LA GRANDE RIVOLUZIONE DI SHREK: SCOPRIAMO COME HA CAMBIATO IL MITO DEL GROSSO SPAVENTOSO ORCO

Fin da tempo immemore gli orchi sono stati solo grandi stupidi e orrendi, simbolo di tutto ciò che non bisognava essere. Ma da dove arriva questa leggenda?

“SHREK”

Steven Spielberg prese l’idea di “Shrek” da un libro per bambini, presentandola alla neonata DreamWorks, con a capo, Jeffrey Katzenberg, ex CEO Disney. Fin dalla sua uscita quello che distinse Shrek fu l’originalità. È la primissima scena del film a spiegare bene il tono della pellicola e farne un racconto moderno. Shrek inizia il racconto con un classico “C’era una volta” e quando sembra che tutto sia di nuovo la classica roba trita e ritrita, l’orco con la favola ci fa ben altro, uscendo poi tutto soddisfatto dal bagno. Se oggi sembra addirittura banale vedere il villain come protagonista, nel 2001 era una novità, specialmente un protagonista brutto e sgraziato come Shrek, che neanche ci prova a rendersi gradevole agli altri. Nonostante ciò, Shrek non finge, è vero, fedele a se stesso e soffre di problemi reali. Dicendo a Ciuchino: “Mi giudicano prima ancora di conoscermi” Shrek puntava efficacemente ad un problema reale della società, ancora oggi esistente, quello della discriminazione. Mettere le parole in bocca ad un orco, alimentava solo il senso di empatia che fece di “Shrek” l’esempio della perfetta imperfezione. L’intento era chiaro, creare un protagonista così fuori dagli standard era uno schiaffo in faccia ai rivali, che con le principesse e i principi perfetti ci pagavano le bollette.   Una delle prime scene del film (da notare il logo DreamWorks sulla porta).

L’ORCO NELL’ANTICHITÀ

Se “Shrek” sdogana efficacemente la figura dell’orco, rimane comunque una base storica da cui viene questa figura. Era accostato alla divinità Plutone, raffigurato come un gigante peloso e possente, già presente nella cultura funeraria etrusca. Nella mitologia romana Orco era una divinità infera, da cui anche il nome latino Orcus che indica appunto l’oltretomba, in cui, insieme a Cerbero, divora le anime. Da qui deriva la credenza, rimasta in voga fino ad oggi, che l’orco fosse un essere cannibale, addito alla divorazione di uomini. Shrek ben si sofferma su questo aspetto, specificando però le differenze col gigante, essere con cui spesso l’orco viene confuso, insieme al troll. Se il gigante ti trita le ossa per farci il pane l’orco no, l’orco è molto peggio. Lui si farà un abito con la tua pelle e strizzerà la gelatina dai tuoi occhi, che “in effetti è squisita sui toast”. La figura dell’orco rimase comunque associata agli Inferi, tanto che in età medievale l’ingresso dell’Averno era raffigurato spesso come una grandissima bocca. Famosissima è quella presente nel Parco dei Mostri, a Viterbo. Il termine orco andò anche modificandosi, iniziando ad essere inserito nei bestiari medievali ad indicare una creatura antropomorfa dagli atteggiamenti orrendi, utilizzando soprattutto per spaventare i bambini. Gli umani che si macchiavano di crimini orrendi, specialmente verso donne e bambini, ricevevano l’appellativo di orco. Anche i norreni, puntuali come sempre, avevano la loro versione del mostro. Di base riprendeva la mitologia romana e collocava l’orco all’inferno, in quanto creatura demoniaca e mangia uomini. Gli orchi sono abbondantemente presenti nel poema Beowulf, in cui vengono identificati con i figli demoniaci di Grendel. I mostri qui descritti sono esseri antropomorfi, sensibili al sole e quindi cacciatori della notte, annidati in orribili paludi.

IL FOLCLORE

È facile andare a ritrovare le rappresentazioni norrene degli orchi. Una delle più belle e famose che si ha è quella che ne da  J.R. R. Tolkien nella saga de “Il signore degli anelli” dove sono presenti i cosiddetti Orchi della Terra di Mezzo. Nel folclore l’orco è rappresentato alto, possente, con la pelle verde scura, le braccia lunghe, gli occhi rossi e cattivi. Vivono da soli in luoghi lontani, rifiutando la compagnia, cosa che Shrek ben sottolinea: “Ho messo i cartelli, sono un orco spaventoso, che devo fare per avere un po’ di intimità?”. Se l’orco più amato del mondo sa esattamente cosa dire e come dirlo, gli orchi dell’immaginario collettivo non hanno un vero linguaggio, esprimendosi sinteticamente con grugniti poco signorili. Nel Medioevo molti autori utilizzarono la figura dell’orco per dare un volto al crudele mangia bambini, come Matteo Maria Boiardo nell’Orlando Innamorato, che lo immagina con enormi zanne insanguinate, assomigliante ad un cinghiale. Anche Ludovico Ariosto, nel suo Orlando Furioso, inserisce un enorme orco cieco, vagamente simile a Polifemo, il quale è però un gigante. Fu però Charles Perrault ad introdurre l’orso fiabesco per eccellenza. Egli nel XVII secolo immaginò un enorme uomo selvaggio, esageratamente stupido, brutto da vedere, tozzo, barbuto e con la pancia, molto spesso armato di mazza. Shrek, nel suo aspetto terribilmente antropomorfizzato, col suo acume particolare e la sua sensibilità fuori dal comune, butta giù secoli di storie e convinzioni. Raccontando la storia dal punto di vista dell’orco, dove è l’uomo il cattivo, viene da chiedersi, in fondo, chi è il vero mostro?

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