteo Salvini ha presentato la mozione di sfiducia nei confronti del governo Lega-5 stelle, l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte ha tenuto un discorso in Senato che ora è sulla bocca di tutti. Ma come mai è risultato così efficace? Quali le motivazioni per cui il discorso ha riscosso tanto successo? Nel De oratore Licinio Crasso sostiene che un buon oratore debba avere una eccellente preparazione culturale e nel suo discorso Conte ha dato sicuramente prova di possedere una buona cultura umanistica, oltre che politica, citando le parole di Federico II di Svevia prima, quantunque la nostra maestà sia svincolata da ogni legge, non si leva al giudizio della ragione che è la madre del diritto, e quelle del filoso Martin Buber dopo, la politica è davvero quella nobile arte che ci consente di perseguire percorsi di razionalità nel riconoscimento delle diversità. Come Quintiliano nella sua Institutio oratoria dipinge l’oratore perfetto, qui Conte sembra avere come primo intento quello di educare il suo ascoltatore, presente in aula o meno, alla politica, al vero senso della politica di cui lui stesso si fa garante ponendosi immediatamente, ma senza arroganza, a un livello superiore di conoscenza. L’eleganza con cui il premier espone le sue argomentazioni è inoltre significativa, quella che gli antichi chiamerebbero actio non è teatrale, non dà spazio a plateali espressioni di dissenso, e fa così trapelare una grande sicurezza dell’oratore e dei propri argomenti. L’impressione che si ha ascoltando questo discorso è sicuramente quella di avere davanti a se una persona che ha ben chiaro il proprio ruolo e che, preferenze politiche a parte, ha ben chiare le principali tecniche oratorie.

 

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