Il Superuovo

“La ballata dell’amore cieco” e la poesia elegiaca latina ci raccontano di donne crudeli

“La ballata dell’amore cieco” e la poesia elegiaca latina ci raccontano di donne crudeli

Il fascino femminile può essere pericoloso se unito ad un animo egoista. Moltissimi sono gli esempi letterari riguardo il rischio di diventare prigionieri per amore di donne bellissime ma ‘fatali’. 

“Lady Lilith” di Dante Gabriel Rossetti

Basti pensare alla Circe omerica, alle figure femminili presentate da D’Annunzio o a “La Belle Dame sans Merci” composta da John Keats . Di questo tipo è il personaggio de “La ballata dell’amore cieco” di Fabrizio De André e, per certi versi, anche la “domina” elegiaca potrebbe rientrare in questa categoria.

La ‘femme fatale’ de “La ballata dell’amore cieco”

“La ballata dell’amore cieco” è una canzone pubblicata come singolo nel 1966 dal cantautore italiano Fabrizio De André. In questo brano fortemente drammatico è contenuta la storia di un amore tragico. “Un uomo onesto” s’innamora di una donna presentata come fredda, malvagia, insensibile e pronta a prendersi gioco del suo affetto incondizionato. Lei lo costringe a diverse prove cruente per dimostrare il suo amore, dal tagliarsi le vene all’uccidere la propria madre fino al suicidio. Per lei, l’uomo che la idolatra è solo uno strumento di gratificazione del proprio ego, e, come nutrimento per la propria vanità smisurata, chiede esagerati doni. Lui le è completamente sottomesso e soggiogato, talmente invaghito da essere cieco di fronte alla cattiveria di lei. Tuttavia in conclusione al testo lei è messa di fronte a tutta la sua inconsistenza interiore, si rende conto della sua follia. Appagato il proprio egocentrismo, rimane comunque vuota, non le è rimasto nulla tranne il cadavere di colui che tanto l’aveva amata ed era stato contento di sacrificarle l’esistenza.

Gli disse: “Amor, se mi vuoi bene”
“Tagliati dai polsi le quattro vene”
Le vene ai polsi lui si tagliò
Tralalalalla tralallaleru
E come il sangue ne sgorgò
Correndo come un pazzo da lei tornò
Gli disse lei, ridendo forte
Tralalalalla tralallaleru
Gli disse lei, ridendo forte
“L’ultima tua prova sarà la morte”
E mentre il sangue lento usciva
E ormai cambiava il suo colore
La vanità fredda gioiva
Un uomo s’era ucciso per il suo amore
Fabrizio De André (da www.rollingstone.it)

La schiavitù d’amore nella poesia elegiaca latina

La donna della ballata qualsiasi cosa richieda, per quanto assurda, dal protagonista la ottiene in virtù dell’amore di esso. Quest’uomo obbedisce come se fosse uno schiavo e lei la padrona. Anche l’elegia latina ci tramanda immagini di donne simili. Nei versi dei poeti elegiaci si legge di amate superbe e capricciose che sono definite “domine”, cioè padrone. Gli elegiaci si dichiarano schiavi per amore, secondo il concetto del “servitium amoris“, tutta la loro vita, infatti, ruota intorno alla donna per la quale bruciano di passione. Nella forma metrica del distico elegiaco, gli autori esprimono il loro lamento e l’insofferenza per la loro condizione di amanti respinti. Le loro relazioni sono infatti difficili e raramente rallegrati dal godimento delle gioie amorose, in quanto la donna crudele è traditrice e restia a soddisfare il desiderio dell’innamorato.

L’amore tormentato descritto da Properzio

Già Catullo in alcuni carmi aveva dipinto il ritratto di Lesbia, una donna spregiudicata, che con la sua infedeltà continuava a infliggere dolore al poeta, generando in lui un duplice sentimento di odio e amore (“odi et amo“). Tuttavia la poesia elegiaca a tema amoroso ha massima diffusione nell’età augustea con i poeti Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio e Ovidio. Si chiama Cinzia la donna di cui ci parla Sesto Aurelio Properzio nei suoi quattro libri di “Elegie”. Essa è bella, colta, nobile, mondana, carismatica e in grado di suscitare una fiamma amorosa devastante nell’autore. Quest’ultimo è succube di lei, dilaniato interiormente dalla gelosia a causa dei contini tradimenti di Cinzia, e angosciato dalla violenza dell’ardore che prova. Come la donna tratteggiata nella ballata, anche Cinzia genera nell’innamorato un tale stato di esaltazione da renderlo ‘cieco’ e bramoso di compiacerla.

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