Da ormai due anni infuria il conflitto in Ucraina e l’intero pianeta si interroga sul proprio futuro: tra la minaccia dell’atomica e i tentativi di raggiungere una pace. Già gli antichi avevano espresso il loro dissenso nei confronti della guerra e dell’imperialismo.

A seguito di un discorso del presidente russo Putin alla nazione, e della risposta del segretario della difesa USA Austin, il mondo è stato nuovamente scosso dalla minaccia di una guerra nucleare. L’invasione dell’Ucraina – e la conseguente reazione dell’Occidente – hanno riportato indietro le lancette della storia e, da due anni a questa parte, le tensioni internazionali sono tali da destare la preoccupazione per una guerra in grado di “annientare la civiltà”, per per usare le parole del capo del Cremlino. Papa Francesco ha più volte parlato di una “Terza guerra mondiale a pezzi” e i vari conflitti oggi in atto (di cui Ucraina e Palestina sono quelli più coperti mediaticamente) hanno alimentato la richiesta da parte dei popoli della Pace e hanno portato sempre più persone a manifestare contro la guerra. La condanna delle atrocità belliche non è un fenomeno esclusivamente contemporaneo: anche il mondo antico conobbe individui che deprecarono gli orrori della guerra imperialista.
Atene contro Melo: la legge del più forte
Negli ultimi anni del V secolo a.C. Atene è impegnata nella Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) contro Sparta. La città attica è una vera e propria superpotenza che può contare sui vantaggi economici e militari della Lega di Delo: un’associazione di poleis, guidate da Atene, dalle quali la città leader riceveva un tributo annuale. Atene, nel 416 a.C., invia degli ambasciatori sulla piccola isola di Melo, nel mar Egeo, per ottenere un’alleanza contro la nemica Sparta. I Melii, coloni spartani ma membri della Lega di Delo, fino a quel momento sono stati neutrali nel conflitto. La nostra fonte di riferimento è Tucidide – massimo storico dellla grecità – che nelle sua Guerra del Peloponneso (V 85 e seguenti) racconta un dialogo fittizio avvenuto tra gli ambasciatori ateniesi e gli abitanti di Melo. In questo episodio emerge in modo chiaro il confronto impari tra i due contendenti: Atene, da un lato, è forte del suo impero marittimo e ritiene giusto piegare la resistenza della piccola isola; Melo, dall’altro, si presenta come una piccola pedina nello scacchiere bellico e prova a divincolarsi dalla stretta di Atene. Il dialogo drammatico culmina con una dichiarazione da parte degli ambasciatori attici che ha il sapore di una pietra tombale sulla questione e sui rapporti di forza (V 89):
chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede
La battuta riassume il signficato della “legge del più forte“. Atene è una città salda economicamente e temibile militarmente e, su queste basi, può imporre con la forza la propria volontà su chi è inerme. Questo passo assume più valore se si considera la conclusione della vicenda tra Atene e Melo: al rifiuto degli isolani di allearsi con la Lega di Delo, la flotta ateniese sbarco a Melo e l’assediò a tutta forza, in seguito gli ateniesi (V 116)
uccisero tutti i Meli adulti che catturarono e resero schiave le donne e i bambini
Parte della critica ha interpretato questo episodio narrato da Tucidide come la critica alla politica imperialista e violenta di Atene che, basando il proprio operato sulla “legge del più forte” ha compiuto terribili crimini nei confronti di avversari deboli e indifesi. Risulta evidente agli occhi dei contemporanei come i rapporti di forza costituiscano il terreno su cui si esplicano i conflitti: il principio della dominazione ancora oggi costituisce il fondamento delle guerre.

