Sorrentino e il suo tenace desiderio di raccontarsi.

Gli anni 80 sono da tutti ricordati come quel decennio che ha portato grande speranza e illusione nella Penisola italiana, specialmente a Napoli che con l’arrivo di Maradona le preoccupazioni della vita sembravano essere sparite.
È STATA LA MANO DI DIO
Paolo Sorrentino nasce a Napoli, nel quartiere del Vomero, il 31 maggio del 1970. Fin da subito capisce quanto può essere brutale la vita a causa di uno sconfinato dramma familiare che lo ha segnato profondamente. In un panorama cinematografico che fa solo due tipi di cinema, lui si è elevato come solo i grandi cineasti sanno fare. Sorrentino, da grande sceneggiatore e regista, cerca nelle pellicole la sua unicità, cercando di arrivare direttamente al cuore degli spettatori. Certamente è conosciuto al pubblico per i suoi film, ma in particolare per il capolavoro “La grande bellezza” che nel 2013 gli ha fatto guadagnare il Premio Oscar come miglior film straniero. Alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è stato presentato il suo ultimo film, che si è aggiudicato il Leone d’argento e il premio Marcelo Mastroianni per il giovane protagonista. Il film è stato, inoltre, selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022 nella sezione del miglior film internazionale.
“È Stata la Mano di Dio”, secondo alcuni, è un vero e proprio ritorno alle origini del cinema. E ovviamente non parliamo di un banale riferimento alla natura autobiografica del progetto, ma di una continuità con dei progetti mai andati in porto che hanno caratterizzato la primissima fase della sua carriera. Prima del suo debutto al lungometraggio provò più volte a raccontare Napoli in un film, senza riuscirci. Per la prima volta il grande pubblico può guardare un lungometraggio di Sorrentino e arrivare a riconoscersi in personaggi normali, splendidamente ordinari, e non sentirsi respinto da protagonisti eccentrici. Questa è solo una delle novità che conferiscono freschezza a un film in cui Paolo Sorrentino, deliberatamente, vuole trovare nuove cose da dire attraverso la macchina da presa. Il protagonista è Fabietto Schisa (l’esordiente Filippo Scotti), un adolescente degli anni ’80 che adora il padre Saverio (Toni Servillo) e la madre Maria (Teresa Saponangelo), ed è legatissimo al fratello Marchino (Marlon Joubert) con cui condivide la passione per il Napoli Calcio. La sua vita, con tutti gli entusiasmi e le fragilità di un teenager, si divide tra i colorati pranzi di famiglia e la timorosa esplorazione del mondo che lo circonda e dei primi desideri. Proprio quando tutto sembra andare per il meglio, un improvviso dramma familiare costringe il ragazzo a fare i conti con la solitudine di chi ancora non ha un suo posto nel mondo. Fabio dovrà così imparare ad accettare i rischi spaventosi di quella tragica e improvvisa libertà.

NAPOLI E LA ‘REALTÀ SCADENTE’ DEGLI ANNI ’80
“È Stata la mano di Dio” racconta la Napoli degli anni ’80, quella della grande illusione per i partenopei. Le ultime messe in scena teatrali di Eduardo, i film di Troisi, le canzoni di Pino Daniele, gli scudetti con Maradona. Ma è soprattutto un film autobiografico, che da un lato racconta il dramma familiare, e dall’altro la Magia della sua terra. Sorrentino ha voluto mettere in scena una città più borghese non dipinta da sparatorie, truffe o miserie. Il lungometraggio parla soprattutto di come sia stato lui a salvarsi, nonostante stesse annegando nei fiumi dell’abbandono, della solitudine, della disperazione. La sua salvezza è stata certamente il cinema, che ha definito lui stesso come una “distrazione” durante un’intervista. Più che una distrazione nel film emerge soprattutto la figura del cinema come un’ancora di salvezza, come un luogo in cui è possibile “scappare dalla realtà”. È vero che per creare il suo racconto si è basato su fatti realmente accaduti; infatti lui stesso dice che la realtà non va persa; ma è anche vero che un po’ di sana distrazione, come lo è stato anche il calcio, è l’unico modo che ci permette di “staccarci” e farci uscire da determinate situazioni. Sorrentino non ha esitato a inserire nel suo film un personaggio come Fellini e a fargli pronunciare tale frase:
“Il cinema serve a distrarre dalla realtà, la realtà è scadente”. Il cinema dunque è la salvezza?
FUGA DALLA REALTÀ
La fuga dalla realtà è una strategia di affrontamento che implica la tendenza ad evadere dal mondo reale alla ricerca della sicurezza e della tranquillità desiderate in un mondo fantastico. Tre grandi filosofi hanno lavorato su questo aspetto. Il primo è Nietzsche, il quale critica la società a lui contemporanea in quanto essa fugge dalla realtà nascondendosi nell’apollineo, nelle convenzioni sociali e gli individui vivono nella menzogna. Anche nella società odierna è tipo scappare dalla realtà, e lo strumento principale per farlo è internet. Il secondo grande filosofo è Schopenhauer, il quale ha una visione un po’ diversa; egli sostiene che l’umanità trova rifugio nel piacere. Per nascondere o cessare i dolori della vita di tutti i giorni, il grande maestro sostiene che l’uomo è alla continua ricerca di desideri, perchè in questo modo l’aspettativa o l’illusione di tale desiderio gli impedisce di provare dolore o sofferenza. Ma, quando un desiderio viene soddisfatto, il piacere che ne deriva risulta essere solo di natura negativa; allora l’uomo inizia nuovamente a pensare quale potrebbe essere il suo prossimo scopo. Per Freud, invece, il principio di realtà è il principio dominante nella vita psichica dell’adulto, successivo e sostitutivo, nello sviluppo psichico dell’individuo. Secondo la psicoanalisi, tale principio richiede l’accettazione di uno stato di tensione in cambio, in un prossimo futuro, di un piacere maggiore o di un dolore minore.