“Komi Can’t Communicate”, Goffman e Thompson ci spiegano cosa sia l’ansia sociale

Una ragazza che non sa interagire impara a farlo; vediamo come avrebbero descritto tale processo Goffman e Thompson.

I protagonisti dell’anime, Komi e Tadano

L’anime di Tomohito Oda ci mostra un curioso caso interazionale; proviamo ad analizzare la protagonista attraverso le teorie sociologiche di Erving Goffman e John Thompson.

La costruzione dell’ansia sociale

Komi è la protagonista della omonima serie anime e soffre di ansia sociale: vorrebbe avere delle conversazioni con gli altri, ma non ci riesce andando anche in panico. Le uniche persone con cui abbia mai veramente interagito sono i suoi familiari, ma anche in questo caso non ha mai avuto vere e proprie conversazioni. Se dovessimo parlare di tale patologia in termini Goffmaniani, potremmo dire che Komi non è in grado di costruire pienamente il teatro dell’interazione faccia a faccia. Infatti la protagonista inizia a pensare, nel suo retroscena, a tutte le possibili direzioni che potrebbe prendere la conversazione, senza però vedere mai un esito positivo. Sostanzialmente non è in grado di riconoscere il frame interattivo e, di conseguenza, non sa scegliere che maschera indossare sul palcoscenico dell’interazione. Come conseguenza la ragazza va in panico, si nasconde e fugge dal confronto diretto con gli altri. Ed è in questo contesto che si insinua lo stigma Goffmaniano.

L’apposizione dello stigma

Non sapendo interagire con gli altri, Komi non ha amici e quelle poche persone che conosce hanno in qualche modo paura di lei. Come detto da Goffman, sembra quasi che chi la conosce non voglia interagire con lei perché ha paura di vedere intaccata la propria sicurezza interazionale. Viene quindi posto una stigma sulla piccola Komi, che si vede anche costretta ad essere educata a casa dai genitori siccome non riesce a trovarsi bene a scuola. La scena di apposizione dello stigma ci viene mostrata già nei primi episodi della serie: in questa scena Najimi, una compagna di Komi al liceo, dice di avere in qualche modo timore di lei nonostante abbiano interagito solo una volta quando erano bambine. In quell’occasione Najimi invitò Komi a giocare con lei, ma la protagonista, non sapendo come rispondere, andò in panico mettendo in soggezione Najimi.

Da quel momento Komi venne allontanata e si chiuse in casa. Certo casa sua non è l’ospedale psichiatrico che Goffman indica come luogo in cui rinchiudere i soggetti pericolosi per le nostre interazioni, ma è comunque un luogo isolato dal resto del mondo, in cui Komi può tenere al sicuro sia lei sia gli altri.

Il liceo e l’Interazione Mediata

Arrivata al liceo Komi è costretta a tornare a scuola, in quanto i suoi genitori non possono più educarla a casa. Molti dei suoi nuovi compagni non la conoscono e iniziano a trattarla bene solo per la sua bellezza esteriore. La trattano come una dea senza sapere della sua condizione psicologica e quando la protagonista non risponde o scappa, pensano di averla fatta arrabbiare o di averla innervosita. Questa situazione crea delle piccole scene comiche nella classe, ma gente come Najimi continua a starle distante.

In questo contesto si inserisce Tadano, altro protagonista della serie, che per caso si ritrova a interagire con Komi. La ragazza riesce in qualche modo ad aprirsi con Tadano e a spiegargli la sua situazione. Il protagonista trova così il modo di rompere passo dopo passo lo stigma dell’amica. Come? Usando quella che Thompson chiama “Interazione Mediata”, ovvero l’usare un mezzo di comunicazione per interagire con gli altri. Questo modo di interazione è rappresentato in classe da un quaderno, simbolo della serie, e fuori da un cellulare. Così facendo Komi può nascondere tutte le due indecisioni nel retroscena e riesce ad aprirsi e a costruire una sorta di frame. Inizierà anche ad usare la voce quando parla al cellulare. Grazie all’Interazione Mediata la protagonista inizia a farsi dei nuovi amici.

Komi riesce quindi a rompere lo stigma grazie proprio all’ordine dell’interazione, anche se andando per piccoli step e utilizzando prima l’ordine dell’interazione mediata, diverso da quello di Goffman.

Fonte, Pexels

 

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