La natura, il progresso, la felicità: quanto c’è di Leopardi in Fellini?

Leopardi e Fellini analizzarono l’esistenza umana nelle loro opere: scopriamo fino a che punto entrano in contatto.

                                               

Cinema e letteratura entrano continuamente in contatto e noi possiamo vantare di avere avuto giganti in entrambi i campi del sapere. Leopardi e Fellini toccano temi in comune e a detta dello stesso regista, il poeta è stato fondamentale nella sua formazione cinematografica. Due grandi intellettuali che hanno lasciato un patrimonio culturale immenso sulla vita, la natura, la politica e l’esistenza in generale.

La sera dello smemoramento

Il 27 luglio scorso veniva proiettato in Piazza Maggiore a Bologna 8½ di Fellini (1963). Come ogni anno, in occasione del festival “Sotto le Stelle del Cinema”, viene chiamato qualcuno che possa introdurre il film. Quella sera è stato Sergio Rubini a dedicare qualche parola al regista, raccontando un aneddoto molto particolare. Rubini era andato a casa di Fellini, si sedettero al tavolo quando Fellini esordì chiedendo: <<Chi sono io?>>. L’attore rimase abbastanza spiazzato, era una di quelle situazioni in cui un’intellettuale pone una domanda apparentemente semplicissima, ma che invece magari richiede una risposta particolarmente arguta. Immaginate di andare a casa di Quentin Tarantino e lui vi chiede “Da dove vengo?”. Sergio Rubini optò per la semplicità: <<Lei è il signor Fellini>>. <<Fellini…>> Rispose lui. <<E cosa faccio?>>. Stavolta lo lasciò davvero interdetto, era in bilico, non sapeva se pensare che fosse uno scherzo o una specie di test. <<Lei è un regista>> rispose Rubini. <<E tu chi sei?>> <<Io sono Rubini>>. Fellini divenne molto pensieroso, quasi preoccupato. Prese la rubrica e trovò il numero di Anna, così la chiamò. <<Pronto? Pronto Anna? Ho di fronte a me il signor Rubini, dice che sono Fellini, puoi parlarmi un po’ di me?>>. La situazione divenne abbastanza assurda, ma non si trattava né di uno scherzo né di un test, perché in quel momento Fellini stava avendo un piccolo episodio ischemico dal quale quella sera stessa si riprese completamente. Volle ringraziare Sergio Rubini facendogli il dono di un quadretto con su scritto “caro Sergio ti voglio tanto bene. N.B. La sera dello smemoramento”. È un ottimo inizio per parlare di Fellini, perché che cos’è il cinema se non un atto di smemoramento? Davanti ai film di Fellini ci si dimentica totalmente chi si è, dove ci si trova, che giorno è, ma si entra in una dimensione altra che parla anche di noi attraverso le vite degli altri. Fellini ha saputo interpretare ogni nostro sussulto senza mai conoscerci e facendoci dimenticare chi siamo ha raccontato la nostra storia.

Una rigida educazione

I rimandi letterari nel cinema felliniano sono davvero molteplici, ma uno dei poeti più amati da Fellini era Leopardi. Avendo i due un’educazione rigida, uno ha visto nel cinema una forma di espressione di evasione e l’altro nella letteratura. I genitori del poeta crescevano i figli in un rigoroso senso cristiano, che non aveva nulla di veramente spirituale, ma erano solo un insieme di leggi rigorose da rispettare. Il padre, contrario agli ideali della Rivoluzione Francese, dava grandissima importanza alla cultura e allo studio per distinguersi, mentre la madre educava i figli nel segno di un rigido e bigotto moralismo. Fellini invece ha vissuto la sua infanzia e adolescenza in pieno regime fascista, la scuola era nelle mani di individui che monopolizzavano il sapere e lo classificavano in generi (materie per le femmine e materie per i maschi), non c’era alcun esercizio di creatività, ma solo di obbedienza. L’educazione cristiana poi ha giocato un ruolo fondamentale sia a scuola che in famiglia, è qualcosa che ci trasciniamo dietro tuttora. Con un’educazione di questo genere tutto potevamo aspettarci meno che menti geniali come quelle che ne sono venute fuori, di conseguenza è inevitabile che Fellini abbia visto in Leopardi una sorta di “fratellanza”.

La felicità e le sue illusioni

Quando Leopardi riuscì finalmente a lasciare Recanati per esplorare le varie realtà di Italia, si recò a Roma. Ne rimase molto deluso, si trovò di fronte una città in decadenza e trascurata, i salotti intellettuali li ritenne arretrati e stantii. Di tutt’altro pensiero sarà poi Fellini, innamoratissimo della città eterna, non solo dei luoghi in cui ha girato decine e decine di scene, ma anche di ciò che emanano i sentieri romani e tutti i personaggi che ne vengono fuori.

Alla base del pensiero leopardiano c’è una speculazione filosofica incentrata sul capire cosa cerca l’uomo. La vita umana cerca continuamente il piacere, che è l’illusione della felicità, ma una volta appagato il piacere si torna in un oblio di dolore e tristezza. Molte volte è stato detto che Leopardi era pessimista e depresso, ma pochi poeti hanno saputo esaltare la vita, la bellezza e la natura come ha fatto lui. Allo stesso modo i film di Fellini ci presentano personaggi inetti e con poco slancio vitale, che non sanno bene neanche loro cosa vogliono, solo che vorrebbero essere felici. Guido, protagonista di 8½, ad esempio, è un regista intento a realizzare un grande film, ma più si va avanti nella trama più questo scopo gli sfugge, come se i suoi interessi fossero altri, come se ci fosse qualcosa di più importante: la felicità. Non appena si accorge che questa diventa sempre più irraggiungibile vuole mollare tutto e non fare niente. Un altro elemento che li accomuna è sicuramente la satira e il cercare espedienti metaforici per comunicare messaggi nascosti.

Frame tratto dal film 8½

Secondo Leopardi anche il progresso e la ragione sono illusioni della felicità, illusioni che sono davvero palpabili nel film Lo sceicco bianco del 1952. Un film che sa di anni ’50 in ogni suo pixel: dalla mentalità al look, dalla concezione della famiglia a quella del divertimento grazie al boom economico. Un appena nata e apparentemente felice coppia di sposi, intraprende il viaggio di nozze in Vaticano. Lui il tipico uomo moderno, dà importanza all’estetica, al rigore, al nome della famiglia; mentre lei, totalmente succube del marito, ha solo un desiderio una volta arrivata a Roma: incontrare il bel protagonista del suo fotoromanzo preferito, l’affascinante sceicco bianco (interpretato da Alberto Sordi). Le varie peripezie del film faranno intendere proprio che progresso e ragione non vanno a pari passo con la felicità.

Nella fase del pessimismo cosmico di Leopardi, si arriva alla conclusione che non è l’uomo a crearsi un continuo stato di infelicità, ma è la natura maligna che mette al mondo le sue creature e le lascia da sole, indifferente a ogni loro richiamo. Ma il poeta così facendo interpreta ed analizza la vita e la natura, capendo che l’unico modo per andare avanti è allearsi, aiutarsi ed essere solidali tra noi. Per questo è il poeta della vita, come è il regista della vita Fellini, che interpreta l’esistenza umana come un grande circo, pieno di maschere e personaggi, dove ognuno cerca di non farsi troppo male. Entrambi non si rassegnano al dolore, ma anzi danno speranza volendo riscoprire un senso di umanità che ci possa accomunare.

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