Il Superuovo

La guerra in Kosovo: Jovanotti, Ligabue e Pelù mostrano la sofferenza causata dal conflitto

La guerra in Kosovo: Jovanotti, Ligabue e Pelù mostrano la sofferenza causata dal conflitto

Il 9 giugno 1999 venne firmato l’accordo di Kumanovo, che pose fine al cruento conflitto in Kosovo. Una guerra violenta che vide il coinvolgimento di paesi ed enti esterni, attribuendole una valenza globale.

Breve ma particolarmente intensa, la guerra in Kosovo si è consumata tra il febbraio del 1998 e il giugno del 1999, vedendo la contrapposizione di ciò che rimaneva della Jugoslavia e l’esercito di liberazione del Kosovo a cui si affiancò la NATO. Vittime, sofferenze e dolore, questo è cio che ci raccontano Jovanotti, Ligabue e Pelù.

All’origine del conflitto

Il Kosovo è un territorio che storicamente ha conosciuto un importante insediamento della popolazione albanese, la quale nel tempo si è dimostrata essere l’etnia maggioritaria nel paese. La questione cruciale che si è riflessa in tale area è la tensione tra il popolo serbo e quello albanese, la quale affonda le proprie radici in secoli passati, partendo dall’allontanamento degli albanesi dalle zone coinvolte nel principato serbo nel XIX secolo fino ad arrivare alla seconda guerra mondiale. Successivamente, durante il dominio di Tito in Jugoslavia, nel 1974 venne adottata la Costituzione Jugoslava, la quale concesse al Kosovo, al tempo riconosciuto come una provincia della Repubblica Socialista di Serbia, una serie di diritti, tra cui autonome cariche politiche, il divieto di alterarne il territorio senza prendere in considerazione quanto stabilito dall’assemblea provinciale e la possibilità per i governi locali di porre il veto sulle decisioni adottate dalle istituzioni serbe. I governi locali furono costituiti prevalentemente da membri della popolazione albanese, poiché maggioritaria, e così aumentò il nazionalismo e il desiderio di distaccarsi dal potere serbo ormai presente da tempo. Tale volontà condusse la popolazione albanese a richiedere fortemente l’autonomia del proprio paese dal potere istituito a Belgrado, un’autonomia che però fu notevolmente contrastata, fino ad essere revocata, dal regime serbo capitanato da Slobodan Milošević, il quale volle soffocare le volontà albanesi con vere e proprie politiche discriminatorie. Si parlò di volontà di serbizzare il Kosovo, una decisione che trovò un’attuazione pratica anche nel sollevamento degli albanesi dalle cariche che rivestivano presso le istitizioni locali e dall’imposizione del serbo come lingua ufficiale. Fu su queste basi che venne deciso di strutturare un apposito esercito che facesse valere le tendenze indipendentiste locali, il quale prese il nome di Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), poiché apparve ormai impossibile riuscire a contrastare le autorità serbe in modo pacifico.

Lo scontro

Sebbene nel 1990 il Kosovo si fosse dichiarato una repubblica indipendente, da Belgrado venne deciso di non riconoscere il Parlamento lì costituito, che venne dunque sciolto. Fu tentata la costituzione di un nuovo organo parlamentare da parte degli albanesi kosovari, ma la reazione serba fu forte. Così intervenne ufficialmente l’UCK, il quale conobbe una rapida controffensiva da parte dell’esercito inviato da Belgrado, dando il via alla guerra, nel febbraio 1998. Da entrambe le parti le misure adottate furono particolarmente violente e non andarono a colpire solo i soldati coinvolti nei due schieramenti, bensì ebbero ripercussioni gravi sia sulla popolazione che sulle città, devastando i vari territori in cui ebbero luogo i combattimenti. Si parlò, per ambo i lati, di crimini di guerra. Quello che prima sembrava essere un contrasto circoscritto in una determinata porzione del globo, dunque una tensione interna dove solo le parti coinvolte avrebbero dovuto impegnarsi per porre fine alle tensioni, si rivelò essere rapidamente una dinamica dalla valenza internazionale. Furono proprio i brutali metodi utilizzati sia dagli albanesi kosovari che dai serbi per far valere le proprie posizioni che indussero all’attivazione di un intervento esterno. Difatti, se l’UCK organizzò e mise in atto attacchi definibili anche come attentati terroristici, dall’altro lato la polizia serba rispose con forme repressive indubbiamente aspre e sanguinose. Nel 1999 dunque, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) decise di prendere parte allo scontro schierandosi contro la Serbia. Attraverso una serie di negoziati venne elaborato l’accordo di Rambouillet, che permetteva lo stanziamento dell’esercito NATO in territorio Jugoslavo e furono molti i paesi che autorizzarono all’organizzazione l’utilizzo del proprio spazio aereo, tra cui l’Italia. Il testo inoltre previde il riconoscimento del Kosovo come provincia autonoma, ma ancora non si parlava di vera e propria indipendenza. Quanto deciso a Rambouillet fu comunque un fallimento, in quanto la parte serba non accettò la presenza di militari stranieri nel territorio jugoslavo. Fu poi nel 9 giugno del 1999 che il conflitto terminò, quando con l’accordo di Kumanovo, dove venne deciso di ritirare le truppe serbe presenti in Kosovo, avviando la chiusura della guerra che avvenne ufficialmente due giorni dopo. Nel paese venne avviato il processo di amministrazione internazionale guidato dalle Nazioni Unite (ONU), il quale permase fino al riconoscimento ufficiale dell’indipendenza del Kosovo avvenuta nel 2008.

Jovanotti, Ligabue e Pelù forniscono un’ulteriore prospettiva

La guerra in Kosovo dimostra come le tensioni tra comunità possano passare da scontri più o meno moderati a conflitti cruenti. Il 17 giugno 1999 Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù pubblicarono  “Il mio nome non è mai più“, che trasse ispirazione proprio da quanto avvenne in Kosovo al tempo dell’intervento militare della NATO. Tutti i proventi vennero destinati ad Emergency, impegnata al tempo non solo in Kosovo, ma anche in Cambogia, Sierra Leone e Afghanistan. Il testo della canzone riflette il sentore popolare delle parti coinvolte nel conflitto.

“C’era una volta la mia vita
C’era una volta la mia casa
C’era una volta e voglio che sia ancora.”

La contrapposizione tra passato e presente, tra quotidianità e sofferenza. Questo è ciò che provano coloro che abitano territori dilaniati dalla guerra, aggrappandosi alla speranza di poter tornare alla vita di un tempo.

“Eccomi qua, seguivo gli ordini che ricevevo
c’è stato un tempo in cui io credevo
che arruolandomi in aviazione
avrei girato il mondo
e fatto bene alla mia gente”

In questo caso invece viene rivelata la presa di coscienza dei soldati, i quali si sono ricreduti rispetto alla propria missione. L’idea di eseguire ordini orientati a qualcosa di positivo e benefico venne sostituita da rammarico e rimpianto.

“E dico si al dialogo
perchè la pace è l’unica vittoria
l’unico gesto in ogni senso
che dà un peso al nostro vivere”

Infine i tre cantanti sottolineano l’importanza di risolvere le contese e gli scontri in modo pacifico, preferendo il dialogo alle armi. Un’idea dal grande valore morale ed etico, ma che purtroppo continua in molte realtà a rappresentare un’utopia.

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