Il Superuovo

Lʼamore è là dove sei pronto a soffrire/impazzire, lo dicono Cremonini e Ariosto

Lʼamore è là dove sei pronto a soffrire/impazzire, lo dicono Cremonini e Ariosto

Ludovico Ariosto e Cesare Cremonini cantano nellʼOrlando Furioso e in Figlio di un re la democrazia amorosa.

È lʼultima ora del sabato e sto interrogando.
Ad un certo punto, Z., parafrasando lʼottava 120 del canto XXIII de lʼOrlando Furioso, mi dice: «ma non le sembra di risentire, in queste frasi, Figlio di un re

Lʼamore è là dove sei pronto a soffrire

Ed effettivamente sì, mʼè parso di sentire ballare, mentre Z.  argomentava, gli endecasillabi ariosteschi su un anacronistico latin jazz, ma…procediamo per gradi, per poi ballare insieme.
È il 23 gennaio 2009 e, alla radio, passa Figlio di un re, di Cesare Cremonini. Poche settimane e la canzone è destinata a diventare una delle più programmate dellʼanno, complice, forse, il ritmo jazz di cui sopra o, più probabilmente, la tematica.
Perché, vi starete chiedendo: di cosa tratta Figlio di un re?
Beh, tratta, su note nuove, di un argomento antico; in particolare, Cremonini canta della potenza stravolgente dʼamore, il quale è la sola forza in grado di cancellare le diversità sociali e culturali esistenti fra gli esseri umani.
Con la sua voce di velluto e sullʼaccompagnamento di un pianoforte, il cantautore bolognese, precisamente, ci ricorda che
puoi chiamarti dottore, puoi chiamarti scienziato,
puoi chiamarti ufficiale, puoi chiamarti soldato,
puoi persino morire:
comunque lʼamore è là dove sei pronto a soffrire

Non importa, dunque, la nostra estrazione sociale, allʼamore.
Ad amore non interessa saperci ricchi o poveri, agiati benestanti o pezzenti randagi: ad amore interessa saperci disposti a metterci in gioco, con tutto ciò che comporta, ché, amore è là dove sei pronto a soffrire.

Amore è là dove sei pronto a impazzire

Non solo, però. Amore è, infatti, là dove sei pronto a impazzire.
Già, impazzire e questa lezione non ci viene dallʼinno al sentimento intonato dallʼex frontman dei Lunapop, bensì da un funzionario di corte attivo, a Ferrara, tra il 1474 e il 1533, ossia Ludovico Ariosto.
È lʼAriosto che fa impazzire per amore Orlando, paladino irreprensibile ed eletto, finché…finché lui che tutti ha vinto, da Amore viene vinto.
Orlando, infatti, impazzisce per gelosia, ingannato e deluso da Angelica e la follia si scatena per reazione al racconto di un pastore che, dettagliatamente, illustra la storia dʼamore tra la fanciulla e Medoro, coppia di neosposi cui lʼumile contadino ha dato accoglienza. A fronte di questi dettagli, Orlando è costretto ad abdicare a ogni tentativo di difesa e di autoinganno ed il fulcro della narrazione, come notava Z., gravita proprio attorno allʼottava 120, in cui viene enunciato il potere assoluto e incontrollabile della passione amorosa:
e sanza aver rispetto chʼella fusse 
figlia del maggior re chʼabbia il Levante, 
da troppo amor constretta si condusse
a farsi moglie di un pover fante. 
Allʼultimo lʼistoria si ridusse, 
che ʼl pastor feʼ portar la gemma inante, 
chʼalla sua dipartenza, per mercede, 
del buono albergo, Angelica gli diede. 

La prima vittima di questo amore travolgente  è proprio Angelica: è bastata una scintilla di pietà nel suo cuore nei confronti del povero Medoro, ferito e sanguinante, e subito la donna è arsa da una fiamma che la rende immemore della propria superiore condizione. Angelica, che aveva rifiutato e disdegnato il corteggiamento di tutti i più blasonati e potenti cavalieri, cristiani e saraceni, che aveva aveva difeso la propria inviolabilità sposa un umile fante. Perchè?
Perché allʼamore, che è sentimento volubile, capriccioso, casuale e imponderabile, non si comanda.
Banale? Forse.
Democraticamente rivoluzionario? Sicuramente.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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