Il Superuovo

La follia vista attraverso la cinepresa di “Shining” e viva negli occhi delle eroine classiche

La follia vista attraverso la cinepresa di “Shining” e viva negli occhi delle eroine classiche

Come ci immaginiamo la follia? Esempio senza tempo è certamente il protagonista di “Shining”, ma già il mondo classico offre un ampio campionario di personaggi folli e determinati.

Partendo dal capolavoro cinematografico di Kubrick analizziamo la figura del temibile Jack, porgendo poi l’attenzione a tre tragedie classiche, dove la follia, prima determinata dagli dei, diviene sempre più consapevole e lucida.

“ALL WORK AND NO PLAY MAKES JACK A DULL BOY”

In quel capolavoro dell’horror di “Shining” traspare alla perfezione l’ideale di follia propinato dal suo altrettanto folle regista, Stanley Kubrick. Il film, basato sull’omonimo romanzo di Stephen King, vede protagonista Jack Torrance, insegnante disoccupato che accetta di diventare guardiano dell’Overlook Hotel, dove si trasferisce per restare isolato con la moglie Wendy ed il figlio Danny per cinque lunghi mesi. Il protagonista, che inizialmente considerava quella presentatasi come l’occasione perfetta per comporre il proprio romanzo in totale ritiro e tranquillità, diviene specchio di una follia omicida volta all’uccisione della famiglia, che egli inizia a colpevolizzare per il suo insuccesso nella scrittura. Il proposito omicida si sfoga quando la moglie, Wendy, leggendo i dattiloscritti del marito, si accorge che non sono altro che un’infinita ripetizione di poche parole: “All work and no play makes Jack a dull boy” (nella traduzione italiana “Il mattino ha l’oro in bocca”) è così che Jack dà inizio a quella catabasi che lo condurrà alla morte. Celeberrima la sequenza in cui l’uomo, ormai del tutto impazzito, sfonda la porta della stanza in cui si è nascosta la moglie con un’accetta per poi darsi all’inseguimento del figlio nel labirinto che circonda l’hotel, in cui però morirà assiderato. Il film, divenuto presto un cult movie, presenta caratteristiche peculiari del genere dell’orrore: dal potere della “luccicanza” (shining) di Danny, tramite la quale il bambino riesce a vedere e prevedere momenti passati e futuri, alla visioni mostruose: la più celebre è senza dubbio quella delle due gemelline massacrate, vi sono poi i segni sul collo di Danny inferti da una presenza nella temibile stanza 237,  il cadavere di una donna in stato di decomposizione che Jack vede nella stessa stanza, il sangue che cola dalle pareti e l’enigmatico finale, dove in una fotografia d’epoca, risalente a molti anni prima, è ritratto un sorridente Jack Torrance. A dare forza al personaggio contribuisce la grandiosa interpretazione di Jack Nicholson, da Kubrick scelto per il suo “sguardo psicopatico” che si sposa perfettamente con tutti i personaggi dall’attore interpretati.

Jack Nicholson come Jack Torrance in una scena del film.

EURIPIDE, PADRE DELLA FOLLIA

Dal momento che siamo figli dell’antica Grecia, tematiche simili non potevano certo mancare nelle opere dei grandi autori classici. Già Platone, nel “Fedro”, scrive che “la follia è superiore alla sapienza poiché quest’ultima è di origine umana, la prima di origine divina”, a questo proposito, tra le tragedie più note c’è sicuramente quella delle “Baccanti”, dove la follia è qui riconducibile al dio Dioniso (Bacco) che ha instaurato il proprio culto a Tebe all’insegna di riti prodigiosi: le sue baccanti infatti allattano cuccioli di fiere, fanno scaturire latte e miele dalla terra e acqua dalle rocce, ma questa irenica comunione con la natura è capace di trasformarsi in follia distruttiva. Vittima di questa follia è Penteo, giovane tebano che non crede in Dioniso e che si rifiuta di venerarlo. Per questo motivo il dio obnubila la sua mente e, per punire la sua tracotanza, lo induce a salire sul monte dove le baccanti stanno compiendo i loro riti e queste, vedendolo, lo dilaniano in una scena particolarmente cruenta: la madre di Penteo, posseduta dal dio, gli strappa una spalla e la moltitudine di donne si agita su di lui urlando e stappandogli la carne per spargere poi i pezzi del suo corpo sul monte e conficcarne la testa su un asta. Come non parlare poi della tremenda Medea, assassina dei suoi stessi figli? In quest’altra tragedia euripidea, la donna è vittima dell’eterno conflitto tra la pazzia razionale ed una spietata follia. Ella, fuggita dalla sua terra per seguire l’amato Giasone, si trova sola, da lui abbandonata e in una terra straniera. E’ così che decide di mettere in atto un piano che provocherà la morte dei figli suoi e di Giasone per arrecare all’uomo un incolmabile dolore. A nulla valgono le suppliche, Medea è ferma nel suo proposito omicida, pur sapendo che sarà poi la più infelice delle donne. Il suo monologo è esemplificativo della sua sofferenza: “Forza, mia misera mano, prendi la spada, avanza verso il doloroso limite della vita, non dimostrarti vile e non ricordarti dei figli, di quanto sopra ogni cosa ti sono cari, del fatto che li hai generati”.

LA FOLLIA PUO’ ESSERE LUCIDA?

La risposta è affermativa secondo Sofocle con la sua “Antigone”. Qui, una giovane ragazza, Antigone, assiste alla morte dei due fratelli in uno scontro armato che li vede opporsi: l’uno in difesa della sua città, Tebe, l’altro nel suo attacco. Creonte, sovrano di Tebe, vuole dare una sepoltura degna e colma di onori soltanto al fratello di Antigone che si è battuto per la sua città, lasciando invece insepolto e alla mercè di cani e uccelli l’altro fratello. La giovane ragazza, agendo completamente sola, per ben due volte si reca sul corpo del fratello per ricoprirlo di uno strato di terra, viene così catturata dalle guardie e portata al cospetto di Creonte: fra il re e la fanciulla nasce un duro contradditorio: egli sostiene le leggi della pòlis, che negano la sepoltura ai traditori, ella invece sostiene le leggi non scritte degli Inferi, che vogliono che i morti vengano sepolti e onorati. Antigone viene dichiarata colpevole di alto tradimento e rinchiusa viva in una caverna dalla quale non farà mai ritorno. Si può riflettere sulla forza di una giovane nel fronteggiare il suo sovrano e di esprimere a gran voce le proprie idee, consapevole delle conseguenze sino all’estrema accettazione della morte. Per quanto ci si sforzi di essere razionali, Erasmo da Rotterdam, nel suo “Elogio della follia”, asserisce che “La pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.”

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