La Parigi di Chiara, i teatri di oggi: ripartire dalla cultura per un domani migliore

Il 15 di giugno è arrivata la notizia della riapertura dei teatri. Con loro, risorge la cittadinanza e riparte definitivamente la cultura. Come in passato, così nel 2020…

Teatro Comunale di Ferrara (Teatrocomunalediferrara)

Dalle mie parti si dice che in dun ghé un bus, a ghé na duna (dove c’è un buco, c’è una duna), per indicare il rapporto consequenziale che spesso intercorre tra due avvenimenti, più di frequente che di rado, vicini. Su questa relazione di causa-effetto hanno disquisito i più grandi filosofi, storici, letterati e scienziati con solerte dialettica, giungendo ad un’inevitabile sintesi: il passato influenza il presente e, d’altra parte, il presente è influenzato dal passato. Così, quando si affronta una tragedia, come può essere stata la pandemia, bisogna tirarsi in piedi e ripartire, sperando in un domani migliore, seppure innegabilmente collegato alle decisioni del presente.
Ed è proprio qui, in quello che sta accadendo ora, che è necessario trovare un elemento al quale appigliarsi con le unghie e con i denti, fiduciosi di poter trarne i giusti frutti un domani. C’è chi ha trovato un affetto, chi un’occupazione, chi, invece, si è concentrato sulla cultura in tutte le sue sfaccettature.

La scuola palatina (ACCADEMIA FABIO SCOLARI)

Il palazzo della vita: una continua costruzione

Ci si immagini ora un edificio in continua costruzione, affollato di muratori, ingegneri, geometri, architetti e quant’altro. In ogni momento, ognuno di loro apporta una variazione allo stabile: c’è chi pone un mattone, chi progetta un intero piano, chi per quel piano prende le misure…ecco: ogni modifica effettuata rappresenta un attimo trascorso, che sosterrà le ristrutturazioni successive, le quali, a loro volta trascorse, ne sosterranno altre e via dicendo. E così ha luogo quello che possiamo definire il palazzo dell’esistenza. 
Tuttavia, può capitare che un avvenimento esterno, magari improvviso e solitamente violento, sconvolga la fatiscente fissità del nostro palazzo, facendolo crollare. Mi riferisco alle guerre, alle catastrofi, alle crisi economiche e, ahi noi!, alle pandemie. 
Poche cose rimangono a chi, in un modo o nell’altro, sopravvive combattendo ai suddetti sconvolgimenti. Di certo non rimane la cultura, che è la prima a patirne le conseguenze. Lo abbiamo vissuto in questi mesi: brusche frenate del turismo, città deserte, musei vuoti, pochi sussidi per i lavoratori dell’arte e dello spettacolo. Insomma, oltre che del primato d’essere i primi a chiudere, l’arte, lo spettacolo e la letteratura si avvalgono anche di quello di essere gli ultimi a riaprire. 
È anche vero che, dopo questi periodi bui, quando riprende piano piano a circolare, la cultura – e chi con essa lavora – dà luogo a periodi di enorme splendore. Facciamo alcuni esempi.

Primo esempio: Il Rinascimento, dai provenzali a Dante

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre nel 476 d.C., si apre un periodo di enorme crisi, che porta l’uomo ad una serie di incertezze determinanti per la nascita dell’Alto Medioevo: un periodo caratterizzato da epidemie, carestie e conseguenti e continui crolli demografici. Intorno all’anno Mille, ha luogo una (seppur) lenta ripresa, che coincide con la ripresa della circolazione della cultura. È il Basso Medioevo: è il periodo delle grandi opere, come le Cattedrali, della copiatura dei grandi manoscritti, dell’apertura verso l’arabo Oriente, portatore di conoscenze fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea. Si ricomincia anche a poetare. Nascono i poeti provenzali e da loro, non si sa bene come, i poeti della Scuola siciliana. Fino ad arrivare alla Toscana (e a Bologna), a Guinizzelli, a Cavalcanti e, rullo di tamburi, a Dante. Si forma quello che il Poeta definisce, dopo un overdose di ortica, Stilnovo. 
Dante, da una parte, e Giotto, dall’altra. Si pongono le basi del Rinascimento. Basi che vengono bruscamente frenate da un nuovo periodo di enorme crisi, dovuto a numerose ondate di pestilenza e alle continue guerre tra i Due Soli, il papa e l’imperatore. Il tutto culmina con il 1348, anno della Morte nera, della peste. Da allora la cultura italiana entrerà nel periodo di maggior splendore, dando vita al Rinascimento Italiano.

