Analizziamo il film ‘Io, Robot’ che tratta il tema dell’intelligenza artificiale e cerchiamo di capire quanto sia realistico.

Ispirato dall’omonima raccolta di racconti di Isaac Asimov, ‘Io, Robot’ narra una storia che ci permette di riflettere sulla relazione tra l’uomo e l’intelligenza artificiale. Dobbiamo però prestare attenzione a ciò che è realistico e non, senza farci coinvolgere dal fascino della fantascienza.
E poi l’uomo creò il robot
Il film ‘Io, Robot’ è ambientato in una città futuristica in cui i robot sono dotati di intelligenza e interagiscono quotidianamente con le persone. Essi hanno capacità psicofisiche addirittura migliori di quelle di un essere umano e non si oppongono mai ad un ordine proferito dal loro proprietario, a patto che non vengano violate le Tre leggi della robotica. In questo contesto utopico accade però un crimine su cui investigherà il detective Del Spooner che, sebbene si venga a scoprire che sia un cyborg, non si fida molto dei robot. Il suo disprezzo verso questi preziosi aiutanti deriva da un trauma passato, lo stesso che lo costrinse a sostituire parti del suo corpo con parti meccaniche. Spooner infatti fu vittima di un incidente automobilistico, in cui rimase coinvolta anche una bambina. Anche in quel caso, prontamente, venne in aiuto un robot che salvò il detective facendo di conseguenza morire la bambina, seppur Spooner gli avesse espressamente chiesto il contrario. Il motivo di questo comportamento fu dovuto al fatto che, secondo l’analisi del robot, il detective aveva una percentuale molto maggiore di sopravvivenza, mentre la bambina era stata considerata quasi insalvabile. In ogni caso il detective Spooner, grazie anche all’aiuto di un particolare robot chiamato Sonny, riuscirà a scoprire il responsabile del crimine e a distruggere un cervello positronico che era responsabile del comportamento anomalo di buona parte dei robot, che stavano cercando di conquistare la società con la forza.
Il film è fantascientifico e quindi sarebbe illogico cercare totale attinenza con la nostra realtà, tuttavia noteremo che alcuni aspetti narrati non solo sono plausibili bensì alcuni sono addirittura realmente utilizzati. Per capire la differenza tra ciò che è reale o meno dobbiamo conoscere il vasto e complesso campo dell’intelligenza artificiale.

Dall’intelligenza biologica all’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale è una disciplina dell’informatica che studia approcci e metodologie che permettono di realizzare un sistema informatico che dia l’impressione di essere intelligente. Sarebbe difficile esprimere efficacemente e in poche parole il concetto di intelligenza, tuttavia risulta estremamente più semplice notare se un sistema lo sia o meno: in linea di massima un sistema può essere definito intelligente se, messo davanti a un problema con un determinato numero di possibili soluzioni, esso sceglie sempre la soluzione migliore. Questo concetto è espresso anche nel film quando, in seguito all’incidente che ha coinvolto il detective Spooner, il robot sceglie di salvare lui piuttosto che la bambina. Questo ci fa notare che spesso l’interpretazione matematica della realtà non corrisponde con la nostra etica e di conseguenza può non esistere una soluzione migliore in assoluto.
