La percezione sensitiva del corpo a partire da Daniel Pennac

“Per tutta la vita dobbiamo sforzarci di credere ai nostri sensi”  (Daniel Pennac, “Storia di un corpo”)

Partendo dal romanzo di Pennac “Storia di un corpo” ne scaturisce una riflessione sul ruolo della corporeità in ogni individuo.

Copertina del libro “Storia di un corpo”, Daniel Pennac

Che rapporto abbiamo con l’involucro che indossiamo quotidianamente? Che concezione abbiamo del nostro corpo e, soprattutto, quanto tempo dedichiamo ad ascoltarlo e a comprenderlo? Daniel Pennac descrive minuziosamente l’evoluzione e il deterioramento della carne umana, mettendo a nudo ogni sfumatura della dimensione corporea dell’essere umano.

Viaggio di un corpo in trasformazione

Storia di un corpo”, romanzo scritto da Daniel Pennac, è la voce di un uomo nato negli anni ’30 che scrive per tutta la sua vita un diario piuttosto insolito. Prima di morire decide di confezionarlo e di donarlo a sua figlia Lison che lo riceve come dono “post-mortem” del padre. L’uomo che scrive tra le pagine di questo diario è un uomo che sta ricercando se stesso attraverso la comprensione dei processi e dei mutamenti che riguardano il proprio corpo. Il padre di Lison comincia la scrittura del diario all’età di dodici anni e riporta quasi quotidianamente brevi riflessioni che riguardano eventi, situazioni, circostanze che gli si attaccano addosso e che scaturiscono processi all’interno di un corpo fisico che vive. Si alternano sensazioni di assoluto piacere all’atrocità di un dolore e di un malessere che si riversa sulla fisicità, fino alle percezioni che derivano dall’odore della gente che rimane attaccato sulla sua pelle. Nel corso di questa esplorazione corporea si va sempre di più incontro alla decadenza fisica di un corpo che pian piano si sgretola e si frantuma insieme al tempo che passa. Corpo che si decompone, che va alla deriva di un destino inevitabile. Il racconto di Pennac è il racconto della vulnerabilità umana, di un corpo che subisce costanti trasformazioni. È la storia di un corpo che va oltre le apparenze sociali e che viene osservato nella sua fragile nudità, scrutato con una cruda verità appartenente ad ogni essere umano. È la storia del corpo che indossiamo tutti quanti, delle trasformazioni che giorno dopo giorno si imprimono sulla nostra pelle e dentro le ossa. È il racconto di un percorso che ci rende unici, incredibili, fragili, multiformi creature umane.

La dimensione della corporeità

Corporeità” deriva dal latino medioevale “corporeus”, corporeo: possedere un corpo, essere corpo, condizione che caratterizza ogni essere umano. L’uomo è fatto di corpo, è corpo: non può allontanarsi da questa concezione perché l’avvertimento della propria corporeità è l’unica cosa concreta che ha. Il corpo non è un semplice oggetto concreto: è qualcosa che va oltre, è un’entità che coincide con l’appartenenza e il possesso di noi stessi. Non possediamo altro che il corpo: forma inalienabile, una totalità con il soggetto che siamo. L’appartenenza e il possesso vengono sperimentati attraverso la coscienza della corporalità dalla quale non ci si può allontanare nemmeno se la si avverte come qualcosa di estraneo, fastidioso o ostile.

Se la vista e l’udito procurano piuttosto la gioia di conoscere, il tatto ci procura quella di essere, che ne costituisce il fondamento. Mi sento piantato al suolo, con tutto il mio peso di pover uomo, avviluppato d’aria e dai miei abiti, proprio qui, esattamente qui, come un imbecille e come un dono.” (F. Hadjadj, Mistica della carne)

Il corpo è il mezzo che permette di connettere l’uomo al mondo, di renderlo partecipe di una realtà fatta di carne, di fisicità concreta e di altri corpi che vagano. È un campo aperto di comunicazione e di relazione. Il corpo e il mondo si trovano uno dinanzi all’altro, si guardano, si toccano continuamente per creare una rete fitta, una superficie di contatto.

Nudo artistico @osphilia_ (Instagram account)

Corporeità deforme e pesante

Nonostante la dimensione corporea sia una condizione dalla quale non si può sfuggire, spesso il corpo assume la forma di un grande ostacolo, diventa un ammasso di carne pesante, un blocco che non consente di instaurare una comunicazione con il mondo esterno. DISMORFOFOBIA (dal gr. δύσμορϕος “brutto” e ϕόβος “paura”) indica il timore ossessivo di essere o di diventare brutti, asimmetrici, deformi: una paura che invade i pensieri di tanti individui contemporanei a quest’era governata dai dettami della bellezza commerciale. I corpi sono oggetti da mettere in mostra, da stereotipare come se fossero dei prodotti, delle merci. Ne deriva una percezione generale alterata del concetto di corpo, il quale viene immediatamente ricollegato a dei prototipi falsi, poco riconoscibili dalla gente e che, soprattutto, diffondono un enorme disagio che riguarda la propria fisicità. La relazione con il proprio corpo è qualcosa che va ben oltre i preconcetti sociali che riguardano ogni era in modo diverso: si tratta di instaurare un rapporto e un momento di ascolto con le proprie fragilità e di prendere consapevolezza dei mutamenti naturali che il corpo assume nel corso del tempo. Bisogna comprendere la necessità di concentrarsi sulla propria corporeità e di prestare attenzione ai messaggi che il corpo invia; bisogna prendersi cura dei propri sensi e saperli conoscere, controllare e accettare senza rincorrere disperatamente il bisogno di deformarsi e trasformarsi disperatamente per raggiungere ideali stereotipati. Il corpo, come affermò il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, è paragonabile ad un’opera d’arte: entità che si spiega attraverso le sue manifestazioni, tramite “nodi di significati viventi” esattamente come un dipinto si esprime con il dispiegarsi di colori e forme.

Giorgia Pizzillo

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