Nella mente di Donna Tartt, gli studi umanistici sono preziosi ma possono anche portare degenerazione.

In “The Secret History”, la scrittrice americana Donna Tartt mette in discussione la funzione umanizzante degli studi umanistici. Possono questi produrre corruzione? Ma soprattutto, cosa c’entra il “dark academia”? Analizziamo questi problemi.
IL RIFLETTORE
Il protagonista, Richard, non è il primo attore della sua storia. Nella critica inglese potrebbe essere un “reflector”, un riflettore, come Nick in “Il grande Gatsby” che racconta la storia, gli amori e il declino di un grande uomo che non è lui. Alla fine, come Nick, lascia il luogo infausto ed è felice di tornare alla sua vita senza avventura. Certo, sentiamo l’invidia di una storia che non gli appartiene e la sensazione di essere sempre escluso. Ma come Ulisse nel mito di Platone che può scegliere la sua prossima vita, sceglie di rincarnarsi in un tranquillo pastore. La natura di riflettore permette al lettore una visione distaccata e quindi più critica della storia.
LA DARK ACADEMIA
Sulla base di un “aesthetic” andato di moda grazie a Tiktok, questo primo libro di Donna Tartt è stato definito “dark academia”. Passato un po’ di tempo da che questo trend ha raggiunto la sua massima espansione, possiamo ragionare sulle implicazioni. Non è propriamente un genere letterario, ma appunto una “forma estetica”, che in letteratura si traduce in temi e motivi più che in strutture precise. E così abbiamo l’ossessione per la bellezza, l’elitarismo del mondo accademico (l’azione parte da un College americano, molto più esclusivo rispetto all’Università come la conosciamo, ed estremamente costoso), un modo di vestire “antichizzato”, la continua contemplazione dei paesaggi. Ma Tartt, che scrive il libro negli anni novanta, non conosce la dark academia e probabilmente è più intenzionata a criticarla.
L’AMORE PER IL MONDO DELLE LETTERE
Il centro della discussione del libro è infatti la cultura umanistica attraverso la letteratura greca. Richard ne è affascinato e si oppone ai genitori che lo vogliono medico per iscriversi ad una prestigiosa istituzione sperduta nell’America rurale. Il suo gruppo diventerà quello esclusivo di alcuni giovani insoliti, legati al loro insegnante Julien. Il suo metodo di insegnamento è molto antiquato e ricorda l’università nel Medioevo: seleziona personalmente gli alunni in base alla loro bravura e alla loro posizione sociale, quasi come se il diritto all’istruzione fosse una questione di legami d’importanza (un po’ come Horace Lumacarono in Harry Potter, che crea un circolo di studenti migliori con cui fa anche cene). All’inizio il protagonista diffida. Quello che cambia la sua prospettiva è la prima lezione con Julien, quando si rende conto del potere delle parole, che possono essere scelte, sostituite così accuratamente da produrre un trasporto totale dell’ascoltatore. Il nuovo maestro produce un risveglio nel giovane ragazzo, una passione che era sempre stata lì e che non aveva mai trovato riscontro. Ma la bellezza di questa retorica si rivelerà un’illusione.
LA CORRUZIONE DEL PROGETTO UMANO
Quattro di loro hanno un’idea folle, di provare uno stato di ebrezza come quello dei greci nei rituali religiosi. Questo spiega anche il titolo italiano, “Il Dio delle Illusioni”, che ammalia i ragazzi con curiosità pericolose. Ubriachi, commettono un omicidio. Fanno di tutto per nasconderlo ma Bunny, per vari aspetti il meno sofisticato e preparato dei ragazzi ma anche quello dotato di maggiore senso di realtà, sembra sul punto di rivelare tutto. Tutti insieme decideranno di spingere Bunny giù da un burrone. Da quel momento, il morto infesta i sogni della comitiva che convive con la paura di essere scoperta. A mano a mano si riveleranno gli effetti che la letteratura classica ha su ognuno di loro: alcolismo, violenza, incesto… tutti associati ai classici greci. Più che umanizzazione e apertura, i protagonisti vanno incontro a una deumanizzazione che li corrompe e che è influenzata dal loro inesistente contatto umano. Alcuni di loro hanno uno stipendio mensile pari a quello annuale di un lavoratore, non guardano la tv e i notiziari e passano il tempo solo con gli altri cinque.

IL PERSONAGGIO DI HENRY
Tra tutti i personaggi, Henry è quello che ha più influenza sugli altri; sarà lui a proporre l’omicidio. A un primo sguardo, è un genio delle lettere e lo studente che tutti vorrebbero essere. Sembra sempre l’unico a capire le parole quasi divine di Julien con cui ha anche un rapporto di amicizia. Conosce le lingue antiche come se fossero la sua lingua madre, è il migliore in traduzione. Ma è anche un giovane ricchissimo e senza più un minimo di quello che gli inglesi chiamano “grip to reality”. In lui si condensa la chiave di lettura del romanzo: umanismo non significa umanità. Alla sua figura cruciale è riservata la fine più alta, quella della tragedia greca, vale a dire un teatrale suicidio di fronte a tutti i suoi amici e alla ragazza che ama. Questa sola fine basta a far capire come la scrittrice amasse il suo personaggio più contorto e tremendo, che dopotutto ha regalato lo svolgimento alla storia.