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La metafisica aristotelica e il canone policleteo ci aiutano nella ricerca della perfezione

Il concetto di perfezione cresce e prospera nel fertile terreno della Grecia filosofica.

Il Doriforo di Policleto, Wiktionary

Parrebbe semplice riuscire a definire che cosa rappresenti la “perfezione” ma, se ci addentriamo nelle profondità della sua semantica, il garbuglio di sfaccettature assume forme dibattute e paradossali.

Qualche passo iniziale nel mare magnum del pensiero

Già svariate volte, nel nostro percorso scrittorio alla scoperta di persone ed esperienze, è stato necessario rivolgersi ad un “tuttologo” (termine rivedibile dal punto di vista stilistico ma efficace) in grado di illuminarci la via della conoscenza: Aristotele. Tra tutti i suoi scritti ve n’è uno che c’aiuterà ad affrontare con maggior competenza il concetto in esame oggi, riguardante la perfezione: la “Metafisica” e il quinto libro in particolare. La “Metafisica” non si delinea propriamente come un libro filosofico, ma più come una raccolta di trattati in merito a precisi concetti cognitivi ad uso scolastico e dunque non destinati alla pubblicazione, almeno non per volontà del suo autore. Attingendo dal calderone semantico di un “gigante” che ha solcato il suolo recanatese, potremmo definire l’opera una sorta di “zibaldone filosofico” privo di fissa struttura letteraria e cronologica ma coerente nel ragionamento. La sezione che più c’attira è la quinta, in cui Aristotele si dedica alla spiegazione dei termini chiave del suo pensiero, costituendo una simil “cassetta degli attrezzi” indispensabile per lavorare d’ingegno sui testi.

“Il primo libro della Metafisica”, Aristotele, 1919, ibs.it

La definizione dello stagirita

L’origine di “perfezione” è da rintracciare nel lessico latino, dove il termine deriva dal verbo “perficio” che significa “porta a termine”, “finire”. Se si ha un minimo di dimestichezza con l’usus romano, caratterizzato dall’abilità di “prendere in prestito” e ricoprire con nuova veste, si può facilmente immaginare che la fonte primigenia sia ellenica. Telos è l’equivalente greco del “perfectus” italico, aggettivo derivante dal verbo succitato, ma assume una connotazione più concreta attribuibile ad oggetti e individui. Sarà poi il pensatore di Stagira, antica città nell’attuale Macedonia, a distinguere le varie sfumature semantiche in tre sotto-concetti: ciò che è completo, ciò che assume a se un grado di bontà talmente alto da essere migliore di tutti i suoi simili e ciò che ha raggiunto il suo scopo. Facilmente memorizzabili e da sciorinare magari durante un’interrogazione di filosofia, dannatamente “spinosi” e discussi dal IV sec. a.C. sino ad oggi. Per noi comuni mortali, la perfezione è un attributo che qualifica qualcosa privo di mancanze, ineccepibile, impossibile da superare e…perfetto, appunto!

Busto di Aristotele, parentesistoriche.altervista.org

Il non plus ultra scolpito nel marmo

Una delle opere classiche più conosciute e riprodotte di tutti i tempi è il “Doriforo”, che tradotto significa “portatore di lancia”. Databile intorno al 450 a.C., la statua marmorea è opera dello scultore greco Policleto, che non si distinse solo per la capacità artistica ma anche per la teorizzazione antistante divenuta modello fondante. È per l’appunto nel trattato perduto “Il Canone” che l’artista si occupa dei temi di armonia ed equilibrio in merito alle perfette proporzioni da riportare nell’atto scultoreo, applicando concrete misurazioni del corpo umano. L’opera succitata realizza a pieno gli intenti del suo ideatore, per i quali l’uomo viene rappresentato in posizione eretta, nudo, con una gamba leggermente arretrata e una scelta anatomica ben precisa: la testa corrisponde ad 1/8 dell’intero corpo, il busto a 3/8 e le gambe ai restanti 4/8. Oltre ad una ripartizione così matematicamente precisa, gli arti nella loro totalità rispondono ad una regola stabilita, basata sul movimento dato dalla tensione o il rilassamento dei muscoli, definita chiasmo in quanto produttrice di un ritmo incrociato simile alle lettera “chi” greca.

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