Il capolavoro di Stanley Kubrick condivide coi principali rappresentanti del romanzo storico ottocentesco la maniacale ricerca di veridicità storica, unita ad un tentativo di evidenziare le dinamiche di un’ intera società.

Un regista così visionario e così poliedrico come Kubrick non poteva non cimentarsi con il cinema storico, nello specifico quello cosiddetto “in costume”, molto lontano dal suo tempo, distante ben due secoli. E questi due secoli non erano solo separati da eventi o da calendari, ma anche da tradizioni, abbigliamento, rapporto con la natura e dalla mentalità. Tutto questo, coniugato con l’altra grande caratteristica del regista anglo-americano ovvero la maniacalità nei dettagli, portò ad un risultato eccezionale come “Barry Lyndon“, che dimostreremo essere un romanzo storico scritto con la macchina da presa al posto della penna.

Un romanzo già scritto?
In realtà i presupposti sono ingannevoli, perché quello che esce nelle sale cinematografiche del 1975 è un film basato in realtà su un romanzo picaresco del 1844, uscito prima a puntate e poi in versione unitaria e scritto da William Makepeace Thackeray. Il libro narra delle vicende di Redmond Barry, giovane irlandese che vive una serie di avventure che lo portano a duellare per amore, a partecipare ad una guerra, a frequentare altolocati giocatori d’azzardo e poi a sistemarsi sposando una donna molto ricca della nobiltà inglese, prima di soccombere e finire in disgrazia. Eccezion fatta per alcune parti, Kubrick riprende con sostanziale fedeltà l’andamento delle vicende del romanzo, perciò, detto brutalmente, non ha inventato nulla a livello di trama. E vedremo che il rapporto tra fatti realmente accaduti e invenzione di fantasia è stato per anni il nodo centrale del romanzo storico. Ma la grande operazione che ha compiuto il regista, quella che lo rende simile a un Walter Scott o a un Alessandro Manzoni, è stata quella di ricostruire in ogni singolo e minuscolo dettaglio l’ambiente circostante i personaggi e le loro azioni. Anzi, Kubrick riesce a rendere visivamente queste azioni perfettamente coerenti con quelle settecentesche, figlie della mentalità e delle abitudini di un’epoca scandagliata a fondo con la lente di ingrandimento. Questo è il processo che lo rende un romanzo storico proiettato su uno schermo: la meticolosa indagine propensa ad una resa perfetta e inappuntabile del contorno dell’azione e che possa giustificare pensieri e scelte dei personaggi. Nonostante fosse già tutto scritto, il regista avrebbe potuto romanzare la vicenda, trascurare l’ambientazione o focalizzarsi su altri dettagli, come già era accaduto nella storia del cinema storico. Invece il suo puntiglio perfezionista lo ha portato a sfornare un prodotto che, se tornasse in vita un individuo del Settecento, costui penserebbe che in così tanti anni nulla sia cambiato rispetto a quando viveva lui. Ciò che davvero lo contraddistingue non è l’originalità della materia trattata, ma il modo di approcciarsi ad essa, la procedura adottata. Un po’ come Manzoni stesso che, nell’introduzione ai “Promessi Sposi” dice di essersi ispirato ad un manoscritto del XVII secolo, qui Kubrick ha ripreso davvero fedelmente una storia già scritta per fare del contesto il protagonista.
Questione di dettagli
Paragoni a parte, è di indubbio valore il lavoro che Kubrick e i suoi collaboratori hanno portato a termine. E infatti un oscar alla migliore fotografia (John Alcott), alla migliore scenografia (Ken Adam), ai migliori costumi (Milena Canonero) e al miglior colonna sonora (Leonard Rosenman) sono indiscutibilmente meritati per una precisissima ricostruzione storica. Partendo dai costumi, il lavoro enorme per riprodurre pettinature ardite (su tutte quella di Lady Lyndon), il vestiario di nobili e contadini, le giubbe rosse dei soldati inglesi o quelle blu e bianche di quelli prussiani è stato frutto di intensissime ricerche, così come un enorme sforzo è stato devoluto alla ricostruzione degli ambienti. I giardini, i paesaggi e gli interni delle case con le stanze ricche di quadri, il mobilio: è tutto ripreso e tradotto in frame dopo la consultazione e l’attento studio di una quantità spropositata di opere pittoriche o scultoree dell’epoca. John Constable, Thomas Gainsborough e tanti altri artisti vennero visionati e studiati fino a riuscire a comporre scenografie e ambienti fedeli in maniera impressionante a quello che si può vedere ritratto nelle opere d’arte. E Kubrick non risparmia nemmeno le pose, gli atteggiamenti e le interazioni che le persone del Settecento hanno con ciò che le circonda: i personaggi dialogano con l’ambiente e a questo modo riproduce i movimenti degli attori combacianti in tutto e per tutto a quelli consultabili nei documenti (tra i quali, naturalmente, trovano spazio anche fonti storiografiche e scritte). Perciò è facile che si noti che un fermo immagine sia simile in modo stupefacente ad un dipinto conosciuto, come ad esempio il “Malvern Hall” del già citato John Constable. Una natura romantica (quella inglese e irlandese) ripresa dai quadri e trasportata su pellicola: la storia è stata ricostruita anche con i dipinti di paesaggio.

