La resistenza e il senso della vita si uniscono nelle parole di Quasimodo, René Char e Bresson

La resistenza è quel momento della storia europea in cui si è iniziato a capire seriamente il valore della libertà.

robert bresson
Il regista Robert Bresson

Ma al di là della solita narrazione storica degli eventi, è interessante svelare quel lato umano e sensibile che si nasconde dietro al sentimento della resistenza. Un sentimento così personale e così differente in ogni protagonista di questo spicchio di tempo, che arriva ad interpretare nel proprio modo, nella propria soggettività, gli eventi storici. E qui si vuol mettere in risalto proprio questo sentimento, attraverso la letteratura e il cinema.

salvatore quasimodo
il poeta Quasimodo

 

Ai quindici di Piazzale Loreto, Quasimodo

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,ù

Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?

Soncini, Principato, spente epigrafi, 

voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,

Gasparini? Foglie d’un albero

di sangue, Galimberti, Ragni, voi, 

Bravin, Mastrodomenico, Poletti?

O caro sangue nostro che non sporca

la terra, sangue che inizia la terra

nell’ora dei moschetti. Sulle spalle

le vostre piaghe di piombo ci umiliano: 

troppo tempo passò. Ricade morte

da bocche funebri, chiedono morte

le bandiere straniere sulle porte

ancora delle vostre case. Temono

da voi la morte, credendosi vivi.

La nostra non è guardia di tristezza, 

non è veglia di lacrime alle tombe; 

la morte non dà ombra quando è vita.

La seconda Guerra Mondiale per Quasimodo è un punto di svolta. Qui abbandona l’idea di poesia fatta così, per un gusto di astrattezza, in un guscio ermetico, oscuro. Da qui iniziano a subentrare nei versi tematiche più di impegno civile, in uno stile e in linguaggio sempre più concreto e sempre più scevro di giochetti linguistico-poetici volti a nascondere nell’oscurità del verso ermetico il senso della poesia.

La poesia qui presentata appartiene alla raccolta Il falso e vero verde, composta dopo il 1949 e pubblicata nel 1956.

La vicenda raccontata è quella accaduta nel ’44 in Piazzale Loreto a Milano, quando quindici persone furono fucilate dai nazifascisti e lasciate per terra morte, come monito per chi aveva intenzione di opporre resistenza al regime.

Prevale qui l’endecasillabo, ma non è l’unica cosa che riconduce questa poesia alla tradizione poetica italiana. Infatti l’immagine che ci viene data nel terzo verso delle ”spente epigrafi” è un rimando foscoliano; così come l’invocazione in apertura dell’ottavo verso (O caro sangue nostro…) che non soltanto innalza il tono epico-drammatico della poesia, ma rimanda anche ad un verso dantesco del Paradiso (Par. XVI, 1: ”O poca nostra nobiltà di sangue”)

Interessante anche l’immagine del ”sangue”. Infatti viene riproposta più volte nel testo ed è sinonimo di speranza, perché è come se il sangue dei partigiani, che viene sparso sulla terra, ma ”che non sporca”, nutrisse la terra ormai resa sterile ”dall’ora dei moschetti” della guerra e delle tenebre fasciste, per rigenerarla e dare al paese un futuro migliore.

Anche la morte viene riproposta più volte, ma è una morte diversa, perché spaventa, fa paura, a coloro che la procurano, perché ”temono da voi la morte, credendosi vivi”. Ma la vera vita qui è di chi è resistito all’oppressione dei portatori di morte e senza paura è resistito pure alla morte stessa, senza mai perdere davvero la vita. E allora in questo senso la parola che chiude la poesia è ”vita”, e ne riassume così perfettamente il senso e il significato in una veste ancora fortemente ermetica e impressionista.

Anche la poesia e il poeta giocano il loro ruolo in tutto ciò. Infatti, con un’affermazione anche po’ perentoria Quasimodo conclude il componimento risaltando il valore civile della poesia, che non è ”guardia di tristezza, non è veglia di lacrime alle tombe” ma un canto di rinascita e di vita.

Salvatore Quasimo nei pressi di Parco Sempione a Milano, nel 1962

René Char e i fogli d’Ipnos

René Char è un poeta francese che ha vissuto la resistenza contro i nazisti e ha voluto lasciarci una serie di frammenti poetici che vanno a comporre la raccolta ”i Fogli d’Ipnos”.

Char dice che la resistenza è quel momento ”dove l’uomo si pone oltre se stesso, nel non ancora e nel mai più” e quindi arriva a provare una sorta di altruismo verso il mondo che lo esula dalla sua carne, lo rende estraneo a tutto ciò che è fisico e gli fa abbracciare la Storia e tutti i suoi significati.

E allora i fogli d’Ipnos non vogliono essere né un’opera celebrativa della resistenza né riflettere l’inquietudine dell’epoca, e quindi non essere poesie della o sulla resistenza, ma un qualche cosa di più: poesie dalla resistenza.

Archiduc mi confida che ha scoperto la sua verità quando si è unito alla Resistenza. Sin là era un attore della sua vita, frondista e diffidente. L’insincerità lo avvelena. Oggi ama, si spende, è impegnato, va nudo, provoca. Apprezzo molto questo alchimista.

Un condannato a morte è fuggito, di Robert Bresson

Un condannato a morte è fuggito è un film del 1956 diretto da Robert Bresson. Il film trae spunto da un racconto autobiografico di André Devigny pubblicato nella sezione letteraria del giornale ”Le Figaro” e sarà il film simbolo del regista. Infatti ”un comdamné à mort s’est échappé” è il film che diede la fama al regista, che verrà riconosciuto nel tempo come il maestro del minimalismo nel cinema.

Il film parla di Fontaine, un membro della resistenza francese che viene catturato dai nazisti e poi messo a morte. Essendo un ex-militare e avendo anche un particolare talento nel fabbricare oggetti servendosi di poco, riesce, con un cucchiaio, un lapis, una coperta, del fil di ferro della rete del letto e molto ingegno, a organizzare pazientemente un progetto di fuga, sapendo bene di poter essere fucilato in ogni momento e che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.

Gli verrà però poi affiancato in cella un giovane ragazzo, che può essere un partigiano anche lui, oppure una spia messa lì a causa di sospetti. Ma a Fontaine non rimane che fidarsi del ragazzo e realizzare la fuga notturna insieme a lui.

Il film vinse molti premi, tra cui quello della miglior regia al festival di Cannes del 1957, ed è considerato un capolavoro del maestro Bresson e del cinema francese.

Fontaine dietro le sbarre

 

 

 

 

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