Kobe e Leonida ci dimostrano come essere ricordati per grandi imprese.

Kobe Bryant, esattamente come gli eroi della battaglia delle Termopili, ha dimostrato a tutti l’importanza della dedizione e dell’impegno per essere ricordati universalmente.

Kobe durante la partita da 81 punti contro i Toronto Raptors

Il 26 gennaio 2020 ci ha lasciato Kobe Bryant, un uomo che, come Leonida e i suoi trecento Spartani, ci ha dimostrato che cosa significhi essere una leggenda. Leonida è universalmente conosciuto per la sua grande impresa, pur fallimentare, durante la seconda guerra persiana. Kobe è conosciuto per essere stato un grande giocatore sul campo, un padre esemplare e un atleta sportivo.

L’omaggio dello Staples Centre alla leggenda di Kobe.

Come riconoscere una leggenda?

Ci sono due modi per riconoscere una leggenda: si può essere ricordati a distanza di tantissimo tempo, oppure si può essere celebrati da avversari, amici e sportivi di ogni genere subito dopo la propria morte. Andando in Grecia, presso il passo delle Termopili, si potrebbe rinvenire il tumulo sepolcrale degli Spartani e su di esso un’iscrizione con l’epitaffio del poeta Simonide, che recita: ‘O straniero, annuncia agli Spartani che qui noi giacciamo in ossequio alle loro leggi’. Senza dubbio, Leonida e i suoi soldati (non importa ora stabilire quanti fossero esattamente), sono passati alla storia e, soprattutto, sono rimasti nella storia fino ai giorni nostri. Per la morte di Kobe Bryant si è fermata tutta l’NBA e non solo: appresa la tragica notizia, tutte le squadre hanno deciso di commettere, durante la partita, una violazione dei primi 8 secondi (fallo per il mancato passaggio della metà campo entro il tempo massimo stabilito) o dei primi 24 secondi  (limite massimo per concludere un’azione), per onorare i suoi due numeri di maglia. Ad onorare lo sportivo, che di diritto entra nei migliori del ventennio, hanno contribuito anche la LakerFamily, l’A.C. Milan, il calciatore Neymar, alcuni tennisti e molti altri sportivi. A loro modo Leonida e Kobe ci hanno insegnato come diventare leggende.

La leggenda Leonida

Il generale spartano Leonida crollò gloriosamente per difendere la sua patria, o almeno, così ci dice la storia. 19 agosto/8 settembre (le fonti sono incerte) 480 a.C., i Persiani sono alle porte della Grecia e uno dei due re spartani, Leonida, è a colloquio con l’ateniese Temistocle e tutti gli altri membri della spedizione militare. L’obiettivo? Salvare la Grecia. Sparta era una potenza di fanteria, Atene una potenza navale. Il piano fu elaborato in poco tempo: Leonida, scelti i suoi 300 uomini e posto a capo di una più vasta coalizione di fanti da altre poleis, avrebbe atteso l’esercito spartano al passo delle Termopili, mentre Temistocle, con alcune navi ateniesi, avrebbe approcciato a Capo Artemisio la flotta persiana che si stava dirigendo verso le Termopili per sorprendere gli Spartani, accerchiarli ed eliminarli definitivamente in poco tempo. La sproporzione su campo di battaglia alle Termopili era totale: circa 7000 fanti Greci contro circa 300.000 fanti Persiani (per una proporzione di più o meno 50:1). Uno scontro totalmente impari e dal vincitore già evidente. Ma l’obiettivo di Leonida e dei suoi era ben chiaro e tutti erano determinati a rallentare l’esercito Persiano, forti anche dell’aiuto del passo, perfetto per questo scopo: portare guerra in un passo voleva dire necessariamente dover incanalare i propri uomini in una strettoia e questo consentì ai Greci di ridurre considerevolmente lo svantaggio. Temistocle fece bene il proprio lavoro, ma dopo aver appreso che alle Termopili Leonida era stato sconfitto, decise di ripiegare a Salamina. Erodoto suppone che anche i fanti greci alle Termopili avrebbero resistito per molto più di tre giorni, se non fossero stati traditi da Efialte, soldato greco, probabilmente risentito con Leonida, che indicò ai soldati di Serse I, re di Persia, la strada per accerchiare i Greci. In tutto ciò il ruolo di Leonida fu davvero così determinante? No: Leonida morì dopo il primo giorno di scontri e il suo corpo fu recuperato e difeso strenuamente dai suoi. Nonostante il doppio fallimento (la morte immediata e la mancata vittoria), Leonida è rimasto nella storia fino a noi, mostrandoci come diventare leggenda. Non conta necessariamente il successo o raggiungere l’obiettivo, conta impegnarsi al massimo e dare tutto sé stesso per dedizione ad un ideale che va oltre l’effimero del momento e per aprire la strada al successo degli altri, con il proprio impegno.