L’indagine storica spazia ancora di più nelle vicende che accadono attorno ai personaggi e nelle quali essi sono coinvolti. Dunque, se Manzoni nei “Promessi sposi” introduce i tumulti del pane di Milano e la peste bubbonica del XVII secolo, il duo Thackeray-Kubrick parla della Guerra dei Sette anni, alla quale il protagonista Redmond Barry partecipa nelle battaglie di Minden (1759, tra le file inglesi) e di Warburg (1760, nell’esercito prussiano), entrambe realmente avvenute e poco conosciute. E se Kubrick desume la trama dal romanzo, nondimeno si impegna per rappresentare per filo e per segno il modo di combattere dei soldati, le situazioni che si creavano nei reggimenti anche con le risse tra soldati o la diserzione frequente. Inoltre ricostruisce balli tipici e folkloristici con le relative musiche, le quali sono anch’esse desunte completamente dall’epoca in cui è ambientato il film: dal concerto riservato ad una platea ristretta e nobile fino alle marce militari e alle fanfare, Kubrick non cessa mai di sottoporre all’udito dello spettatore la musica risalente al tempo in cui tutto è collocato. Musica che fa da contorno ad un paesaggio quasi statico, ovattato, frutto della visione che Kubrick ha di un secolo in cui tutto, tranne le scene di guerra, sembra immobile: la campagna, i prati, i giardini, la vita di corte (che ricorda un po’ quella del “Giovin Signore” di Parini). Tutto è apparentemente calmo, tranquillo e placido proprio come nei quadri che lo ritraggono, ma prelude ad un periodo di enormi scossoni: gli eventi del film terminano nel 1789, data simbolica che non c’è bisogno di chiarire. E anche qui l’indagine prende piede e si espande in ogni frangente, mettendo in luce i passatempi dei nobili dediti perlopiù a frivolezze e al gioco d’azzardo, ad uno stile di vita spendaccione che li conduce ad indebitarsi. Poi ci si sposta alla piccola e medio borghesia, arrivista e intraprendente, che fa di tutto per arricchirsi e in grado di trasformare persino un giovane di forti sentimenti romantici come Redmond in una persona che cerca solo di sistemarsi per bene. Ultimo ma meritatissimo focus: le luci, ciliegina sulla torta della ricostruzione di Kubrick. Per avere la resa migliore di colori, vestiti e fisionomie, il regista ha deciso di girare solo con la luce naturale. Ciò, finché le scene sono ambientate all’aperto, non crea un grosso problema per un talentuoso come lui. Ma quando la luce cala e ci si sposta in scene notturne dentro i palazzi dei nobili o l’umile casa di una contadina prussiana, entra in gioco una speciale macchina da presa con un innovativa pellicola a sensibilità elevata in grado di riprendere con la sola illuminazione delle candele, proprio come erano abituati a vedere al buio gli occhi nel Settecento. Tutto è presentato precisamente come doveva essere.

