La bellezza di due forze opposte: le donne di Alberto Moravia e Tiffany McDaniel

Scritti in contesti e con soluzioni opposte, La Ciociara e Sul lato selvaggio sono due romanzi che hanno in comune la violenza delle circostanze e la centralità della figura femminile.

Il viaggio senza speranza di due donne verso il lato più selvaggio ...

Gestire gli eventi della vita, affrontarli e cercare di sconfiggere le difficoltà è sempre un compito molto difficile. Due autori di generazioni diverse ci raccontano la vita di alcune donne e il rapporto madri-figlie che intercorre tra queste. Sceglieranno di vivere o di sopravvivere?

 

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Il romanzo

Sul lato selvaggio è un romanzo scritto da Tiffany McDaniel e tradotto da Luca Briasco, pubblicato nel 2020 per la casa editrice Atlantide. Il titolo di per sé molto indicativo, fa riferimento alle vicissitudini delle due sorelle protagoniste e alla terra in cui vivono, Chillicothe, in Ohio. La particolarità del romanzo nonché una delle peculiarità della scrittrice è proprio la rappresentazione letteraria che viene data del Midwest, la quale risulta essere cruda e diretta. Ciò che si evince già dalla lettura del primo capitolo è una faida tra la realtà che vivono le due ragazze e il resto del mondo. Figlie di due tossicodipendenti, dopo aver subito il lutto del padre morto per overdose si ritrovano a vivere da sole con la madre, che le fa crescere in una ”deformazione” di quella che dovrebbe essere una famiglia. La casa dove abitavano era la reincarnazione degli errori dei genitori, non aveva un aspetto normale. Dopo la morte del marito, la madre decise di inchiodare tutti i suoi vestiti alle finestre e ai muri, come se lo avesse voluto crocifiggere.

“Seppur al prezzo di diversi lividi, era riuscita a coprire tutte le finestre di casa nostra con quegli abiti. E dopo che furono appesi, cominciai a dubitare che fosse furibonda con lui perché era morto, visto che da allora non fece altro che piangere – e le sue lacrime cambiarono per sempre la casa in cui abitavamo e la donna con cui la dividevamo. […] I vestiti di mio padre formavano uno strato ancora più spesso che nelle altre stanze, bloccando la luce del sole e rendendo la camera perennemente buia e stanca. E così sarebbe rimasta, da allora in poi. Un posto che si portava addosso la propria tristezza, con le pareti bianche coperte della parole scritte a penna da due tossici. “

Entrambe vivevano sospese tra il desiderio di avere e condurre una vita normale e la vita che erano costrette a vivere. In realtà il loro presente e il loro passato facevano capolino ogni volta che la loro fantasia si spingeva un po’ oltre a causa anche dei segni che portavano addosso. Un passato che le aveva conciate in un certo modo, non avendo nessuna pietà di loro:

” Quando io e mia sorella avevamo due anni e dormivamo ancora nella culla, mamma e papà erano così stonati che ci avevano lasciate lì per diversi giorni. Mi ero masticata il pollice fino a strappare tutta la pelle.”

Si erano promesse che non avrebbero mai fatto gli stessi errori dei loro genitori, eppure si ritroveranno ad assaggiare il famigerato ”oltre” della droga e a farne uso. Tutto può essere riassunto con la frase iniziale del romanzo:

“La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda, credere che fossimo vive.”

Sul lato selvaggio » Edizioni di Atlantide

La figura femminile nel romanzo

Ogni romanzo è dotato di una certa cadenza e un certo tipo di esposizione. Qui la carica narrativa è indiscutibile: non ci sono ricerche stilistiche, non ci sono periodi ridondanti. Il perno della narrazione è proprio la forza con cui questa si scaglia sulle pagine. Scritto in prima persona, è il racconto di una realtà odiata e non voluta, che si nutre delle persone che la vivono. E’ chiaro come la figura femminile abbia un ruolo di spicco in questo romanzo e lo si evince già da una lettura al primo capitolo: la nonna, le sorelle, la mamma e la zia. Le figure maschili sono passeggere e fugaci, come per esempio quella del padre o del medico dagli occhi stanchi che ha cucito la ferita di chi narra.

Ma se le donne hanno un ruolo così centrale, qual è allora il fine ultimo del romanzo in sé? Ognuna di queste donne ha attraversato un periodo di decadenza e c’è ovviamente un’attenzione particolare per le due sorelle Arc e Daffy e la madre, Adelyn. Cresciute fra la droga e i suoi malati meccanismi non hanno mai avuto la possibilità di essere diverse. Hanno vissuto un periodo di tempo con la nonna, ma come i loro genitori sembravano destinate a quell’orrore. La prima frase che ritroviamo nel romanzo non è altro che la conferma del loro vivere sospese fra il bene e il male, tra il desiderio e la realtà. La caratteristica di queste donne sta proprio nella loro bellezza, non intesa come un fattore puramente estetico ma nella forza che ciascuna di loro ha pur essendo vittima di sé stessa.

