La passione per l’arte traspare dai film di Pasolini: ecco 3 quadri da lui ricreati

Pier Paolo Pasolini, grande intellettuale del secondo Novecento ci dimostra per l’ennesima volta che la cultura non è divisa in ambiti nettamente separati ma che è un insieme in cui tutto si collega e compenetra.

Infatti nella sua attività di regista si avverte intensamente la formazione letteraria e artistica. Soprattutto le lezioni universitarie di storia dell’arte, tenute dal grande critico artistico Roberto Longhi, hanno influito in modo decisivo sulla sua concezione del cinema. Infatti come egli stesso scrive, era rimasto impressionato dal metodo d’insegnamento del professore. Longhi era come una sorta di “apparizione” che, nelle ore del suo corso, proiettava in sequenza diapositive in bianco e nero contenenti immagini dei grandi capolavori. Le innumerevoli citazioni pittoriche nei fotogrammi delle pellicole costituiscono un valore aggiunto  e contribuiscono a rendere i film delle opere d’arte, nel vero senso della parola.

1. La “Deposizione” di Rosso Fiorentino

Nel film “La ricotta”, del 1963, Pasolini inserisce dei Tableux vivants, ovvero dei quadri viventi. Realizza cioè delle sequenze in cui gli attori si dispongono in modo da ricreare le figure del dipinto che si deve imitare. Il primo rappresentato è la “Deposizione”, del 1521, dell’artista Rosso Fiorentino. Nella sceneggiatura del lungometraggio egli prevede la rivisitazione de “L’incoronazione” di Pontormo. Tuttavia nella pellicola compare invece il tentativo di realizzare la celebre tavola manierista di Rosso Fiorentino. In questo film viene messo in scena il lavoro di una troupe cinematografica alle prese con la produzione di una pellicola sulla passione di Cristo.  Perciò noi, in questo tableau vivant, vediamo il registra che si accanisce contro gli attori che non sono in grado di atteggiarsi conformandosi alla sacralità del momento che interpretano e alla levatura culturale del riferimento. Dal disco con la musica sbagliata, all’attrice distratta dal proprio cagnolino, dalle risate fino al vecchio che si “scaccola” i problemi sembrano non finire mai, in una globale dissacrazione del tema religioso.

Particolare da “Deposizione” di Rosso Fiorentino

2. La “Deposizione” del Pontormo con i suoi colori irreali

Nella sceneggiatura de “La ricotta” è contenuta anche una distesa descrizione del modo in cui doveva essere ricreato il dipinto manierista “Trasporto di Cristo” di Pontormo. Descrizione che risente fortemente del nuovo modo di raccontare la storia dell’arte di Roberto Longhi. Quest’ultimo infatti utilizzava gli strumenti della letteratura per portare alla luce la storia delle figure immortalate ma anche delle forme, dei colori e della luce. Così anche Pasolini si lancia in una narrazione dei sentimenti di cui sono intrise le pennellate più che in una fredda notazione dei dettagli. L’accento viene posto principalmente sulla non naturalezza dei colori, metallici e artificiali e sulle pose ricercate dei personaggi allucinati.

Questo giallo e questo rosa- che empiono il gran vuoto dei corpi dagli orli schiumeggianti di papaveri, mosto, fragole e foglie lacustri- non sono tinte, ma soffi: soffi delicati, irregolari e potenti: come un resto indelebile d’incendio o sole sui fianchi d’un vapore in forma di colli o torrioni.

Nello scritto della sceneggiatura di sofferma anche sull’interpretazione degli angeli che reggono il corpo esanime di Gesù:

anche questi due angeli riccioloni e un po’ rosci, hanno l’aria contadina: ma cresciuti in città. Il fondo dell’espressione è perduto o piuttosto citrullo. (…) L’altro, accucciato, un pochino stempiato- con sotto la chioma ricciolona mezza roscia, gli occhi infossati, le ciglia spioventi e le mascelle un po’ troppo tonde e grosse- dev’essere marchigiano.

Particolare da “Trasporto di Cristo” di Pontormo

3. La “Madonna del parto” di Piero della Francesca

Non solo gli artisti manieristi ma anche un esponente del primo Rinascimento viene evidentemente citato da Pasolini. Nel film “Il Vangelo secondo Matteo”, del 1964, è presente un rimando all’affresco di Piero della Francesca “Madonna del parto”, del 1455 circa. I primi fotogrammi della pellicola mostrano il silenzioso dialogo di sguardi tra Maria e Giuseppe, immediatamente seguito da un’inquadratura più ampia al cui centro vi è Maria incinta. Lo sfondo su cui si staglia la donna assomiglia volutamente alla tenda retrostante la Vergine del celebre affresco. Il fulcro visivo di entrambe le scene è il ventre gravido, il miracolo divino, che se per Piero è da delineare come un evento glorioso per la ragazza del film pasoliniano sembra più un elemento di vergogna e timore. Mancano solamente gli angeli, perché la Madonna di Pasolini è sola nella sua fragile umanità, atterrita nella sua inconsapevolezza e semplicità, una giovinetta in carne ed ossa, non già una santa perfetta.

“Madonna del parto” di Piero della Francesca

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