La donna angelicata: che cosa ne pensa la Beatrice di Benni?

Da Guinizzelli a Dante, vediamo il concetto della donna angelo, ma… con gli occhi di un’altra Beatrice, quella di Benni. 

Un po’ tutti conosciamo la famosa Beatrice Portinari, grande amore di Dante Alighieri, che divenne eterna grazie ai suoi versi. Questa bellissima donna, morta alla giovanissima età di venticinque anni, venne innalzata ad un livello “paradisiaco”, nella poesia del suo poeta innamorato, Dante. Divenne un vero e proprio angelo, divenne persino il simbolo della teologia stessa. Quanto può apparire romantica, agli occhi di una donna, l’esser cantata così dolcemente da un sommo poeta, l’essere innalzata al rango angelico? Indubbiamente, la figura della donna-angelo, che venne assunta nella tradizione del Dolce Stil Novo, è diventata un topos di grande fama e bellezza. Ma viene da chiedersi quanto sia positiva, infine, questa raffigurazione statica, quasi oggettiva, asettica, della donna. Bella, che ispira dolcezza, gentilezza e amore, ma che sembra ad uno sguardo moderno, un bel fantoccio senza personalità. D’altronde, le donne angelo sembrano apparire tutte uguali, seppur nella loro abbagliante bellezza. Vediamo più da vicino questo immortale tassello dello Stilnovismo, per poi spostarci alla raccolta di monologhi di Stefano Benni, “Le Beatrici”, per vedere un pò come la penserebbe realmente la vera Beatrice. 

Beatrice, le donne angelo e l’irraggiungibile perfezione.

La prima cosa che potrebbe stupire o addirittura infastidire una donna della nostra generazione, leggendo una poesia la cui protagonista è una donna angelo, potrebbe essere l’assoluta perfezione con cui la si ritrae. I capelli candidamente biondi, gli occhi dolci, brillanti, azzurri (naturalmente) la pelle delicata e chiara, il fare sempre gentile e composto. Non che sia fastidiosa la descrizione in sé, ma se pensiamo alla condizione della donna alla fine del 1200, ci rendiamo conto di come la cosa possa stonare. Questo tipo di poesia, a lungo andare, può facilmente trasformarsi da un encomio ad una fastidiosa semplificazione, omologazione e quasi incarcerazione della donna stessa. Per chiarire, la pretesa che la donna del ‘200-‘300, spesso trattata più come un oggetto corredato di dote, come una persona senza capacità di giudizio o diritti, sia allegra, gentile e sempre spensierata, risulta un tantino ridicola. Al di là della bravura (immensa) dei poeti di cui stiamo parlando, della bellezza e della delicatezza dei versi e dello stile, se guardiamo la faccenda da un punto di vista prettamente antropologico, piuttosto che letterario, noteremo sicuramente i germogli della spiccata tendenza che vige da secoli, di sottovalutare pesantemente le donne. Di pensare che facciano le cose peggio degli uomini, che non pensino brillantemente, che non abbiano capacità di discernimento e così via.

Cosa s’intende per “donna-angelo”? Scopriamolo nei versi.

La prima poesia in cui si parla della donna angelo, come creazione diretta del sommo Dio, è una poesia di Guinizzelli. Leggendone i versi, si scopre subito l’incanto di questa creatura, che desta sicuramente fascino ed ammirazione, ma che fa comprendere più chiaramente le precedenti considerazioni:

Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
5  ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
10come calore in clarità di foco.

Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra prezïosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
15  poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
20donna a guisa di stella lo ’nnamora.

Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
25  Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
30com’ adamàs del ferro in la minera.

Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore;
dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
35  ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’aigua porta raggio
40e ’l ciel riten le stelle e lo splendore.

Splende ’n la ’ntelligenzïa del cielo
Deo crïator più che [’n] nostr’occhi ’l sole:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
45  e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
50che mai di lei obedir non si disprende.

Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
55  ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
60non me fu fallo, s’in lei posi amanza.

Una Beatrice diversa, quella di Stefano Benni

Stefano Benni, grande scrittore contemporaneo, dà voce, in una maniera assolutamente acuta ed originale, ad una Beatrice più realistica, sotto la quale comicità ed ironia si nasconde una cupa verità: la donna, in quegli anni, non poteva scegliere. Non era padrona di sé stessa, né del suo destino. E talvolta, come nel caso di Beatrice, neanche della propria immagine. Nel monologo comico di Benni, si legge tutta la stanchezza, la voglia di vivere, la rassegnazione di una ragazza, giovane, bella e vitale, che si vede rinchiusa nel noioso e limitato ruolo di angelo, un angelo da cui si pretende perfezione e gentilezza. Un angelo che, invece, probabilmente vorrebbe divertirsi, sperimentare, vivere la sua giovinezza, prima che, come leggeremo, una malattia o un parto violento le porti via la luce della vita.

Una ragazza vestita con un bell’abito medievale sta leggendo i tarocchi su un tavolino. Canta:

“Fior di vaniglia
il tempo passa e nessuno mi si piglia
Si sposan tutte quante
e a me mi tocca di aspettare Dante”.