Le “Troiane” di Euripide: l’orrore della guerra
Euripide (480-406 a.C.) è considerato l’ultimo dei grandi tragediografi dell’Atene Classica. Egli è portavoce di un nuovo modo di intendere il valore civico del teatro in una città ormai sconquassata dalla guerra e alla ricerca dei valori perduti del tempo antico. Nel 415 a.C. alle Grandi Dionisie Euripide mette in scena le Troiane, una tragedia che racconta il destino delle donne di Troia che diventano bottino degli Achei vincitori. Cassandra, Andromaca, Ecuba devono diventare schiave dei capi dei Greci e vedere la loro patria bruciare. Euripide, attraverso una grande sensibilità di carattere psicologico, porta sulla scena la crudeltà della guerra vista con gli occhi degli sconfitti. Le donne troiane soffrono un dolore tremendo per la perdita di tutto ciò che avevano di più caro al mondo: i figli, i mariti, la casa, la patria. Questa tragedia assume ancora più valore se inserita nelle circostanze storiche del 415 a.C.: come abbiamo visto prima, Atene era reduce dalla sanguinosa spedizione contro Melo dove aveva dato prova di efferatezza e tirannia. Euripide, quindi, sembra voler portare all’attenzione dei suoi concittadini la brutalità di qualunque conflitto (fittizio come quello di Troia o reale come quello di Melo): il tragediografo, all’interno del dramma, inserisce alcuni episodi sintomatici di una “critica alla guerra”. Nel prologo dell’opera, ad esempio, il dio Poseidone dialogando con Atena dopo la distruzione di Troia dice
è stolto tra i mortali chi devasta le città, consegnando al deserto templi e tombe, luoghi sacri dei morti: egli stesso dopo è già morto
Questa battuta è una vera e propria denuncia degli orrori della guerra e, il fatto che sia un dio a pronunciarla, ne corrobora il senso ultimo per cui la guerra è una sconfitta per vinti e vincitori (anche chi distrugge le città è destinato a morire di lì a poco). In seguito, nel corso della vicenda, l’araldo Taltibio deve riferire ad Andromaca (vedova di Ettore) quale destino gli Achei vincitori hanno stabilito per suo figlio, il piccolo Astianatte. Il messaggero, in ambasce per la notizia terribile che deve dare, temporeggia ma infine comunica ad Andromaca che i Greci le uccideranno il figlio. Anche tramite questa scena Euripide rappresenta la mostruosità della guerra che strappa i figli alle madri e tronca le famiglie. A questa notizia tremenda, Andromaca può solo rispondere
ahimé, patisco un dolore immenso
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: Tacito e l’imperialismo romano
Nella vulgata comune l’Impero Romano ha saputo imporsi sulle altre popolazioni soprattuto in virtù del suo grande potere militare. Roma, nel corso dei secoli, dovette ricorrere al conflitto bellico per espandere il proprio territorio, per dirimere controversie e per difendersi dai nemici. In questa narrazione, talvolta, manca però la voce dei popoli che hanno subito l’imperialismo romano. A questo proposito, è rimasto famoso – anche grazie alle antologie liceali – lo scontro tra i Caledoni e i Romani tra l’83 e l’84 d.C. presso il monte Graupio (nell’odierna Scozia). La notra fonte di riferimento è Tacito che nell’Agricola (biografia del suo suocero e governatore della Britannia Gneo Giulio Agricola) racconta di un discorso fittizio tenuto dal comandante barbaro Calgaco per esortare le sue truppe prima dello scontro con i romani. Il barbaro, dopo aver esposto le principali differenze che intercorrono tra Roma e i Caledoni, pronuncia alcune battute che suonano ferocemente critiche verso la politica imperialista romana. Egli dice (Agricola 30):
(i Romani) bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace
L’espressione latina ubi solitudinem faciunt, pacem appellant è drammaticamente potente soprattutto perché – si ricordi – è un’invenzione di Tacito e messa in bocca ad un barbaro destinato a soccombere. Lo storico rappresenta lo stato d’animo dei Caledoni che, inferiori ai Romani e prossimi ad essere sconfitti, biasimano i modi con cui Roma conduce la guerra. La potenza imperialista “ruba, massacra, rapina” e, soprattutto, connota falsamente queste azioni con il nome di “impero”; allo stesso tempo proclama la “pace” nei luoghi dove si è consumata la devastazione. Potremmo leggere in questo passo una critica di Tacito alle modalità con cui Roma, nel corso dei secoli, ha conseguito la supremazia militare a danno delle altre popolazioni. A Roma la pax era un concetto fondamentale del principato (soprattutto quello di Augusto): infattti, nel VI libro dell’Eneide Anchise di rivolge al figlio Enea prefigurando la grandezza della Roma futura. Ad un certo momento, enucleando i compiti che l’Urbe dovrà svolgere in futuro dice:
Tu, romano, avrai queste arti: imporre usanze di pace
L’espressione, se accostata a quanto dice Calgaco nell’Agricola, mette in risalto la distanza tra la pax preventivata da Virgilio per Roma e quella effettivamente realizzata dalle legioni che, infatti, è chiamata solitudo (devastazione).