La felicità a portata di mano: Seneca e Phil Dunphy insegnano a condividere la gioia

Utopia, miraggio, fantasia, chimera ed illusione. Molte volte la felicità ci appare come un obiettivo irraggiungibile, un traguardo impossibile, un sogno che mai verrà realizzato. Ma davvero è così?

Sono moltissime le cose che, durante le nostre giornate, ci strappano un sorriso. Piccoli ed insignificanti attimi nei quali, senza rendercene conto, permettiamo alla felicità di farsi spazio nella nostra esistenza. Ed è esattamente questo il problema. La maggior parte delle volte, quando accade ciò, non riusciamo ad esserne coscienti, lasciandoci sfuggire la percezione di quel piccolo momento di pura gioia, rendendola meno reale unicamente per il fatto di non essere in grado di attribuirle il valore che merita.

Affidiamo il significato della parola ”felicità” al raggiungimento di grandi aspettative, sogni enormi e pretese assurde, senza pensare che la gioia, quella autentica e reale, ha sede in ogni sorriso, ogni parola d’affetto, ogni giorno sulla terra passato a vivere la vita, al di là di quanto quest’ultima delle volte possa sembrare dura.

Così come esistono tanti e diversi tipi di dolore, angoscia e malinconia, allo stesso modo anche la felicità assume le sue innumerevoli sfumature.

Felicitas, felix, beatus

Attimi impetuosi di gioia infinita oppure una serena distensione dell’anima, la felicità può esprimersi in forme e modi molto diversi.

Per definire la felicità Seneca alterna il termine felicitas a perifrasi come vita beata, non stabilendo quindi alcuna differenza tra la sfera della ”felicità” e quella della ”beatitudine”. Possiamo invece individuare questa determinante distinzione nella nostra lingua. Infatti se da una parte, adesso, la parola ”felicità” esprime per noi uno stato di benessere, gioia e serenità, dall’altro il termine ”beatitudine” riporta connotati prettamente religiosi.

Per quanto riguarda invece l’aggettivo ”felix”, pur condividendo in parte l’ambito semantico del termine ”felicità”, sembra invece riguardare pienamente la sfera della fortuna e della sorte.

Tanti i modi in cui i Romani intendevano la felicità, talvolta guardandosi dentro, scoprendo la chiave della gioia in se stessi, altre volte nell’abbondanza, nella ricchezza, e nel successo, come testimoniato dalla Dea adorata dai romani e alla quale spettava il compito di distribuire felicità e prosperità al popolo, appunto la Dea Felicitas.

Ed è proprio Seneca, prima citato, a fare della felicità uno dei temi più importanti del suo pensiero e delle sue opere, intendendo quest’ultima come un vero e proprio percorso di perfezionamento verso la virtù.

Seneca

Cosa ci impedisce di essere felici? Molte volte la risposta è ovvia, la vita non sempre ci sorride, anzi, spesso il contrario. Diamo la colpa della nostra infelicità a fattori esterni, all’ambiente che ci circonda, a chi ci sta intorno, autocommiserandoci nel nostro dolore, non facendo nulla per modificare situazioni che non ci permettono di raggiungere la serenità che ognuno di noi merita.

”Nessuno è infelice se non per colpa sua”

L’intero percorso filosofico di Seneca si distingue proprio per questo, per il suo pragmatismo. Una volontà scandita da ottimismo, attivismo e forza d’animo che permette all’uomo di raggiungere la virtù, fine ed obiettivo della dottrina stoica. Ed è proprio grazie a questa virtù che l’uomo potrà, finalmente, sentirsi e definirsi saggio e felice.

Mi piacerebbe però soffermarmi su un tassello fondamentale che compone, secondo Seneca, il percorso che ha come meta il raggiungimento della virtù e quindi, di conseguenza, della felicità: la sympatheia. Seneca ci spiega infatti che affinché un uomo si possa definire veramente felice e saggio, ha bisogno di condividere la sua gioia con il prossimo, aiutando attivamente, condividendo e diffondendo felicità a chi gli sta intorno.

Phil Dunphy

Riflettendo infatti sul pensiero di Seneca non posso non pensare al personaggio di Phil Dunphy, protagonista delle serie tv statunitense “Modern Family”.

Phil è un agente immobiliare di successo, un mago dilettante e un cheerleader nato, ma soprattutto è il miglior madre, marito, genero, cognato, figlio e nonno, che una famiglia possa desiderare. Un personaggio stravagante ed eccentrico, sognatore come pochi ed eterno bambino, sempre pronto a fare di tutto pur di vedere sorridere chi gli sta intorno.

 

Tantissimi sono i momenti, all’interno della serie, nei i quali Phil aiuta, supporta, incoraggia gli altri personaggi, gesti che molto spesso per uno spettatore passano inosservati. Infinite le volte in cui, attraverso uno scherzo, una battuta, oppure una buffa regola della sua ”Phil-osofia”, questo personaggio riesce a strapparci un sorriso

Ma una scena in particolare riesce in qualche ad aprirci gli occhi sulla vera natura di Phil, mostrandoci come, dietro un carattere aperto, estroverso e simpatico, al di là di un personaggio leggero e divertente, si nasconda un ruolo fondamentale, un compito delle volte difficilissimo da svolgere.

Si tratta un un episodio molto particolare delle serie, che non descriverò nello specifico per evitare spoiler, tanto esilarante quanto toccante. Dirò soltanto che alla fine di questo puntata, l’undicesima dell’undicesima stagione, incentrata sulla paura di Phil di aver deluso il padre non portando avanti l’attività si famiglia, quest’ultimo lascia al figlio, e a tutti noi, una meravigliosa perla di saggezza, una massima che riesce a farci capire meglio il nostro amatissimo protagonista:

”Bene, hai preso il controllo degli affari di famiglia, vero?

Mantenendo la vita leggera, rendendola divertente per tutti.”

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.