La storia, protagonista e insegnante
Il romanzo storico lavora molto nel modo in cui Kubrick ha approcciato la materia che ha trattato. Innanzitutto si tratta di una delle numerose varianti del romanzo che si sono sviluppate a mano a mano che questo è divenuto il genere più praticato, anche grazie all’ampliamento del pubblico e al nuovo gusto per le opere narrative e letterarie. Il romanzo storico, nello specifico, si prefigge di trattare un insieme di vicende che abbiano uno sfondo ben inquadrato e meticolosamente ricostruito, non frutto di idealizzazioni o di parziali rifacimenti. La fantasia dell’autore deve limitare al massimo grado la sua presenza, in quanto quest’ultimo deve solo tracciare le linee percorse dai suoi personaggi seguendo quelle disegnate già dalla storia, dal corso degli eventi. E laddove questo risulti impossibile (per esempio nella descrizione dei sentimenti dei personaggi o nel riportare i loro pensieri, insomma nella soggettività che sfugge ai libri e ai documenti) è necessario cercare la verosimiglianza, concentrandosi non su una caratterizzazione casuale dei personaggi ma delineandoli in base a come sarebbero dovuti essere se vissuti davvero nell’epoca in cui è ambientato il racconto. Renzo e Lucia, ma anche Don Rodrigo, sono individui perfettamente composti da background storicamente attendibili e rintracciabili nei loro corrispondenti di cui Manzoni ha potuto leggere nelle sue ricerche, così come i personaggi di Scott o di Victor Hugo. E attorno ai protagonisti delle classi umili, Manzoni pone, come pedine certificanti il valore storico del suo romanzo, figure quali Gertrude e il cardinale Federigo Borromeo, realmente esistite e agenti qui in qualità di personaggi veri e propri. Tutto nei “Promessi sposi” è intriso di storicità, di minuziosa ricerca (anche linguistica) dell’esatta corrispondenza, così come è comune a Kubrick e ai romanzieri storici l’interesse per un’epoca passata ma molto importante: in pieno Romanticismo, Walter Scott guarda al Medioevo come culla delle moderne nazioni, in opposizione alla logica classicistica dell’Illuminismo; Manzoni ambienta il suo racconto nel Seicento per una critica a quel periodo di storia italiano-lombarda e per un paragone velato con la sua epoca; per Kubrick il XVIII è il secolo della staticità del vecchio ordinamento che sta per essere scardinato dalla Rivoluzione francese, dopo la quale nasce la modernità.

Un lontano passato da riesumare e da riprodurre con fedeltà assoluta di modo da fornire non solo diletto al lettore ma anche un insegnamento. In fin dei conti è questo lo scopo del romanzo storico: fornire una verità storico-morale che solo la storia, per l’appunto, può dare, con il contributo della letteratura laddove le documentazioni storiografiche sono manchevoli. La storia è la vera protagonista di questo genere, colei che in un certo senso dà vita da dentro ai personaggi, ai loro gesti, ai loro ragionamenti e alle relazioni tra di loro, nonché al paesaggio e agli usi e costumi. Questo, infondo, è l’aspetto che Kubrick ha fatto suo. Il limite del romanzo storico, su cui si è discusso a lungo e che ha portato alla sua fine, è proprio quello di non essere stato in grado di prescindere dal ruolo dell’invenzione autoriale, per cui la storia da sola non poteva contenere tutti i messaggi e le verità cercate. La moralità sta nella storia ma inevitabilmente anche nell’autore, che è padrone dei nessi psicologici dei personaggi e perciò depaupera le vicende dell’unicità del ruolo di portatrici del messaggio. In questo senso forse Kubrick è andato oltre, basandosi su un libro strutturato come un’autobiografia che racconta la vita di un uomo dentro e attorno al quale agisce la storia, quella del suo secolo. Così il regista può concentrarsi ancora di più nel dare vita ad un intero mondo circostante i suoi personaggi. Quel mondo è proprio la storia, di cui ognuno è figlio e alla quale ognuno partecipa, quella che muove le azioni di Redmond Barry Lyndon tanto quanto agisce e influenza ogni parola o gesto compiuto da un personaggio come Renzo Tramaglino.
