La nuova guerra fredda Usa-Cina: Bob Dylan rispecchia ancora la percezione popolare delle politiche

Negli ultimi anni, le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono state caratterizzate da particolari turbolenze a livello economico, le quali hanno  raggiunto un livello di criticità tale da essere definite come “nuova Guerra Fredda”.

A partire dal 2018, le relazioni tra Cina e Stati Uniti si sono incrinate con l’attuazione da una parte e dall’altra di dazi doganali che hanno avuto ripercussioni economiche anche in altri paesi. La canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, nata dalla volontà di dar voce alla disillusione giovanile delle politiche statunitensi durante la contrapposizione Usa-Urss, interpreta ancora oggi la percezione cittadina di fronte a tali manovre.

Le fasi dello “scontro”

Tutto è cominciato l’8 marzo del 2018, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò l’imposizione di tariffe sia sull’importazione dell’acciaio che sull’alluminio, legittimando tale presa di posizione con la volontà di ridurre il valore del deficit commerciale caratterizzante il suo paese, determinato in gran parte dalle operazioni di importazioni intrattenute con la Cina. Il secondo paese non tardò a controbattere, dichiarando che avrebbe usato lo stesso strumento nei confronti di svariati prodotti statunitensi. Dopo un’iniziale percezione di riavvicinamento, la tensione si è nuovamente riaccesa durante l’estate, quando Washington ha dichiarato l’introduzione di ulteriori misure restrittive in riferimento all’accesso di merci cinesi nel proprio paese, con conseguente controbattuta da Pechino (che ha ad esempio introdotto tariffe svantaggiose rispetto all’acquisto delle note moto Harley-Davidson).  Nel maggio del 2019 poi, Donald Trump decise di impedire alle aziende statunitensi di far uso di strumenti di telecomunicazione cinesi, considerati non in regola con le norme di sicurezza, incidendo così pesantemente sul commercio dei sistemi Huawei. I rapporti tra le due nazioni hanno continuato a delinearsi a fasi altalenanti, arrivando al 2 Settembre con il ricorso, da parte di Xi Jinping presso il World Trade Organization, denunciando le misure americane, alla firma da parte di Trump della legge a sostegno dei manifestanti di Hong Kong il 28 novembre e al raggiungimento di un’apparente intesa a metà dicembre 2019. Nel momento attuale,  tale contrapposizione mostra un forte impegno nel fronte tecnologico, come mostra il dibattito relativo al 5G e vede la potenza statunitense orientata a mettere in guardia gli altri paesi (compresi quelli appartenenti all’Ue) rispetto ai rischi di cyber attacchi e spionaggio da parte delle aziende cinesi, e quello relativo all’utilizzo in territorio americano della famosa app Tik Tok, che Washington ha cercato di vietare considerandola lesiva della sicurezza nazionale  e della privacy (sebbene almeno per il momento, il tribunale distrettuale di Washington DC abbia accolto il ricorso presentato dall’applicazione per continuare ad essere operativa negli USA in attesa della stipulazione di accordi con il governo statunitense).

La necessità di un intervento risolutivo di Biden

A seguito delle elezioni che hanno designato Joe Biden come nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, si è rivelato necessario sottolineare il bisogno di strutturare un nuovo disegno di relazioni con la potenza cinese al fine di evitare un vero e proprio scontro, definito da Henry Kissinger  “Una catastrofe comparabile alla Prima Guerra Mondiale”.  Secondo il noto ex Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense dunque, qualora i rapporti tra i due paesi non migliorassero, il rischio sarebbe la trasformazione della crisi in un conflitto armato dalle conseguenze particolarmente devastanti, data la strumentazione e le tecnologie di cui entrambe le potenze sono dotate. Per avviare un percorso di avvicinamento, Kissinger consiglia ad esempio di inziare a dialogare circa la collaborazione sul tema Covid-19, un tema particolarmente caldo che suscita incertezza e un senso di minaccia in tutto il mondo.

Come viene percepita la potenziale nuova Guerra Fredda?

Considerato il simbolo della percezione della disillusione dei giovani statunitensi rispetto alla politica statunitense degli anni ’50 e ’60, Blowin’ in the Wind di Bob Dylan sembra essere ancora capace di riflettere gli umori popolari rispetto alle decisioni intraprese dai vertici istituzionali.  Le parole utilizzate dal noto artista riflettono un senso di incertezza e delusione rispetto alle politiche internazionali non pacifiche e potenzialmente bellicose, che risuonano particolarmente attuali in un contesto in cui, tra le svariate emergenze, si delinea la possibilità dell’inizio di un conflitto fra le due potenze mondiali principali, proprio come avvenne nel secondo dopoguerra tra Usa e Urss.

Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento.

Questa strofa critica l’apparente incapacità dell’uomo di abbandonare totalmente ogni forma di guerra e scontro, parole che non solo ricordano tempi passati i cui protagonisti sono stati i giovani che hanno riempito le piazze di tutto il mondo manifestando contro la guerra (come avvenuto per quella in Vietnam) e diffondendo ideali pacifisti, ma che ben si prestano a descrivere l’interpretazione che molti, in tutto il globo, danno allo stato attuale di politica internazionale, temendo che emergenze già esistenti, come quella del Covid-19, vengano affiancate da ulteriori eventi negativi, come sarebbe se appunto si aprisse un conflitto armato.

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