Partiamo da due presupposti. Il primo è che sia possibile creare un agente intelligente che riesca a risolvere una classe di problemi che gli uomini riescono a risolvere. È una premessa abbastanza difficile da dimostrare dato che entrano in gioco concetti come computabilità e potenza computazionale, quindi dovrete fidarvi della mia parola e prenderla per vera. Il secondo, che potrebbe sembrare in disaccordo col primo, è che gli elaboratori, quindi computer, smartphones et similia, non sono dotati di intelligenza. Un qualsiasi elaboratore ha una struttura fisica che gli consente di effettuare i calcoli e una struttura astratta e intangibile che gli permette di avere una logica interna. Questi due concetti sono comunemente chiamati, rispettivamente, hardware e software, ma non è necessario approfondire troppo l’argomento. Quello che è importante comprendere è che un elaboratore non può fare nulla di sua volontà: è un oggetto inanimato programmato per effettuare determinati compiti e risolvere determinati problemi, utilizzando la potenza di calcolo di cui dispone. Non ha consapevolezza di ciò che fa, non comprende la semantica delle sue azioni così come non comprende ciò che lo circonda o ciò con cui interagisce. Pensate all’animale più stupido che vi viene in mente: vi assicuro che esso è immensamente più intelligente di un qualsiasi elaboratore. Tuttavia non è fondamentale che lo sia, poiché ha due caratteristiche che lo rendono uno degli strumenti più utili e potenti in esistenza: è estremamente veloce e fa esattamente ciò che gli si dice di fare. La velocità degli elaboratori aumenta esponenzialmente nel tempo, le dimensioni si riducono e se mai un elaboratore dovesse avere un comportamento definibile ‘anomalo’ di certo non ne sarebbe responsabile, piuttosto sarebbe un errore di chi ha programmato la sua logica interna o un malfunzionamento fisico. Tenendo sempre ben presente in mente questi due presupposti, il nostro scopo è creare un agente che riesca ad avere un comportamento quanto più umano possibile, essendo però intrinsecamente disumano nella sua velocità ed accuratezza.
Com’è possibile creare un tale agente? La risposta più logica, e parzialmente corretta, sarebbe osservare come funziona il cervello umano, capire i suoi meccanismi e cercare di replicarli. Questo approccio naturale è molto gettonato in delle sottocategorie dell’intelligenza artificiale, come ad esempio la Computer Vision, ovvero quel ramo che si occupa di far acquisire ad un agente il senso della vista. Non ci dovrebbe sorprendere l’esistenza di tale campo: molte delle nostre funzioni primarie sono dedicate alla percezione di ciò che ci circonda, quindi è più che logico e plausibile cercare di creare un agente che abbia la facoltà di percepire ciò che percepiamo noi. Prendendo come esempio la Computer Vision è fondamentale chiarire un concetto: non è sufficiente che l’agente abbia la facoltà di gestire contenuti visivi, come già fanno tutti i computer o gli smartphones attraverso l’uso di immagini o di video. Lo scopo reale di questo campo è di dare la capacità all’agente di capire ciò che sta osservando. Di conseguenza lo smartphone che usiamo tutti i giorni può ‘vedere’ qualsiasi cosa, ma non capisce cosa sta osservando, il che non lo rende intelligente, perlomeno da questo punto di vista. Per cui potremmo provare rendere l’agente capace di percepire qualsiasi cosa ma non sarebbe necessario in quanto dovremmo riuscire anche a fargli comprendere ciò che ha percepito.
Sebbene l’approccio naturale sembri quello più logico ed efficace non è sempre possibile partire da esso per costruire il nostro agente intelligente. Questa limitazione nasce prevalentemente da due fattori, ovvero la limitatezza della nostra conoscenza del cervello umano e la complessità dello stesso. Allo stato attuale sarebbe impensabile riuscire a digitalizzare l’intera struttura di un cervello umano e, a rigor del vero, non sarebbe nemmeno garantito il suo funzionamento. Questa osservazione ci potrebbe far venire il dubbio che tutti gli agenti intelligenti artificiali di cui si parla al giorno d’oggi non siano realmente intelligenti. È davvero così?