Secondo esempio: dalla Seconda Guerra Mondiale a Piero Chiara 

Il secondo esempio è più vicino a noi. Nel titolo c’è scritto dalla Seconda Guerra Mondiale, in realtà potrei citare anche la Prima: la prima metà del Novecento è stata fatalmente caratterizzata da morte e paura e la nostra cultura si è inevitabilmente affossata, a discapito del trascorso trentennio tra la fine del Ottocento e i primi anni del Novecento, che di contro ha visto un’epoca di enorme splendore artistico-intellettuale, la Belle Époque. 
Ebbene, il fulcro geografico della Belle Époque fu Parigi: Parigi fu l’unica città europea a resistere, apparentemente, alla crisi culturale, anche durante le Grandi Guerre, anche se la seconda la sofferse un po’…

A riprova di quest’ultimo fatto, basterà informarsi sull’enorme quantità di italiani che, intorno agli anni Cinquanta, migrarono verso la Ville-Lumière alla disperata ricerca di fortuna. Il motivo è semplice: mentre le altre città si dovevano ancora riprendere, Parigi era già a pienissimo regime. Di questo ne parla Piero Chiara, ne Il Cappotto di astrakan: “Verso la fine d’aprile del millenovecentocinquanta, non avendo trovato dalle mie parti e non pensando di trovare neppure in altri luoghi vicini, o per meglio dire in Italia […], pensai di portarmi a Parigi, senza programmi di alcun genere […]. Chissà, mi dicevo, che non abbia da cogliervi il bandolo di un avvio e magari a trovarvi la mia fortuna. […]. Vivere in quella gran città voleva dire imparare, capire il mondo, fiutare il vento. L’avervi passato qualche anno e magari soltanto qualche mese, poteva dare gloria per tutta la vita anche a un tipo qualunque…”. Questo incipit, a mio modestissimo parere, è uno dei più incisivi della storia della letteratura moderna e Chiara è uno di quei geni definibili assoluti, anche se spesso dimenticati. Il Cappotto di astrakan (ovvero, della lana di una capra del deserto) è un capolavoro di semplicità e coerenza, un mirabile intreccio di macro storia e micro storia perfettamente conciliato con il clima di frizzante fervore artistico ed economico, che si respirava a Parigi negli anni Cinquanta. 
La capitale francese si erge, nel romanzo e al contempo nella realtà, a univoca portatrice di quel messaggio di adrenalinica rinascita, così bramata tanto nella Seconda Guerra Mondiale, quanto oggi.

Piero Chiara sul Lago Maggiore (RSI)

Terzo esempio: in tempo di pandemia…

Una pandemia ha sconvolto il nostro quotidiano da un giorno all’altro, senza guardare in faccia nessuno. Ora, lungi da me l’idea di paragonare quanto capitato in questi primi mesi del 2020, ad una qualsivoglia guerra del passato, quantunque le verosimiglianze siano tutt’altro che esimie sia in morti, che in conseguenze economiche. Ci vorranno anni per riprendersi da questa batosta. 
Eppure, in mezzo a tante tragedie, un elemento si è dimostrato più che mai salvifico: la cultura, anche se a distanza, che ci ha tenuto compagnia in mezzo a tanta paurosa noia, durante la nostra clausura forzata.
Si è dimostrata quella “duna”, richiamata all’inizio, utile a colmare il “bus”, il vuoto lasciato dall’improvvisa mancanza della nostra vita quotidiana. Perché laddove avvenga una catastrofe, che sia una guerra o una pandemia, ci sarà sempre un Domani da riempire, per superare noi stessi, per imparare dai nostri limiti. 
Ecco, quindi, che la notizia del 15 di giugno, quella sulla riapertura dei teatri deve riempire di speranza ognuno di noi: il teatro è la culla della civiltà e quando riparte il teatro, riparte la vita. È il luogo dove la cittadinanza si riunisce, sentendosi parte attiva di un mondo parallelo, fatto di immaginazione e di finzione. 
Come se dovesse prevalere, malgrado ciò che è già, quel che in realtà potrebbe essere: malgrado i fatti, la fantasia. 

 

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