La battaglia di Minas Tirith sintetizza l’evoluzione delle modalità di combattimento nell’antica Grecia

Le battaglie nell’antica Grecia hanno subito notevoli cambiamenti relativamente al loro svolgimento. La sintesi di questo percorso può essere ravvisata nella ‘battaglia di Minas Tirith’, specchio delle battaglie ellenistiche.  

La battaglia dei Campi di Pèlennor, presso Minas Tirith, nel Signore degli Anelli, il Ritorno del Re.

Le differenze che si possono ravvisare approcciandosi alla descrizione di una battaglia da parte di Omero o di uno storico ellenistico sono molte e talvolta sconvolgenti. Come si è arrivati dalle grandi monomachie (scontri di un singolo eroe contro un altro singolo eroe) alle caotiche e confuse ammucchiate ellenistiche? E soprattutto, le grandi monomachie omeriche erano davvero tali? In questo articolo ci focalizzeremo proprio su queste ultime, analizzandole a partire da fonti scritte e da rappresentazioni archeologiche, arrivando a definire i principali motivi di sviluppo e di cambiamento e approdando all’analisi del risultato finale di tutti questi mutamenti, a mio avviso, adeguatamente rispecchiato dalla battaglia dei Campi di Pèlennor nel Signore degli Anelli.

Mausoleo di Alicarnasso con un fregio con Amazzonomachia, 350 a.C.

Le “monomachie” nell’Iliade

Il Mausoleo di Alicarnasso, purtroppo completamente distrutto, sembra rispecchiare lo svolgimento delle battaglie in epoca omerica. Mi rendo conto che la cronologia non è certo compatibile: l’Iliade circolava oralmente già in età micenea (I millennio a.C.), mentre il Mausoleo è della metà del IV secolo a.C., ma credetemi, darò ragione tra poco di questa analogia. Il Mausoleo di Alicarnasso, fu la tomba monumentale commissionata da Artemisia per il fratello-marito Mausolo, satrapo della Caria. Era considerato uno delle sette meraviglie del mondo antico e uno dei suoi fregi, quello più in alto nell’immagine riportata qui sopra,  presentava questa scena di una Amazzonomachia.

Fregio con Amazzonomachia nel Mausoleo di Alicarnasso.

Qui vediamo raffigurato il concetto di monomachia: tanti eroi singoli che combattono singolarmente con una sola Amazzone alla volta e poco importa se nell’immagine risulta che un avversario dia direttamente le spalle ad un altro. Questa è la monomachia: una battaglia divisibile in tante piccole battaglie minori. Infatti nell’immagine del fregio potremmo segmentare la scena in tante piccole sotto-scene raffiguranti una battaglia tra singoli campioni. Tenendo presente questa immagine ora propongo un passo tratto da Iliade III, 346-364:

Per primo Alexandros scagliò l’asta dalla lunga ombra e colpì lo scudo dell’Atride, tutto rotondo. Ma il bronzo non lo frantumò, si spezzò la sua punta contro al valido scudo. Egli si levò con lo scudo per secondo, Menelaos, figlio di Atreus, pregando il padre Zeus […]. Disse, e palleggiandola lanciò l’asta ombra lunga, e colpì lo scudo del Priamide, tutto tondo; passò l’asta greve attraverso lo scudo lucente e si infisse nella corazza nella corazza dai molti decori; e l’asta diritta, stracciò la tunica; ma quello, scansandosi, evitò la Moira nera. L’Atride allora, traendo la spada a borchie d’argento, l’alzò, colpì il frontale dell’elmo, ma intorno all’elmo infranta in tre o quattro pezzi, la spada gli cadde di mano. L’Atride gemette, guardando il largo cielo.

