Il Superuovo

La condivisione che inizia dalla parola scritta: tra Leopardi e le nuove generazioni

La condivisione che inizia dalla parola scritta: tra Leopardi e le nuove generazioni

L’amicizia virtuale, saper trasformare i sentimenti in parole: anche Leopardi trovò conforto in un amico di penna.

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Nell’era dei social network e delle amicizie online, sentimenti e sensazioni vengono sempre più spesso espressi dietro la protezione di uno schermo. Questa tendenza risponde, in parte, alla ‘comodità’ del mezzo, che consente di esporsi in modo indiretto… ma ci può essere qualcosa di più? Forse può rispondere Giacomo Leopardi, che trovò il suo primo vero amico nell’inchiostro nero che incise una lettera recapitatagli nel 1817.

Lunghe chat, grandi confessioni

I social network hanno modificato il mondo della comunicazione, e con esso quello dei rapporti interpersonali: si possono condividere agilmente interessi, problemi e desideri con persone anche molto distanti. Le possibilità di incontro sono infinite, e sono molti i giovani (e non, il fenomeno si estende ad ogni età) a sfruttare le potenzialità della rete: perché scegliere di sentirsi soli e incompresi quando è possibile entrare in contatto con milioni di utenti ogni giorno? In una simile moltitudine, le possibilità di conoscere qualcuno di affine aumentano esponenzialmente, ed è così che spesso nascono delle vere e proprie amicizie online. Che sia qualcuno già conosciuto di persona, solo visto di sfuggita, o direttamente incontrato sulla piattaforma in rete, la modalità è simile: da un primo messaggio inizia una conversazione, chat dopo chat le parole si fanno più fitte, le informazioni più personali e nasce un legame tra i due corrispondenti. Premettendo che la navigazione in internet debba sempre essere affrontata con prudenza, la domanda è: abbiamo ancora bisogno di scrivere per comunicare? Molti sono i dubbi che sorgono quando si parla di messaggistica online come mezzo di espressione dei sentimenti, e del vero c’è quando si dice che gli schermi permettono di nascondersi… Forse non è, però, tutto riducibile ad un’incapacità comunicativa: anche nelle amicizie ormai navigate è usuale, di tanto in tanto, inviarsi un messaggio un po’ più lungo, per mettere nero su bianco un’emozione o un pensiero. Non sempre scrivere per comunicare è indice di una ‘codardia sentimentale’: a volte è davvero utile per capirsi e farsi capire. E non è una novità…

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Il primo vero amico di Giacomo Leopardi

Era il febbraio del 1817 quando Leopardi, solo diciottenne, scriveva a tre dei maggiori letterati del suo tempo: Vincenzo Monti, Angelo Mai e Pietro Giordani. Inviava loro la traduzione del Secondo libro dell’Eneide, e tre epistole in cui li pregava di esprimere il loro giudizio. Una mossa azzardata per il giovane autore, disposto ad accettare la loro indifferenza quanto le loro critiche. Le risposte arrivano presto: Monti e Mai sono entusiasti, ma è Pietro Giordani a inviare la lettera più intensa, colma di ammirazione e affetto. “Mi diletta il pensare nel novecento il Conte Leopardi (che già amo) sarà numerato tra’ primi che alla patria ricuperano il male perduto suo onore” gli scrive, ma non si limita alla lode: lo sprona a continuare i suoi studi, presentendo la grandezza cui può aspirare il recanatese. Benché Giordani dica da subito che scrive all’amico “non per fare il maestro“, i suoi consigli e le sue parole sono quelle di una guida. Leopardi è sconvolto dalla gioia, e non avendo prima di allora sperimentato l’amicizia, esplode in un fiume di epistole lunghissime, ricche di confidenze (le aspirazioni di gloria, la prigionia di Recanati…). I due spiriti affini discutono di letteratura, di questioni personali, di turbamenti esistenziali, dando vita ad uno dei carteggi più celebri della letteratura italiana, in cui la bellezza della scrittura riflette la forza dei sentimenti che animano i due corrispondenti. Il primo vero amico di Leopardi, che lo cambiò come uomo e letterato, non poteva, d’altronde, che essere un uomo con cui la condivisione avveniva, in prima istanza, con la parola scritta.

La scrittura come “pittura della voce”

La conversazione, più rapida, non concede troppo spazio alla riflessione; la scrittura, invece, costringe a sistematizzare le informazioni che si posseggono per inserirle in un discorso logico e coerente. Voltaire diceva che “la scrittura è la pittura della voce“, perché nello scrivere si è costretti a dare una forma, un colore e una cornice al pensiero. Questo dare una forma ad un contenuto, che è passaggio essenziale del mettere per iscritto una sensazione, premette che necessariamente si abbia compreso quella sensazione. Non stupisce, quindi, che l’amicizia, come ogni tipo di legame che si basi su una condivisione profonda, possa trovare un mezzo ideale per nascere e svilupparsi nella scrittura, che è per sua natura un mezzo perfetto per l’espressione dell’interiorità.

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