Mark Baum: “Ho la sensazione che tra qualche anno la gente dirà quello che dice sempre quando l’economia crolla. Daranno la colpa agli immigrati e alla povera gente.”

State uscendo. Fuori si gela. Che fate? Vi chiudete la cerniera lampo. E chissà con quale dolcezza l’agguantate, con quale leggerezza la fate slittare, su fino al mento, innocenti e inconsapevoli, all’oscuro di ciò che state per leggere. È nel clima della ‘Great Depression’ (1929) che la zip – nata già nel 1851 – iniziò ad essere reclamizzata e venduta: niente più bottoni, troppo cari. Gli abiti, in tal modo, potevano costare di meno ed essere usati pressoché per tutto l’anno – con zip aperta o chiusa –  con ciò consentendo un ulteriore risparmio. Che dire, invece, di quella che da molti economisti viene considerata la seconda (dopo, per l’appunto, la Grande Depressione) peggiore crisi economica della storia, ossia la Grande Recessione? È possibile, chissà, che anch’essa porti con sé anche qualche risvolto ‘positivo’, per così dire? La Grande Recessione, giusto per continuare a trattare di ‘Grandi’ cose, è posta al centro di “La Grande Scommessa” (2015), film di largo successo e consenso di pubblico diretto da Adam McKay.

“La Grande Scommessa”: speculare sullo speculare

“La Grande Scommessa” basa la sua storia, per esser più precisi, sulla crisi finanziaria, – quella comunemente detta ‘dei Subprime’, la quale, nata a fine 2006 da una bolla speculativa nel mercato immobiliare statunitense, innescò una crisi (macro) economica su scala globale senza precedenti. Christian Bale è Michael Burry, l’insolito manager di un fondo di investimento privato, il quale intuisce la gravissima instabilità del mercato immobiliare statunitense. Esso, si convince, è un falso: una tozza e stracolma bolla speculativa è pronta a tuonare impetuosa, con effetti imprevedibili sui mercati globali. Perché, allora, non guadagnarci su? Burry decide – pare un gioco di parole – di speculare sulla speculazione: tramite la creazione di un mercato di CDS (credit default swap) scommette contro il mercato immobiliare, scommette, cioè, contro le grandi banche statunitensi. Conseguirà un profitto del 489% con un utile complessivo di quasi tre miliardi di dollari. Eppure, nessuno sembrava credergli, nessuno tranne l’investitore Jared Vennett (Ryan Gosling), dirigente della Deutsche Bank di New York, che viene a sapere delle intenzioni di Burry e convince il trader Mark Baum (Steve Carrell) a ‘partecipare’ alla scommessa, mettendo una propria quota nel mercato dei CDS. Guadagneranno 47 milioni e 1 miliardo di dollari rispettivamente. Partecipano all’operazione finanziaria, infine, Charlie Geller e Jamie Shipley, due giovani investitori che chiederanno aiuto al pensionato banchiere Ben Rickert (Brad Pitt). Ricaveranno 80 milioni di dollari.

È tutta una grande frode, i subprime uno stratagemma speculativo, la crisi un collasso economico che causerà la rovina di milioni di famiglie. Affinché si possa comprendere a pieno il film, tratto da una storia vera, insieme con gli stratagemmi finanziari usati dai suoi protagonisti, occorre, senz’altro, avere ben chiare le dinamiche della crisi finanziaria, con le sue cause e conseguenze, tutt’oggi ancora ben tangibili.

La crisi dei Subprime: da una crisi immobiliare a una crisi finanziaria globale

È l’8 giugno 2007: la crisi inizia a pesare sulle Borse. Wall Street perde l’1,5%: è l’inizio di un crollo che demolirà, da allora sino al 9 marzo 2009, 31 milamiliardi di dollari sui mercati di tutto il mondo. A partire da febbraio 2008 la crisi si allarga alle banche. Il Governo britannico procede alla nazionalizzazione della Northern Rock; Bears Stearns finisce in crisi di liquidità; il colosso Lehman Brothers cade in bancarotta: è il momento in cui la crisi sale ancora di livello. Pochi giorni dopo il ministro USA Paulson annuncerà un piano di salvataggio da 700 miliardi. Se queste sono state le principali tappe della crisi, quali i meccanismi alla base? 

