Il Superuovo

La realtà è quella che si vede? Rispondono il film “Matrix” ed Eugenio Montale

La realtà è quella che si vede? Rispondono il film “Matrix” ed Eugenio Montale

Cos’è veramente reale? Come possiamo distinguere con certezza ciò che reale e ciò che invece non lo è?

Queste domande hanno tormentato i filosofi di tutti i tempi da Platone, con il celebre mito della caverna, a Schopenhauer, con il velo di Maya. Il film “Matrix” ed il poeta Eugenio Montale si pongono i medesimi interrogativi e sembrano suggerirci che la realtà con cui ci interfacciamo quotidianamente è illusoria e molto più complessa di come appare in superficie.

“Matrix” e l’illusione della vita quotidiana

Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?

Queste sono le parole che Morpheus rivolge al protagonista Neo nel film fantascientifico del 1999 “Matrix”. Thomas Anderson, interpretato da Keanu Reeves, lavora come programmatore di software e allo stesso tempo agisce come abilissimo hacker sotto lo pseudonimo di Neo. Quando sullo schermo del suo computer compare uno strano messaggio relativo a “Matrix” s’inquieta e percepisce che quelle parole, in apparenza insensate, nascondono una svolta. Accetta quindi di incontrare Morpheus che, tramite Trinity, lo aveva contattato con quelle misteriose frasi. Quest’uomo enigmatico offre a Neo di rivelargli la verità, di aprirgli gli occhi e di offrire risposte a tutte le sue domande. Persino per quella sensazione di estraneità che il protagonista avverte nei confronti della realtà, quel tormento riguardo la percezione dell’esistenza, sembra esserci una motivazione: “Matrix”. Ovvero un mondo fittizio, che nasconde quello autentico, una prigione per la mente in cui tutti sono schiavi senza possibilità di scampo.

Pillola rossa o pillola azzurra? La scelta della verità

Morpheus offre a Neo una scelta fra una pillola azzurra, che lo riporterà alla routine, lasciandogli scegliere in cosa credere, e una pillola rossa, che gli permetterà di accedere alla veridicità della sua condizione. Seguita la seconda opzione, Neo si risveglia rendendosi conto di essere immerso in un liquido e collegato a numerosi cavi, uno fra i tanti umani immersi in un sonno profondo e incasellati in incubatrici. La realtà in cui ha vissuto fino a quel momento altro non era se non una immensa neuro-simulazione in cui ogni sensazione, ogni atto è riprodotto a livello di segnali elettrici che vengono interpretati dal cervello. Da quel momento egli, liberato dalla cattività e catapultato di colpo nel XXII secolo, si schiera con i suoi ‘salvatori’ con lo scopo di distruggere “Matrix” e porre fine alla guerra tra l’umanità e le macchine. Tuttavia non è facile per lui accettare che tutto ciò in cui ha sempre creduto e in cui è stato immerso fin dalla nascita sia solo vacua e artificiosa apparenza. In lui comunque l’impressione che ci fosse dell’altro è sempre stata presente, così come lo è nel poeta novecentesco Eugenio Montale. Proprio nella celebre poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, dalla raccolta “Satura”, dedicata alla moglie defunta Drusilla Tanzi, prende le distanze dalla massa di coloro che vivono ancorati a banali e sciocche convinzioni. Lui non cade nelle trappole degli illusi, di coloro che superficialmente si accontentano di pensare che “la realtà sia quella che si vede”.

(…)nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Montale e la gabbia dell’esistenza

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Questo componimento, appartenente alla raccolta “Ossi di seppia”, racchiude in sé la descrizione di un possibile momento “epifanico”. Un attimo di vertigine in cui il poeta forse potrà avere la chiara rivelazione che la realtà è un’illusione. In una mattinata d’inverno, volgendosi all’improvviso indietro, riuscirà a cogliere quasi di “sorpresa” il mondo, che non farà così in tempo a costruire la consueta ingannevole scenografia, e finalmente vedere ciò che si cela nell’intimo delle finte parvenze: il nulla, il vuoto. Ma si tratterà solo di una folgorazione momentanea, di un attimo irripetibile e non condivisibile con chi è assuefatto a questo inganno. Così si potrebbe dire che Montale avverta di essere imprigionato in una sorta di “Matrix”, in un universo costruito in cui l’uomo è recluso e nemmeno si rende conto della sua condizione. Tuttavia in questo caso l’evasione dalla gabbia dell’insensatezza esistenziale non è realizzabile se non in una consapevolezza intima e privata che purtroppo non può portare a nessun cambiamento.

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