La leggenda Kobe

‘I played throught the sweat and the hurt, not because challenge called me, but because you called me’.

Kobe ha dichiarato il suo amore al basket in una toccante lettera di addio, scritta prima della sua ultima stagione da giocatore. Con queste, e con molte altre parole non scritte, Kobe ha dimostrato che anche lui aveva più obiettivi nella vita: voleva diventare un grande giocatore di basket, per amore del basket; voleva diventare un buon padre e un buon marito, per amore delle sue figlie e di sua moglie; voleva essere un grande uomo a tutto tondo. Kobe è il secondo miglior scorer in una partita NBA, con 81 punti, dietro ad un’altra leggenda, Wilt Chamberlaine (100 punti). Oltre a questo strabiliante risultato, fu 2 volte vincitore olimpico con gli Stati Uniti, 5 volte vincitore NBA, per 18 anni su 20 nella squadra All-Star e vincitore di un Oscar. Diciamo quindi che l’obiettivo è stato raggiunto: Kobe è sicuramente un grande giocatore, forse non il migliore di sempre, ma al basket ha dato tutto, come scrive nella lettera, diventando di fatto una leggenda. Quello che più colpisce però è la sua sportività: il giorno prima della sua tragica scomparsa, con un post su Instagram si era congratulato con leBron James, suo erede designato, per averlo sorpassato nella classifica dei top-scores assoluti della NBA. ‘On to #2 @kingjames! Keep growing the game and charting the path for the next.💪🏾’. Con questo messaggio ha insegnato a tutti noi come diventare leggende: l’obiettivo non deve essere la gloria personale, no, quella prima o poi passa. L’obiettivo deve essere fare il massimo per migliorare i record, così da spingere anche gli altri dopo di noi a migliorarsi. Perciò quel messaggio è rivolto non solo a leBron, ma anche a tutti noi, così come le parole di leBron ‘I will take on your legacy’ non sono solo le sue, ma devono essere anche le nostre parole. Ci è stata indicata la via per diventare leggende: impegniamoci al massimo per difendere le nostre idee, i nostri valori, non scendiamo a compromessi. Se studiamo, studiamo al meglio, se lavoriamo, lavoriamo al meglio, se pratichiamo uno sport, facciamolo al meglio, non solo per noi stessi, ma anche per gli altri che vengono dopo di noi e possono crescere grazie a noi, ‘so that the next twenty years are better than the past twenty years’, per dirlo con le parole di Kobe.

Una frase conclusiva

Kobe fu un giocatore talmente grande che le sue due casacche, indossate durante i suoi 20 anni ai Lakers, la numero 8 e la numero 24, furono ritirate e appese alla hall of fame dello Staples Centre. Alla fine del suo discorso durante questa cerimonia, Kobe ha pronunciato una frase bellissima, che deve essere si motivazione per tutti noi: ‘Hopefully what you’ll get from tonight is the understanding that, those times that you get up early and you work hard, those times that you stay up late and you work hard, those times when you don’t feel like working, you’re too tired, you don’t wanna push yourself but you do it anyway, that is actually the dream, that’s the dream, is not the destination, is the journey. And if you guys can understand that, than what you’ll see happen is you won’t accomplish your dreams, your dreams won’t come true, something greater will…’

Grazie Kobe, sei leggenda, e perciò vivrai per sempre.

 

 

 

 

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