Klimt e la drammatica realtà degli zoo umani a cavallo tra XIX e XX secolo

Quando la storia di un’opera d’arte riporta a galla le tracce di un passato volontariamente dimenticato.

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Il ritrovamento di un quadro di Gustav Klimt stupisce i visitatori del TEFAF e costringe tutti a riaprire i libri di storia.

Sua Maestà Normalità

Ci chiediamo spesso cosa sia la normalità, questa realtà a noi così familiare e allo stesso tempo mai completamente nota. Eppure, nonostante questa parola sfugga spesso a una definizione chiara, tutti, nessuno escluso, ci sentiamo in dovere di autodefinirci normali. Arriviamo addirittura a dotare questo sostantivo femminile di una lettera maiuscola e, in nome di questa Nostra Signora Normalità, noi, servi suoi, emarginiamo ciò che uguale a noi non è. Lo additiamo, lo mettiamo in cella oppure lo mettiamo in mostra ad altri normali, come un qualcosa di stravagante da studiare più che da apprezzare, da analizzare più che da amare. Le etichette che tanto ci piacciono, i codici alfanumerici usati per definire ora una generazione ora un tipo di approccio ora una tipologia di riccio non sono altro che gabbie. Gabbie mentali, è vero, ma ugualmente potenti a quelle fatte di ferro. Quelle, se mai, che fino a meno di cent’anni fa venivano usate nei così detti zoo umani o, se preferite, nelle esposizioni etimologiche. Forse questo secondo termine, decisamente più scientifico del primo, potrebbe essere più facile da accettare, in quanto pensare che certe differenze siano scientificamente stabilite, rende la macchina razzista decisamente più facile da legittimare.

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L’opera

Proprio su questa macchina bisogna salire, qui, per capire come mai Gustav Klimt per mettere su tela lo sguardo fiero del Principe William Nii Nortey Dowuona abbia dovuto recarsi a Vienna e non in Ghana. Nel 1897, infatti, Vienna ospitava il Tiergarten am Schuttel, un giardino zoologico definito in modo da ospitare non solo animali esotici, ma anche il popolo Ashanti, proveniente dall’attuale Ghana. Il ritratto, per anni sconosciuto al grande pubblico, è tornato sotto i riflettori al TEFAF (European Fine Art Fair) di Maastricht, dopo una lunga fase di restauro, catturando l’attenzione del mondo intero per la sua raffinata ornamentazione, per il dialogo interculturale che ha scaturito, oltre che per l’identità del suo creatore.

Noi, servi suoi

Figli del colonialismo e del nuovo imperialismo di fine XIX secolo, gli zoo umani avevano l’obiettivo di far vedere agli Europei rimasti nell’agio della civilizzazione ciò che i colonizzatori avevano trovato al di là dell’oceano, in quei territori dove, a detta di noi Europei Normali, la civilizzazione non era mai approdata. Agli abitanti di quelle terre gli europei pensarono di affiancare negli zoo anche tutta una serie di altri “casi”: i cancelli delle gabbie, quindi, si spalancarono alla vista di nani, gemelli siamesi e di qualsiasi altro tipo di rarità, di particolarità genetica, dando così vita a spettacoli accattivanti e a rappresentazioni di vita quotidiana tragiche per i prigionieri quanto interessanti o addirittura esilaranti per il pubblico. Adesso, nel leggere queste righe tutta questa “normalità” di inizio ‘900 ci avrà sicuramente disgustato con le sue idee bizzarre, con la sua scarsa empatia, con la sua umanità messa in sordina. Ci avrà amareggiato pensare che i nostri simili, quelli a noi uguali, quelli normali siano stati capaci di arrivare a tanto, di arrivare a mettere in ridicolo l’altro per qualche risata effimera lasciata risuonare e morire tra un viale e l’altro. Oggi gli zoo umani non ci sono più, almeno non materialmente. Oggi le gabbie non sono fisiche, ma mentali e in qualche modo vengono ancora spalancate per poi essere rinchiuse piene ogni giorno, ad ogni ora. Lasciandoci, così, al riparo e comodamente servi di Nostra Signora Normalità.

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