“C’era della bellezza, nel lato selvaggio. E c’era delle bellezza nelle donne che lo abitavano. Mia madre, mia zia, nonna Keith. Donne dalla pelle sempre calda, che sembrava sudassero anche nel bel mezzo di una tempesta di neve. Donne che si mettevano il mascara ascoltando la radio e parlando con orgoglio della nostra antenata di tanti secoli prima che era stata condannata per stregoneria, impiccata non una ma due volte, e poi bruciata, quando il cappio si era spezzato.«È da lei che abbiamo preso questa pelle sempre calda. Non puoi dare fuoco a una donna e pretendere che le sue eredi non provino il calore delle fiamme. Ed è sempre da lei che abbiamo preso la capacità di predire il futuro», diceva nonna Keith, sottolineando come anche io e mia sorella fossimo almeno un po’ streghe. «Non voglio essere una strega», disse mia sorella. «Hanno le verruche sul naso». «Tesoro», disse nonna, prendendole il viso tra le vecchie mani, «essere una strega non significa indossare un cappello a punta, cavalcare una scopa o avere una verruca sul naso. Significa essere una donna che non vuole padroni. Una donna con un potere. È per questo che le hanno dato fuoco. Hanno cercato di ridurre in cenere il suo potere, perché una donna che dice più di quello che dovrebbe dire, e fa più di quello che dovrebbe fare, è una donna che bisogna cercare di mettere a tacere, e distruggere. Ma esistono cose che neppure il fuoco può distruggere. E una di queste cose è la forza di una donna»”.

La Ciociara di Moravia

La donna ha avuto difficoltà a emergere nella letteratura, sia come scrittrice che come protagonista. Il suo ruolo si è definito con una certa lentezza, ma è intorno al Novecento che si inizia a parlare di letteratura femminile vera e propria. Ed è anche in questi anni che molti autori decidono di rendere la donna – e anche più donne – protagoniste dei loro scritti. Un caso molto famoso sia nel cinema che nella letteratura è quello della Ciociara di Moravia, reso ancora più famoso dall’adattamento di Vittorio De Sica e dall’interpretazione di Sofia Loren.

Moravia pubblica il romanzo nel 1957, pochi anni dopo il secondo conflitto mondiale in cui la storia è tra l’altro ambientata. In verità aveva cominciato a scrivere il romanzo nel 1944 quando fu costretto a nascondersi con la moglie per l’armistizio. Ascrivibile al neorealismo il romanzo tratta della contadina Cesira e di sua figlia, Rosetta. Residenti a Roma, furono costrette a spostarsi nelle campagne della Ciociaria e a vivere in preda alla paura. Quella terra simboleggiava per le due donne il ritorno alle origini, alla terra natale, ma allo stesso tempo divenne il terreno in cui si resero conto della vera essenza delle difficoltà e del male. Un barlume di speranza si accende quando finalmente i nazisti vengono messi in fuga dagli angloamericani, ed è durante questo spazio che si consuma una tragedia peggiore. Le donne vengono violentate da un gruppo di soldati marocchini e chi ne soffrirà di più sarà proprio Rosetta, alla quale viene strappata senza alcuna pietà la propria innocenza. Il tema di fondo allora – benché il romanzo goda sia di un profilo esistenziale che storico – diventa la violenza del male stesso, che come un veleno si insinua nel corpo e nella vita delle due donne, irreparabilmente.

 

La bellezza di due forze diverse

Le donne prese in analisi fanno parte di un contesto storico e sociale totalmente opposto. Il romanzo di Tiffany McDaniel è ambientato in Ohio, nel Midwest. La Ciociara è ambientato in Italia durante la guerra civile, fra la paura e un’amara consapevolezza. Il filo conduttore tra i due scritti sono proprio le donne, con la loro forza e un altro punto di tangenza potrebbe essere anche il rapporto madre-figlia.

Le donne della scrittrice Americana hanno una certa crudezza. Sono quasi dannate e condannate e ne sono anche consapevoli. Il rapporto madre-figlia è completamente ribaltato: la madre spesso dimentica di avere delle figlie, non si cura di loro, non percepisce cosa potrebbe farle stare bene o male. Preferisce vivere nella sua dipendenza e nella sua confusione e le ragazze sono costrette ad arrangiarsi come possono, aiutate dalla zia e dalla nonna, creando anche delle ”vie di fuga”: guardano belle case di nascosto, scappano di notte e Arc scava nel terreno per cercare oggetti. Una bellezza che non si veste di tratti eroici ma psicologici: quelle bambine hanno il coraggio di vivere in quella casa, di abitare con la madre pur sapendo che era un sentiero per la distruzione. Finiranno infatti entrambe a cedere al consumo della droga, perdendosi ancora una volta in un mondo che non esiste.

La forza delle donne di Moravia è quella della sopravvivenza, nella sua più pura essenza. Cesira affronta tutto quel che le si pone davanti, non si arrende mai e combatte sia per lei che per sua figlia. Anche dopo quel tragico episodio di violenza, benché cada per qualche attimo anche lei in preda al terrore e al panico, non rinuncia a lottare e non perde mai di vista la speranza negli eventi futuri.

“Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento; e così, in un certo modo il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di orrore, ma purtuttavia la sola che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi.”

Due romanzi e cinque donne di costruzioni e sociali e politiche distanti, condividono la bellezza della forza che risiede tanto nel rialzarsi quanto nel perdersi, ma forse, non del tutto.

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