La morte livella il divario tra nobili e umili cittadini? Parini e Totò rispondono

Quando la morte mette a nudo la fugacità delle gerarchie sociali nei dialoghi di Totò e Giuseppe Parini

Versi conclusivi dell’ ” ‘A livella”

“A morte ‘o ssai che d’è? È ‘na livella!”: la lapidaria sentenza in chiave di chiusura della celebre poesia del principe Totò racchiude l’essenza dell’umana esistenza. Giuseppe Parini, uno dei più grandi poeti del Settecento, presenta un dialogo immaginario fra i cadaveri di un nobile e di un poeta, evidenziando la funzione di quest’ultimo di mediatore di supremi valori di civiltà da diffondere ad un’ élite nobiliare spesso oziosa e ostentatrice dei propri titoli.

Antonio De Curtis

Il nobile e il netturbino

Totò, nome d’arte del principe Antonio De Curtis, narra di un immaginario incontro di due anime nel giorno della Commemorazione dei defunti. L’autore presenta la visita alle tombe dei propri cari come un obbligo morale, un dovere imprescindibile che rispecchia una tradizionale ricorrenza. Secondo Totò “ognuno adda tené chistu penzier”, ognuno deve recarsi al cimitero e sottolinea quanto lui tenga a non venir meno a tale “crianza” andando puntualmente il 2 Novembre al “loculo marmoreo” di sua zia Vincenza. Con tono enfatico, l’autore esorta il lettore ad ascoltarlo, prestando attenzione a quanto accaduto. Il nobile marchese Signore di Rovigo e di Belluno è deposto in un tumulo adornato da croci, lettere commemorative, liste con le onorificenze accumulate, candele e corone di fiori. Poco distante, il visitatore incappa nella tomba di un umile netturbino sulla cui lapide abbandonata e dissestata è a mala pena visibile il nome. Il protagonista si ritrova chiuso nel cimitero e allo scoccare della mezzanotte, vedendo avvicinarsi due ombre, si chiede se fosse desto, se stesse sognando o se la sua fantasia stesse delirando. L’uomo assiste allo scontro verbale tra il merchese e il netturbino riguardo alla vicinanza dei loro tumoli. Il nobile incalza il povero operaio accusandolo di ever oltraggiato la sua tomba riposando accanto a lui. Il netturbino, mortificato, afferma di non aver colpe in quanto sono stati i suoi familiari a scegliere il luogo della sepoltura e dice che, se dipendesse da lui, si sposterebbe ben volentieri. Il marchese accresce sempre più la propria ira e prima di giungere “all’eccedenza”, il netturbino enuncia il suo concetto di morte. Quando un individuo passa a a miglior vita, nulla è più come prima: egli perde tutto, la vita e “o ‘nnome”. Le distinzioni sociali sono un aspetto concreto nella quotidianità, sono un marchio che ci si porta dietro nel corso dell’intera esistenza compromettendo, in molti casi, l’opinione altrui. Il netturbino sottolinea che tali differenziazioni si annullano al termine della vita, che i titoli non sono più validi, che sono “pagliacciate” appartenenti al mondo dei viventi : loro sono diversi, resi seri sotto il colpo falce mortale che ha reciso i contrasti dovuti alle gerarchie sociali.

G. Parini

Il nobile e il poeta

Nel “Discorso sopra la nobiltà” di Giuseppe Parini viene rappresentato un incontro immaginario tra gli spiriti di un nobile e di un poeta. Di fronte alle iniziali pretese dell’aristocratico, il poeta confuta tutte le sue tesi riguardanti l’ideale superiorità delle nobiltà. L’intellettuale ricorre a magistrale ironia per incalzare l’interlocutore insofferente per la vicinanza dei loro loculi affermando la sua clemenza nel tollerare il cattivo odore del corpo in decomposizione del nobile. Il poeta definisce il rispetto come un concetto intermedio tra l’affetto e la meraviglia e che la forma di riverenza provata dagli altri nei suoi confronti non è altro che adulazione mirata ad ottenere favori e benefici dal nobile, verso il quale la popolazione mostra sentimenti tutt’altro che disinteressati e cattive parole dopo della sua morte. Fulcro del dibattito è la purezza del sangue nobiliare tradizionalmente considerato diverso da quello del popolo: tale tesi viene smontata dal poeta che mostra casi di nobili macchiati di vizi contrapposti a esponenti di ceti meno elevati ma colmi di virtù. Nel corso della conversazione, il pensiero dell’aristocratico muta, ormai consapevole dell’effimero valore dei titoli onorari. Nella parte conclusiva il nobile è ormai totalmente incapace di parlare poiché in vita non ha mai avuto l’esigenza di confrontarsi con gli altri, troppo interessati ad idolatrarlo per poter mettere in discussione la sua opinione. Dal dialogo fuoriesce un totale mutamento del modo di pensare dell’aristocratico ed un sublime capovolgimento dei ruoli dei due personaggi rispetto alla propria condizione sociale nel corso dell’esistenza terrena.

 

L’essenza dell’esistenza

Parini e Totò rappresentano, ricorrendo a situazioni immaginarie, una realtà più concreta che mai, legata alla fugacità dei titoli nobiliari. Tutti i beni e valori terreni si mostrano vani rispetto alla morte, concepita da entrambi come rivelatrice di Verità. È solo dopo una vita di false illusioni che ci si rende conto di ciò che è essenziale ed imprescindibile, di ciò che resiste all’azione corrosiva del tempo. Ogni ruolo di rilievo ricoperto nel corso della vita non ha valore nel momento in cui l’individuo rimane solo con se stesso: ridotto ad incorporea essenza, è privato di tutto eccetto della propria anima e delle virtù morali.

 

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