(Con lieve accento toscano) Oh, è curiosa la vita nel Medioevo. Che poi Medioevo lo dite voi, io dico milleduecentottantaquattro, poi voi lo chiamate come vi pare, le epoche gli si dà il nome dopo.
Le dittature, ad esempio, se ne parla male solo dopo, intanto tutti se le puppano.
Volete vedere?
Io sono Beatrice che il futuro predice, leggo le carte quindi so tutto del futuro. In quanto agli anni che vivete voi adesso… (guarda le carte)
Madonna nana, neanche c’è un nome per chiamarlo, quello lì… ragazze, girategli alla larga a codesto puttaniere. Ma non devo parlare di politica, che ci si mette nei guai. Canappione gliene stanno capitando di tutti i colori coi guelfi e i ghibellini e i bianchi e i neri e così via…
Chi è Canappione? Scusate, io l’Alighieri lo chiamo così, mia madre dice “non t’azzardare che è un grande poeta importante”, però c’ha importante pure il naso, via c’ha un becco che pare una poiana, pare…una caffettiera, anche se non è ancora stata inventata. Insomma, lui fa il poeta ma inveisce e si incazza e mette tutti all’Inferno, ce l’ha con Pisa e con Arezzo, e con i Papi e con gli Arcivescovi. Mi sa che prima o poi lo fanno fuori, lo metton fuori dal palinsesto a legnate. Mi dispiacerebbe?
(sottovoce al pubblico) Oh, lo dico a voi in confidenza. Io a quello non lo sopporto.
Mi ha visto la prima volta che c’avevo otto anni, lui nove, mica mi ha detto “si gioca insieme, ti regalo un gelato”…no, c’ha fatto dieci poesie di duemila versi il piccino.
Ci siamo incontrati solo una volta l’anno scorso, c’avevo diciotto anni, e da allora sparito, di nebbia.
Gli è timido, dicono. E poi tutti a aggiungere “quanto sei fortunata! Quello è un poeta, ti dedicherà il capolavoro della letteratura italiana, ti renderà famosa (…) Sai quante vorrebbero essere cantate da lui?” Va bè, ma io sono una donna, non una serenata…
Mica posso aspettare che abbia finito il capolavoro e che mi abbia angelicato e intanto io buona e zitta. A diciannove anni al Medioevo si è già in anticamera da zitelle. Mica si ha il lifting e gli antibiotici e l’aerobica, noi.
A venticinque anni, zitelle e carampane, o tisiche, o magari ti capita un casino come Giulietta, tac, secca a quindici anni poverella, o come Ofelia.
Lo vedo io nelle carte cosa succederà, (si rabbuia), magari muoio a venticinque anni, qui c’è scritto che sarà così.
E intanto devo star qui ad aspettare il vate… che neanche suona bene come frase…

Ed ecco un altro estratto dal monologo:

Già ne ha scritto uno, di verso, che te lo raccomando:
TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE.
Certo che il letterato capisce che PARE sta per APPARE.
Ma quelli del borgo San Jacopo, quando passo, li sento: “Guarda la Bea, la Beatrice Portinari… sai che c’è? Tanto gentile e tanto onesta PARE”.
E giù che ridono. Bel servizio mi ha fatto, la Poiana canappiona.

[…] Oh.. io che guardo fissa, le rote di che? Una scema sembro… NEL SUO ASPETTO TAL DENTRO MI FEI, mi fei… ti fei cosa? E ‘sto Glauco che bruca l’erba, ma chi è? Un caprone?
Te l’immagini uno che torna a casa tutte le sere e ti parla così? “ Mi fé, che mi fei, che hai fetto oggi?”, “cosa si fé stasera…?.
E’ che nel Medioevo noi si deve far quello che vogliono i genitori.
Se mi sente parlare così il mi’babbo banchiere, vado in convento.
Perché nel Medioevo, belline mie, se non si va d’accordo con babbo e mamma mica ci si impasticca, mica si va all’estero con l’Erasmus, mica dallo psicanalista, mica in college.
Noi si va in convento, capito?

Ed ecco che, con un fare comico, questa simpatica Beatrice ci racconta la tragicità dell’essere donna ai suoi tempi. La tristezza del vedersi rinchiuse in un ruolo che non si sceglie, che non si desidera.

Quanto di queste considerazioni potrebbe farci riflettere sul ruolo della donna, oggi? Senza andare lontano, parlando di ruoli nel mondo del lavoro o di grandi differenze che ancora, purtroppo, separano gli uomini e le donne, riflettiamo su questo:

Quante volte, alle ragazze, viene detto: “comportati da signorina!”, “Le parolacce non stanno bene sulla bocca di una ragazza!”, “Quella ragazza è un maschiaccio, sembra un camionista!”, “Perché non sei più femminile? Perchè non ti trucchi? Perchè non ti vesti più da donna?”.

Pretese. Si pretende ancora, nel 2019, la donna angelo. Si pretende ancora la signorina, la femminilità, la grazia. Sarà bello, il giorno in cui una donna potrà sedersi in maniera comoda, senza essere additata per una scostumata, proprio come gli uomini. Forse sarà lo stesso giorno in cui si smetterà di credere che la donna è debole e va sottomessa, picchiata e zittita.

Sarà bello.

 

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