“C’era una volta in America”: ecco come i suoi costumi hanno ridefinito i gangster

Nel Febbraio di esattamente quarant’anni fa, usciva nelle sale americane il film “C’era una volta in America” di Sergio Leone, che orientava il gusto collettivo verso “lo stile gangster” e  ne ridefiniva l’immagine.

Immagine presa dal trailer del film della Warner Bros, presente su Youtube.

Sergio Leone è universalmente conosciuto come regista di film western, da “ Per un pugno di dollari ” a “Giù la testa”, per ben dieci anni di carriera da sceneggiatore e regista. Cosa accade nel 1982, dopo un periodo di silenzio registico, che fa approdare Leone al cinema di tipo mafia movie ? Semplice: probabilmente comprende che il genere gangster è la traduzione metropolitana e contemporanea di quello western.

Piccoli vandali

Con “C’era una volta in America”, Sergio Leone si allontanò momentaneamente dal genere western per investire sul nascente “mafia movies”, tipologia di film molto in linea con la società che, negli anni ottanta, viveva attivamente la città e investiva sulla realizzazione di molte periferie che oggi circondano il cuore delle metropoli.
Il film si articola in molti flashback, ma la storia inizia nel 1918 nel quartiere ebraico di Brooklyn, quando un gruppo di ragazzi si organizza per commettere piccoli furti e reati minori. Sergio Leone scelse, per vestire i protagonisti del film, la già famosa costumista Gabriella Pescucci: lei, molto legata alla progettazione storica del costume, riuscì a rendere poveri ma dignitosi i piccoli vandali di periferia, utilizzando capi materici e pesanti, senza dimenticare le immancabili coppole maschili, tipiche del periodo.
L’Enciclopedia del cinema Treccani, afferma:

“ […] Nel film, la Pescucci ricostruì il mondo degli immigrati e dei gangster americani non con una interpretazione solamente realistica, ma anche fantastica, partendo dalla miseria di inizio secolo fino al glorioso periodo del proibizionismo.” 

Immagine presa dal trailer del film della Warner Bros, presente su Youtube

Gangster

Per i piccoli vandali di periferia, il berretto “coppola” è un elemento fondamentale nel processo della loro identificazione, sia in America che in Europa: lo stesso cappello, infatti, è stato ripreso molti decenni dopo, nella serie “Peaky Blinders”.
Così, nel 1984, la Pescucci ha modellato per sempre l’immagine del gangster abitante periferico della metropoli, influenzando la nostra percezione del malavitoso e donandogli un’ estetica molto precisa: nonostante, infatti, il gangster sia un corrotto e spesso anche aguzzino, il suo abbigliamento dice tutt’altro.
Quando Noodles esce di prigione dopo decenni, i suoi compagni hanno messo su una vera e propria organizzazione criminale, non sono più i piccoli vandali ribelli del 1918. Per questo motivo, le giacche invecchiate e i pantaloni larghi spariscono e compaiono i completi giacca-pantalone e gilet, in fresco lana, a tinta unita o fantasia, completati da cappotti maschili lunghi e pesanti.
Man a mano che il loro prestigio di organizzazione criminale aumenta, la coppola lascia posto al più autorevole ed elegante borsalino, che ricorda per forma e colore lo stetson dei personaggi dei film western dello stesso Leone.
Il borsalino è un cappello che incornicia lo sguardo e lo rende tagliente ed intrigante: nel complesso, l’abbigliamento elegante e formale del gangster entra in conflitto con la meschinità del suo personaggio, rendendolo controverso ed estremamente affascinante.

Immagine presa dal trailer del film della Warner Bros, presente su Youtube

Boss mafiosi

Nelle scene finali del film, che spiegano la storia e ne raccontano l’epilogo, si evince che Max, il compagno più fedele e amico di Noodles, è diventato (sotto falso nome) un personaggio pubblico e politico molto importante e potente.
La festa che organizza nella sua villa enorme e sontuosa, è frequentata da persone eleganti e raffinate, i cui abiti riflettono l’appartenenza alla upper-class americana. Max, dopo esser sparito dalla vita di Noodles quando entrambi indossavano i borsalini e i completi giacca-gilet, si presenta ora in smoking nero, camicia bianchissima con colletto inamidato e gemelli ai polsi, farfallino, occhiali tondi eleganti e persino un orologio da taschino d’oro. Mentre Noodles, trasferitosi in un’altra città e divenuto un outsider, indossa un completo scuro e un pesante cappotto di lana, Max afferma la sua superiorità economica e sociale con l’abbigliamento tipico dei personaggi politici rilevanti. La distanza tra i due diviene, in questo modo, incolmabile e riassume perfettamente questa scena finale in cui si ritrovano, dopo molto tempo, in circostanze tristi e con incombenze gravi.

Influenze

Quarant’anni dopo, l’estetica gangster di “C’era una volta in America” è ancora vivissima nel nostro immaginario, e continua non solo a influenzare la nostra percezione della figura del malavitoso e tutta la produzione cinematografica che ne consegue, ma anche a orientare la moda contemporanea verso l’adozione di capi d’abbigliamento e accessori vicini ai costumi del film.
Decenni fa, quindi, il passaggio di Sergio Leone al genere mafia movies, ha avuto un importante impatto nell’industria cinematografica successiva, così come il lavoro della costumista Gabriella Pescucci influenzò anche il gusto della moda, ricordandoci quanto sia importante il ruolo delle produzioni audiovisive nella creazione e modificazione dell’immaginario collettivo.

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