Una crisi finanziaria è ‘crisi’ perché il valore delle attività crolla: non c’è più flusso di risorse dai risparmiatori alle imprese. La crisi è preceduta da una fase di espansione, la quale produce un’eccessiva crescita del debito e degli investimenti rischiosi, e seguita da una fase di recessione. Si crea una bolla speculativa, destinata, prima o tardi, a scoppiare, con il conseguente crollo dei valori delle attività finanziarie. Così è avvenuto, in breve, anche nel caso della ‘Crisi dei subprime’. Essa prende il nome dai prestiti subprime, ossia mutui immobiliari ad alto rischio, perché concessi a individui ad alto rischio debitorio (che difficilmente avrebbero ripagato il debito). In una fase economica positiva e di crescita, le banche hanno iniziato a erogare senza controllo prestiti ad alto rischio: i debitori, con il denaro ricavato dal mutuo, comprano case. La crescita del mercato immobiliare, presente già di per sé, viene amplificata da questo ‘falso’ meccanismo: i prezzi delle case crescono, determinando il gonfiarsi di una bolla speculativa. E non solo: le banche cartolarizzano i mutui subprime, cioè, in poche parole, li trasferiscono a società terze (società-veicolo) al fine di ‘convertirli’ in titoli finanziari. In questo modo, il credito della banca nei confronti di un mutuatario (ad alto rischio, ricordiamocelo), viene consegnato a un’altra società, la quale lo ‘rivende’ sotto forma di titolo finanziario. E chissà che sia lo stesso mutuatario a comprarlo, divenendo, paradossalmente, debitore di se stesso. In tal modo, le banche recuperano liquidità, con cui possono immediatamente erogare ulteriori mutui. Ma perché, vi chiederete, comprare titoli finanziari ad alto rischio? Perché le agenzie di rating, data la grande complessità di valutazione dei titoli e, soprattutto, per conflitti d’interesse, li valutavano come titoli eccellenti (AAA), quando, anzi, finirono ben presto per essere noti come tossici.

Quando, a partire dal 2004, la Federal Reserve statunitense ha innalzato i tassi d’interesse in risposta alla crescita economica, i mutui sono diventati sempre più costosi. Infatti maggiori tassi d’interesse significano maggiore costo del denaro (tasso d’interesse sul debito). Aumentano i casi d’insolvenza, con sempre più persone che non riescono a ripagarli. Diminuisce la domanda di immobili e scoppia la bolla. Quella che fin qui sembrerebbe una crisi del mercato immobiliare statunitense diventa ben presto una crisi finanziaria globale, per via dei meccanismi di contagio dovuti alla sopracitata cartolarizzazione (securitization). Le banche di tutto il mondo cadono in crisi, una dopo l’altra. Alla base della vulnerabilità delle banche stanno due principali problemi che occorre chiarire: un problema di solvenza (rischio di insolvenza) e un problema di liquidità (rischio di rimanerne a corto), che sono andati a combinarsi l’un l’altro nel corso della diffusione della crisi su scala mondiale. Le banche, per capirci, posseggono attività (come titoli di stato o prestiti), passività (come depositi dei risparmiatori o prestiti da altre banche) e capitale (liquidità). Tanto più capitale una banca possiede, tanto più si mette al sicuro da finire in bancarotta e, contemporaneamente, tanto meno profitto ricava. Se, per esempio, un risparmiatore non si fida più della banca e ritira i propri risparmi, le passività diminuiscono. Ciò costringe la banca a vendere attività. Ma se tali attività (come titoli subprime) sono improvvisamente molto difficili da vendere, la banca rischia di finire in bancarotta. Oppure, nel caso non riesca a contenere la propria bramosa smania di profitto e mantenga il minimo di capitale (con un’alta, cosiddetta, ‘leva finanziaria’, o ‘leverage’), ci finisce eccome.

Ancora “La Grande Scommessa”: conclusioni

Tenuto in considerazione l’andamento della crisi finanziaria, non resta che guardare alle azioni di Burry e compagni. In che modo, questi, hanno potuto ricavare somme così ingenti di denaro, scommettendo contro le grandi banche statunitensi? Essi hanno, per così dire, speculato al contrario: Il credit default swap (CDS) è uno strumento di copertura al pari di un’assicurazione. Il fondo di Burry paga una somma ogni anno e se l’evento negativo si realizza, incassa una cifra molto più alta di quanto versato, altrimenti continua a pagare. Le banche crollano, loro si arricchiscono sproporzionatamente.

Forse, a questo punto, converrebbe tornare a casa, rintanarsi, meglio, nell’afa confortevole delle proprie coperte. Chiudere gli occhi, non tanto per evitare l’inverno e il suo freddo, ma per non vederne più di zip.

Giovanni Lorenzetti

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