La discriminazione razziale negli Usa da Solomon Northup a oggi: la storia può ripetersi?

 

Nel XIX secolo gli oppositori della schiavitù parlavano di “flagello della discriminazione”, una ferita che, in nuove forme, non è scomparsa.

Il tema della discriminazione razziale negli Usa emerge fortemente nell’analisi storica del paese, speficificatamente nei confronti degli afroamericani, che storicamente hanno subito maggiormente il peso di questa realtà. Mutando fisionomia, essa continua a manifestarsi.

Capire la schiavitù statunitense attraverso la storia di Solomon Northup

Nato a Hebron (NY) nel 1807 da un ex schiavo e da una donna libera, Solomon Northup crebbe come uomo libero. Dopo aver coltivato la sua passione per la musica diventando un abile musicista di violino, sposò Anne Hampton, a sua volta libera, con la quale ebbe tre figli e si trasferì a Saratoga. Pochi anni più tardi, Solomon incontrò due uomini, i quali gli offrirono un posto come musicista itinerante a Washington. Con la scusa di discutere dell’accordo, i due lo invitarono a cena e la stessa sera lo drogarono per renderlo incosciente, lo rapirono e lo vendettero come schiavo. Iniziarono così dodici interminabili anni in cui Solomon venne costretto a lavorare come schiavo in condizioni degradanti sotto il nome di Platt. Dopo aver prestato servizio per un certo periodo per William Ford (che mantenne una certa umanità nei suoi confronti, apprezzandone ad esempio le capacità artistiche) passò nelle mani di Edwin Epps, noto per essere un proprietario terriero senza scrupoli e totalmente in disaccordo nel garantire ogni forma, pure minima, di diritti umani ai propri schiavi.  Presso la sua proprietà, dove rimase fino al momento della sua emancipazione, Solomon fu sottoposto a sevizie e torture e fu costretto a lavorare duramente per molte ore al giorno, passando dalla raccolta di cotone a lavori edili. Fu poi grazie a Samuel Bass, abolizionista canadese conosciuto nella tenuta, che Salomon riuscì a mettersi in contatto con la sua famiglia e si vide riconosciuta la libertà, potendo ricongiungersi con i suoi affetti. Con la sua storia, raccontata in prima persona nel romanzo “Dodici anni schiavo” (da cui è tratto l’omonimo film), Solomon offre una testimonianza diretta dell’oscuro capitolo della schiavitù nella storia statunitense, dando voce a tutti coloro che, per le proprie origini, sono stati privati del puro diritto alla vita, alla libertà e alla felicità (capisaldi della stessa Costituzione federale).

Dopo la schiavitù: la segregazione

L’abolizione della schiavitù con l’approvazione del XIII emendamento nel 1865 non pose comunque fine alle pratiche discriminatorie negli USA. Poco dopo infatti entrarono in vigore i Codici Neri, orientati a porre dei limiti alla libertà degli schiavi affrancati. In generale, vennero applicati per scoraggiare la presenza nei vari stati dei cittadini afroamericani, impedendo loro di esercitare appieno vari diritti garantiti alla popolazione bianca, tra cui il diritto di voto, d’istruzione e di libera espressione . Poi, nel 1876 vennero promulgate le Leggi Jim Crow, che implementarono la segregazione razziale, applicandola nel campo dei trasporti, dei servizi pubblici in generale e nei luoghi di ristoro, creando il terreno fertile di ulteriori molestie, verbali e fisiche, a cui vennero sottoposti i cittadini afroamericani. Furono molte le figure che si opposero a tale dottrina, prima fra tutti Rosa Parks, arrestata nel 1955 dopo essersi rifiutata di cedere il proprio posto su un autobus extraurbano di Montgomery ad un uomo bianco, seguita poi da Martin Luther King che portò avanti una mobilitazione, affiancata dall’attivismo del Presidente J.F. Kennedy, che riuscì a raggiungere l’approvazione del Civil Rights Act nel 1964. Quest’ultimo riuscì a garantire uguale accesso ai servizi, alle strutture pubbliche e private e medesimo trattamento da parte delle autorità nazionali e federali a tutti i cittadini.

Il cammino retrogrado del ventunesimo secolo

Nonostante l’impegno  di molti nella battaglia contro la discriminazione (tra cui ricordiamo  anche Malcom X e Angela Davis), non assistiamo alla sua estinzione, bensì la vediamo esercitata dagli stessi operatori di giustizia. Sono molte le persone rimaste vittime di questo meccanismo immorale, che a causa del colore della propria pelle sono state definite pericolose. Rimbomba la voce di George Floyd, che esalando l’ultimo respiro chiama invano sua madre, diventando il simbolo di un sistema ancora infettato da pregiudizi che ha posto fine alla vita di tanti, troppi esseri umani che attendono ancora giustizia.  Una realtà sintomatica di una società ancora lontana dal riconoscere l’uguaglianza sancita nella propria Legge Fondamentale, nella quale urge ripensare al rapporto interpersonale per sdoganare definitivamente pensieri retrogradi.

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