Il Superuovo

Koziol ritrae la popolazione indigena Iban: l’esotico nel mondo globalizzato

Koziol ritrae la popolazione indigena Iban: l’esotico nel mondo globalizzato

Nel 2013 il giovane Adam Koziol, fotografo polacco di 26 anni, ha inaugurato un progetto che prevede la creazione di ritratti degli ultimi membri tatuati dell tribù Iban, nello Stato malese di Sarawak. L’artista, con l’aiuto di un collaboratore malese, è riuscito a trovare tre anziani dela tribù che si sono prestati alla sua lente.

I tre anziani della tribù Iban, rintracciati dal fotografo  Koziol, si sono spogliati ed hanno mostrato i propri corpi e, attraverso essi, hanno raccontato la storia e la cultura  di un popolo che, grazie alle immagini del polacco, non verrà dimenticato. Il prossimo obiettivo del fotografo è la tribù brasiliana degli Zo’e: il suo viaggio nelle zone più esotiche del mondo ci permetterà di riscoprire la dimensione più folkloristica, animistica e spirituale dell’uomo, minacciata dalla globalizzazione e a rischio di estinzione come la cultura di queste tribù.

 I protagonisti degli scatti: la tribù Iban.

Gli Iban  appartengono ad un ramo dei Sayak del Borneo, la maggior parte di loro vive nel Sarawak, in Malesia. Sono famosi per l’appellativo tagliatori di teste che deriva dall’usanza di decapitare i nemici sconfitti dopo la  battaglia. Essa deriva dall’intima natura animista di questo popolo, fino al dopoguerra ogni combattente appendeva fuori dalla propria dimora le teste dei malcapitati nemici. Questi trofei, tuttavia, dovevano essere rispettati e quasi coccolati, posti in posizioni favorevoli per le anime dei defunti che abitavano ancora quei corpi. A farne le spese furono gli inglesi, i giapponesi e tante tribù vicine. Oggi questo rito non è più praticato e gli Iban occupano pacificamente il loro territorio. La religiosità degli Iban li porta a credere nei presagi, in particolare quelli di particolari uccelli chiamati ketupung beragai, che verranno opportunamente interpretati dallo sciamano del villaggio. La lingua degli Iban è completa e ben strutturata, sono chiamati maestri del linguaggio poichè utilizzano parole molto sofisticate e il loro parlato somiglia più alla recita di una poesia piuttosto che a un mero strumento con funzione comunicativa.

 

Il restringimento del pianeta: l’esotico è a rischio?

Secondo l’antropologo francese Marc Augè nel mondo contemporaneo si sono verificati due fenomeni di importanza cruciale: il restringimento del pianeta e l’accelerazione della storia. L’instantaneità delle informazioni e l’interazione planetaria fanno sì che ogni giorno, in ogni momento, tutti gli uomini siano a conoscenza di un evento storico che sta accadendo. Questo fa sì che ogni avvenimento invecchi precocemente: siamo talmente assuefatti dalla mole di informazioni che la linea distintiva tra cronaca e storia non è più nettamente individuabile. La parola chiave della nostra epoca è velocità: informazioni e persone possono viaggiare ad una velocità che fino ad un decennio fa era inimmaginabile. La possibilità di raggiungere in modo relativamente facile i luoghi piu reconditi e intoccabili ha fatto sì che si perdesse la dimensione esotica e quasi mitica della diverstà: fino a non molti anni fa i contatti tra diverse culture erano marginali, la dimensione locale prevaleva su quella globale che praticamente non esisteva. Ora il globale fa da padrone a spese del locale che, con il suo bagaglio di usci, costumi, tradizioni e folklore rischia di scomparire. Levi-Strauss sostiene infatti che i contatti troppo intensi ed estremamente facili tra etnie e popoli diversi costituiscano una minaccia per la diversità e favoriscono l’omologazione nella prospettiva di una monocultura che è decisamente poco attraente. Lo schema della contaminazione culturale risulta tuttavia un po’ forzato e semplicistico: la cultura, infatti, non è un monolite compatto ed indenne alle trasformazioni del mondo, è più che altro un insieme di formazioni storiche e mutevoli che possono variare a seconda delle influenze interne ed esterne. Possiamo parlare di svalutazione dell’esotico nel momento in cui esso è reso oggetto di un turismo sfrenato  e poco rispettoso e inconscio del valore storico e del bagaglio culturale di questi popoli agli estremi confini del mondo.

 

Herder: il valore della diversità.

Herder è un filosofo tedesco, allievo di Kant, di formazione illuminista, che prende parte al movimento romantico dello Sturm und drang. Si interessa di estetica e linguaggio, ma dedica una buona parte della sua produzione alla filosofia della storia e alla polemica contro la concezione unilaterale del progresso. Egli ritiene, infatti, che non è scontato che ciò che viene dopo sia meglio di ciò che lo precede, per questo le civilltà non dovrebbero essere giudicate su scala gerarchica e secondo criteri estrinsechi rispetto alla loro natura. Herder inaugura così il concetto di mondo storico di cui ogni popolo è portavoce, non esiste una gerarchia di valore nel genere umano, i vari mondi sono incommensurabili: non esiste uno standard comune sul quale basarsi per effettuare tale confronto. L’irriducbilità assiologia delle culture e la piena dignità da attribuire ad ognuna di esse vengono sistematizzate attraverso la teoria della compensazione: la manchevolezza di un popolo in un determinato settore è necessariamente controbilanciata dallo sviluppo di altri valori, per esempio un popolo poco avanzato tecnologicamente sarà portatore di spiritualità o religiosità più forti di quelle dei popoli più avanzati. Da qui parte la critica alla società a lui contemporanea descritta come meccanica e appiattita sul progresso materiale, focalizzata sullo sfruttamento di altri mondi, alla costante ricerca della ricchezza commerciale, ma estremamente povera a livello morale.

Il progetto di Koziol: inno ai piccoli mondi.

Popolazioni come quelle degli Iban sono difficili da preservare e difendere dalla contaminazione del mondo esterno. Al fronte delle problematiche pratiche e logistiche se ne aggiunge uno morale: chi siamo per determinare il destino di questi popoli? E’ giusto interrompere il corso della storia che li vorrebbe omologati ed integrati a pieno titolo nella postmodernità? E’ difficile, se non impossibile, fornire risposte soddisfacenti a questi quesiti. Il progetto del fotografo polacco si inserisce in questo panorama complesso diventando documento e testimonianza dell’esistenza  di questa cultura e della sua componente più arcaica, contemplata e portata sulla pelle dagli anziani della tribù. La documentazione della loro esistenza, tradotta in arte tramite la lente di Koziol diventa un inno alla bellezza, alla diversità e al fascino che da sempre esercita su di noi tutto ciò che riguarda le radici, l’intima infanzia della nostra umanità.

Maria Letizia Morotti

 

 

 

 

 

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