La pulce che rubò l’ombra: storia di un insetto tra folklore, storie e leggende

È la pulce d’acqua, che l’ombra ti rubò”, così recita la canzone di Branduardi: eppure non è l’unico a parlare di questo piccolo insetto, sorprendentemente topico nella tradizione.

Quando si parla di animali folkloristici e della tradizione, ci si aspetta generalmente qualcosa di enorme, mostruoso e spaventoso, che faccia comportare bene i bambini, e che, a volte, ricordi anche agli adulti di rigare dritto, perché “non si sa mai”. Detto questo, possiamo affermare che una pulce non incarni esattamente le qualità del mostro che si nasconde nel buio del bosco, eppure, nel suo essere così piccola, invisibile quasi, e subdola, è diventata la protagonista di moltissime storie.

La pulce e…

Esopo, nelle sue favole, ricorre almeno tre volte alla piccola ‘psulla’, la pulce che di volta in volta interagisce con personaggi diversi: un atleta, un uomo ed un bue. Nel primo caso, l’insetto morde un giovane, il quale tenta, invano di schiacciarla; frustrato per l’accaduto, egli invoca Eracle, lamentandosi sarcasticamente con il dio:” Se questo è il tuo aiuto contro una pulce, quale soccorso mi presterai contro i miei avversari?”. Vediamo allora Esopo rimproverare il ragazzo, ricordandoci di invocare le divinità solo in casi gravi, e non per le cose di poco conto. L’animaletto ricompare anche in un’altra favola: questa volta abbiamo un uomo che riesce finalmente a catturare la pulce che da tempo lo molestava, “pascolando pel corpo sù e giù, alla cieca”. La bestiolina cerca di scampare alla morte, supplicando per la propria vita, sperando di convincere l’uomo che il male che gli procura è assai minore, rispetto alle malvagità che ci sono nel mondo. Nonostante ciò, non le viene mostrata alcuna pietà, e la moraleggiante frasi finale riassume la vicenda, esortando chiunque a punire un malvagio, a prescindere che esso sia ‘grande o piccolo’. L’ultimo racconto, presenta un dialogo tra la nostra solita psulla, ed un bue, la quale chiede all’animale per quale motivo, vista la sua mole non indifferente, si lasci trattare come uno schiavo dall’uomo, mentre lei, pur così piccola, ‘lo morde tutto spietatamente’. Con grande sorpresa, si sente rispondere, che al bue è grato alla stirpe degli uomini, che gli vuol bene, specialmente quando ‘ gli accarezza la fronte e il fianco con la mano’. L’insetto allora dovrà ribattere dicendo che quella che per lui è una benedizione, per lei è la peggiore delle sventure.

La pulce d’acqua

Una delle canzoni più conosciute cantate da Angelo Branduardi, è la proprio la “pulce d’acqua”, il cui testo fu scritto da Luisa Zappa, a ecuperò tramite il linguista Jaime de Angulo, una leggenda degli Indiani d’America, circa un uomo divenuto invalido, dopo che una pulce d’acqua gli aveva rubato l’ombra. Nell’immaginario collettivo, spesso le popolazioni indigene americane, vengono, per stereotipo, associate ad uno stile di vita a contatto e nel pieno ed armonioso rispetto della natura. Non stupisce, allora, che sia stata tramandata questa storia, secondo cui, un esserino piccolo e sfuggevole come un pulce, avrebbe avuto il compito e la forza di punire un uomo, qualora questi avesse violato o spezzato le leggi naturali. Esistono diverse versioni della medesima storia, ma le costanti sono notevoli: la punizione, ad esempio, è sempre la medesima. Il fatto che il ‘cattivo’ venga privato della propria ombra, è una sorta di speculum rispetto all’essere che somministra la punizione: nulla è così sfuggevole e difficile da catturare come la propria ombra, esattamente come una pulce. L’uomo, dopo aver schiacciato un qualche altro essere, come tipico della propria presunta e brutale superiorità, si sentirà privo di forze, ammalato, come se avesse perso la propria identità: l’unico modo per guadagnare il perdono dell’insetto sarà cantare a lungo, senza sosta, nella speranza di potersi redimere e di riprendersi ciò che gli è stato sottratto.

La pulce nella religione

Attenendoci a quanto detto nella Genesi, TUTTO ciò che appartiene al mondo, visibilia et invisibilia, sono state create dal Padre: le pulci non fanno di certo eccezione. Non solo esse vengono nominate in ben due passaggi del Primo libro di Samuele, 24 e 26, ma hanno anche un legame con la celebrazione cristiana del corpus domini: c’è, infatti, nel cuore dell’Umbria, una piccola cittadina, Assisi, che chiama questa ricorrenza con il nome di “processione delle pulci”. Ogni anno, i vicoli della città, nelle zone vicine alla cattedrale di San Rufino, si impegnano in una sfida che consiste nel creare disegni più o meno elaborati, a soggetto sacro, con la tecnica dell’infiorata. Per mesi, i cittadini vanno a raccogliere le più varie specie di fiori, per poi farli seccare, tagliarli o macinarli, così da ottenere una buona gamma di colori per completare le varie rappresentazioni. Alla messa vespertina delle 18, segue una processione per le stradine, un corte di sacerdoti che regge l’ostensorio con l’ostia benedetta, come a benedire la città, avvolta in un magico profumo di fiori. Si tratta di una tradizione piuttosto antica, che, per l’appunto, qui viene chiamata processione delle pulci, in quanto, si era soliti sbattere fuori dalle finestre le vecchie coperte utilizzate durante tutto l’inverno, nella speranza che le piccole bestiole si staccassero e cadessero in strada, attratte dai colori dei fiori, e dal loro profumo.

 

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