La Divina Commedia e il viaggio di Dante dalla paura alla consapevolezza di sé

La Divina Commedia racconta il viaggio di Dante nella selva e allo stesso tempo il percorso di purificazione da seguire per ottenere la salvezza eterna.

(illustrazione di dante, www.traninews.it)

Il cammino salvifico di Dante inizia attraverso la paura. È questa la passio che domina il paesaggio fisico e morale, nonché la materia verbale, dei primi due canti infernali. Non si tratta pero di un’unica condizione psicologica, di una stessa paura che angoscia ininterrottamente l’animo del pellegrino, dal suo ritrovarsi nella ‘‘selva oscura’’ fino al principio dell’ altro viaggio. Prima di entrare, accompagnato da Virgilio, ‘‘per lo cammino aspro e silvestro’’, il poeta deve affrontare una serie di paure che hanno natura, cause, conseguenze e quindi implicazioni psicologiche e morali differenti. Tutto comincia con la paura provata nella selva. Per Dante raccontare la sua straordinaria esperienza oltremondana significa, prima di ogni altra cosa, rivivere quell’angoscia (Inf. 1.4–6: ‘‘Ahi quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte, / che nel pensier rinova la paura’’). Del suo smarrimento nella selva Dante non ricorda altro: non solo non dice come ci sia finito (10–12: ‘‘Io non so ben ridir com’io v’intrai . . .’’), ma nemmeno come ne sia uscito. Quello che più  sembra  premergli è comunicare al lettore la terribile paura provata: spiegare come gli abbia angustiato il cuore finché si trovava nella valle selvosa.

La ricerca della felicità in Dante

Nei primi versi, sembra ci sia solo smarrimento e in un’atmosfera macabra e sognante veniamo inghiottiti da fantasmi, ombre, disorientamento e fatica. La Coscienza, che Dante incontrerà in Virgilio alla fine del I Canto, pare essere veramente offuscata e scomparire del tutto dietro l’irruzione di energie inconsce animalesche e la sofferenza che ciò genera, nella solitudine aumenta fino a che il poeta non inizia a dialogare e mettersi in relazione con l’Altro, in questo caso Virgilio stesso, appunto personaggio guida, Io-Personale. L’immagine più forte di Dante sarà sempre quella di un uomo in cammino nel viaggio della vita, un uomo alla ricerca di se stesso e della propria felicità. Nel cammino dell’esistenza è fondamentale constatare di continuo un senso di evoluzione: in questo un fattore importante è quello del cambiamento, che non significa certo rinnegare posizioni precedenti o parti di sé, ma vuol dire, invece, cogliere il giusto sviluppo degli eventi in un percorso di maturità. Dante uomo tante volte modifica le sue posizioni, risistema il proprio universo, e questo è necessario perché i contesti cambiano, le situazioni maturano, le persone divengono nel tempo quello che sono. Sarebbe ingenuo e superficiale non saper tener conto di tutto ciò. La vita stessa è una prova continua verso il cambiamento, che necessariamente implica la capacità di rinnovarsi, di saper crescere e divenire. Tutto ciò, sia ben chiaro, in piena coerenza con se stessi: ecco la soglia che non si può mai varcare senza perdere il rispetto di sé e degli altri. L’esperienza insegna la prudenza e fa presupporre sempre la complessità nella vita di tutti, da cui sorge la volontà e la necessità di trovare equilibrio, di sapere che tutto è frutto di fatica e di costanza: tutto ha un prezzo e quello degli errori è il prezzo più alto, un conto che prima o poi si deve sempre saldare. Il cammino di Dante volle essere, ed ancora è, un cammino esemplare che parla a tutti gli uomini che vogliono vivere da protagonisti la loro storia, responsabili delle loro scelte.

(L’inferno di William Bouguereau, www.wikipedia.it)

La separazione tra Dante e Virgilio

In Dante si attua un momento particolare, che è quello che poi rende ogni persona veramente umana e cioè la scoperta della realtà, la realtà con il suo carico di fatica, di delusione, di dolore, di entusiasmo. Ciò avviene in lui con una straordinaria capacità: la capacità di saper cogliere nel reale quel qualcosa di prezioso, di inaspettato che non può appartenere al sogno, all’immaginazione e con questo riuscire a realizzare la conoscenza di se stesso, unitamente a quella della realtà.
Il suo andare è una crescita spirituale con tappe precise, che arriva ad una fase avanzata del percorso, alla fine del Purgatorio, dove viene incoronato da Virgilio signore di se stesso. Il poeta latino riconosce l’alto livello della consapevolezza raggiunto, consapevolezza di sé e degli altri, perché per un uomo del Medioevo le due cose non erano affatto separate, facevano parte di uno stesso ambito, egli afferma, dunque l’uomo deve essere assolutamente consapevole delle sue scelte, ma prima di tutto di se stesso. E nel suo viaggio oltremondano narra proprio questo, questa sua crescita, un cammino fatto in maniera esemplare per tutti. Un cammino che va verso che cosa? Verso qualcosa di preciso e di desiderato certamente da ogni uomo: verso la felicità.
Dante e Jung

Dalla struttura della Divina Commedia possiamo “sentire” che il viaggio iniziatico di Dante si presenta come un mandala, percorrendo il quale avviene la graduale presa di coscienza delle varie istanze del Sé. In particolare nell’Inferno veniamo in contatto con la Persona, con l’Ombra, con i vari aspetti dell’Animus e dell’Anima; nel Purgatorio prendiamo coscienza della sintesi unificante degli opposti; nel Paradiso veniamo in contatto con le istanze spirituali che portano all’unione finale col Principio, cioè con Dio: proprio come nello yoga orientale. Facendo il viaggio con Dante e lasciandoci guidare da lui, ci rendiamo conto che il “processo di individuazione” descritto da Jung non solo è presente in Dante, ma è completo nelle sue tappe fondamentali fino all’unione finale cosciente tra l’Io e il Sé.
Il processo dantesco trova i suoi riscontri in processi analoghi della grande tradizione del Vedanta, del taoismo, del Kundalini Yoga, del sufismo, dell’ermetismo alchemico, sia pure in forme diverse.

Elvisa Pinto

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