Sembra dunque palese la somiglianza: anche nell’Iliade quello che conta non è l’intera battaglia, ma lo scontro dei campioni principali dei due eserciti. Anche qui potremmo segmentare la narrazione in tante piccole battaglie di singoli eroi. Appurata la somiglianza rappresentativa dobbiamo dunque cercare di capire come mai la guerra ci venga sia descritta da Omero sia rappresentata nel Mausoleo in questi termini. Il pericolo a questo punto è quello di ritenere che le guerre, in epoca micenea, si svolgessero davvero come raccontato dalle due fonti sopracitate: grandi scontri di due soli uomini alla volta. Certo non era proprio così: molte volte nell’Iliade si fa riferimento alla folla circostante e alla mischia selvaggia. Dunque direi che appare scontato che mentre due campioni duellavano attorno a loro imperversava la battaglia. Come mai allora Omero non ci racconta mai grandi scontri di eserciti che caricano l’uno contro l’altro? Delle due risposte che sto per fornire, una è sicuramente valida, l’altra resta una formulazione suggestiva e condivisa, certo, ma pur sempre ipotetica. Omero non ci racconta mai grandi scontri campali perché l’Iliade è la storia di eroi achei sul campo di battaglia: non importa la guerra in sé, contano le gesta degli eroi dell’una e dell’altra parte. Dopotutto l’Iliade, e qui vi chiedo di fidarvi, perché spiegare qui nel dettaglio questo punto sarebbe dannoso e troppo dispersivo, dopotutto, dicevo, l’Iliade è un racconto orale che è stato riconosciuto come avente caratteristiche non di folk tale ma di leggenda. Dunque in quanto leggenda quello che conta non è tanto la trama in sé quanto le gesta dei singoli personaggi che popolano tale trama. È anche vero però, e qui inizia la formulazione ipotetica di cui vi ho parlato sopra, è anche vero che se Omero avesse voluto rappresentare solo le gesta degli eroi non avrebbe scelto, come contesto narrativo, un avvenimento storico. Se l’aedo ha voluto ambientare la sua leggenda durante la guerra di Troia, dobbiamo aspettarci che qualche usanza militare allora in voga abbia influito sulla narrazione delle battaglie nella pur leggendaria Iliade. Da qui si è arrivati a pensare che la rappresentazione delle battaglie in questi termini nell’Iliade fosse dovuta anche alle modalità di combattimento che avvenivano effettivamente sul campo. Mi spiego. Nel primo millennio a.C., i soldati erano armati alla pesante e non esistevano gli opliti (soldati armati alla leggera). In numerosi passi dell’Iliade vengono descritte le armature dei soldati che consistevano in enormi corazze, elmi pesantissimi, giganteschi scudi, spade, lance e giavellotti. In numerosi altri passi viene sottolineato l’uso del carro in guerra: i soldati montavano sul carro, con il quale raggiungevano il centro della mischia dove combattevano. Sembra dunque evidente la lentezza di azione e di movimento dei soldati lungo il campo di battaglia. Omero dunque ci vuole rappresentare realisticamente la guerra, che non doveva essere quella mischia disordinata e confusionaria di cui tra poco parleremo, ma doveva presentare piccoli nuclei indipendenti di guerrieri che combattevano. Resta infine da chiarire come mai il Mausoleo sia stato decorato con una rappresentazione bellica tanto arcaica. L’amazzonomachia faceva parte della tradizione mitica greca fin dai tempi più remoti, dunque poteva essere considerata a sua volta un racconto folklorico. In quanto tale doveva essere percepita come molto antica e dunque la sua rappresentazione doveva coincidere con le modalità descrittive dell’Iliade. In più gli scultori del Mausoleo avevano un antecedente di assoluto rilievo cui certo avranno guardato per la realizzazione del suo fregio: il Partenone, che sul suo lato ovest presentava proprio un’Amazzonomachia, verosimilmente scolpita in una serie di monomachie.

L’evoluzione delle battaglie in contesto greco

Il mosaico di Alessandro, Casa del Fauno, Pompei, fine II secolo a.C., copia di un dipinto di IV secolo a.C.

Il mosaico di Alessandro, qui sopra riportato, rappresenta la sintesi finale dello svolgimento delle battaglie nell’antica Grecia. Il mosaico si trova a Pompei, nella Casa del Fauno ed è una copia di II secolo di un dipinto di IV secolo a.C., quindi pressoché contemporaneo al Mausoleo di Alicarnasso. La differenza di rappresentazione è sbalorditiva. A livello storico quali sono i cambiamenti che avvengono in ambito militare e che trasformano così tanto le modalità di combattimento? E le battaglie avvenivano davvero così in epoca ellenistica? Il primo grande evento che muta radicalmente le modalità di combattimento è l’avvento dei soldati armati alla leggera, gli opliti. Questo porta all’abbandono del carro e ad una maggiore velocità d’azione e di movimento dei soldati, che viene aumentata a dismisura con l’introduzione dei cavalieri nel VI secolo a.C. circa. A ben guardare sono queste due le modifiche essenziali e in realtà avvengono quasi subito nel corso della storia greca. Erodoto e Tucidide, che scrivono rispettivamente a fine V e a fine IV sec. a.C., nelle loro opere storiografiche, che hanno dunque obiettivi di realismo molto maggiori di un poema epico, non parlano più di scontri di singoli campioni, ma raccontano di grandi guerre campali. Dunque le guerre a partire dal V secolo a.C. si svolgevano esattamente come raccontato dal mosaico. Tralasciando tutte le questioni relative alla tragicità della rappresentazione delle battaglie in età ellenistica, direi che quanto detto fin qui basta a capire l’evoluzione delle battaglie nel mondo greco.

La battaglia di Minas Tirith, o dei Campi di Pèlennor

La grande battaglia dei Campi di Pèlennor, nel Signore degli Anelli, il Ritorno del Re, sintetizza al meglio il risultato dell’evoluzione delle modalità di combattimento nell’antica Grecia: è infatti rappresentata una grande battaglia di opliti, accompagnati da cavalieri e da arcieri. Tutti contro tutti, gli eroi non hanno un avversario specifico, ma l’obiettivo è uccidere quanti più nemici possibili nella mischia selvaggia. Sintesi perfetta di quanto raffigurato nel mosaico di Alessandro. Anche se, per esigenze di regia la battaglia potrebbe sembrare anche uno scontro omerico: quando la telecamera indugia sui singoli eroi della storia contro i loro avversari, allora si creano quei nuclei di guerra di cui ho parlato in relazione alle narrazioni omeriche. Ma il contesto generale è ormai quello della grande battaglia ellenistica, in cui ormai i diversi nuclei si sono fusi in una grande mischia generale.

 

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