I due tipi di intelligenza artificiale
L’ultima domanda che ci siamo posti è del tutto legittima e la risposta non è banale come sembra. Per rispondere accuratamente bisogna prima fare una macroscopica distinzione tra intelligenza artificiale forte e intelligenza artificiale debole. Ma ancor prima di spiegare questa distinzione c’è una domanda più impellente da fare: se allo stato attuale abbiamo sempre utilizzato elaboratori non intelligenti, perché dovremmo cercare di renderli tali? A che scopo donare ad un elaboratore l’intelligenza? Come detto in precedenza, uno dei massimi limiti di un elaboratore è che fa esattamente ciò che gli viene detto di fare. La logica interna di un qualsiasi programma è difficilmente generalizzabile e ciò rende ancora più stretto questo limite. Per capirci meglio cerchiamo di fare un esempio. Mettiamo il caso che io abbia una porta automatica: ogni qual volta un sensore legge il mio tesserino la porta si apre. Questa logica molto semplice è scritta nell’elaboratore, esattamente come ve l’ho esposta. Ciò significa che se perdo il tesserino non sarò più in grado di aprire la porta, anche se sono io a voler entrare. Idem se c’è un’emergenza o se per qualche motivo il sensore smettesse di funzionare. Il caso preso in esempio è banale, ma il ragionamento è applicabile anche per situazioni più importanti in cui magari l’elaboratore ha un ruolo fondamentale per la tutela della sicurezza o per il funzionamento di una struttura. Immaginiamo ora che l’elaboratore dell’esempio sia dotato di intelligenza. Il tesserino che utilizzavamo per accedere alla porta diventerebbe del tutto superfluo poiché l’elaboratore, ad esempio, potrebbe guardarci, capire che siamo abilitati ad entrare e di conseguenza aprire la porta. Oppure, invece di guardare, potrebbe ascoltare la nostra voce ed identificarci. O, ancora, potrebbe osservare che c’è un’emergenza e aprire la porta in modo tale che sia libero il passaggio. Questa grande versatilità sarebbe sostanzialmente impossibile da implementare nella logica dell’elaboratore senza utilizzare delle tecniche di intelligenza artificiale. Di fatti l’intelligenza fornisce la capacità di adattarsi al contesto, purché si capisca la semantica dello stesso. Questo è un requisito fondamentale per scegliere costantemente la soluzione migliore in ambienti dinamici.
Nell’esempio di prima abbiamo visto diverse possibilità che un agente avrebbe per riconoscere una persona ovvero guardare il suo viso o ascoltare la sua voce. Effettivamente sarebbe complesso consentirgli di fare entrambe le cose contemporaneamente e la causa si trova nell’implementazione dell’agente stesso. Sarebbe difficile spiegare correttamente come viene implementato un agente senza scendere molto nel tecnico tuttavia, in parole povere, possiamo dire che esistono delle strutture computazionali chiamate reti neurali che ci permettono di programmare la logica dell’agente in modo tale che possa apprendere in modo generico l’approccio col quale si affronta un problema e di conseguenza sarebbe in grado di scegliere la soluzione migliore in base al contesto in cui si trova. Questa spiegazione molto maccheronica è sufficiente per capire un aspetto fondamentale dell’intelligenza artificiale moderna: siamo in grado di creare solo agenti che hanno un’intelligenza artificiale debole. Ciò significa che la rete neurale sopracitata, in un determinato stato, è utile solo a risolvere un problema, non molteplici allo stesso tempo. Di conseguenza sarebbe estremamente complesso creare un agente che utilizzi una sola rete neurale per gestire sia la visione della persona che l’udire della voce della stessa.
Eppure in ‘Io, Robot’ esistono robot dotati di un’intelligenza artificiale che sembra completa al pari se non superiore di quella umana: capiscono il linguaggio umano, riescono ad osservare cosa li circonda, soddisfano le richieste che gli vengono fatte, indipendentemente dal contesto. Ebbene questo concetto è definito come intelligenza artificiale forte, che potremmo vedere come un immenso insieme di intelligenze artificiali deboli che lavorano in sincronia. Fondamentalmente la differenza tra l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale forte è che l’essere umano è generalmente molto più lento nel prendere una decisione, specialmente in un contesto nuovo, al contrario di un automa che riesce a fare un numero spropositato di calcoli al secondo. Ciò non è sempre vero poiché l’uomo ha delle caratteristiche genetiche ereditarie che gli consentono di sapere come agire anche senza pensare, ciò che comunemente viene chiamato istinto. Ad esempio se giro l’angolo di una strada e mi trovo di fronte un leone è molto plausibile che io inizi a scappare senza nemmeno realizzare la situazione, ancor prima che il mio cervello possa assumere coscienza del contesto. Questa parola, coscienza, è alla base di un problema etico e morale che riguarda proprio l’ intelligenza artificiale forte: se mai fossimo in grado di crearne una, essa avrebbe coscienza? Siamo realmente in grado di definire cosa sia la coscienza? Se sì e una macchina ne fosse dotata, quale sarebbe la differenza, non fisica, tra una macchina e un uomo? Per il momento queste domande, fortunatamente, non necessitano una risposta, dato che anche solo pensare di realizzare un’intelligenza artificiale forte è pura speculazione. Non siamo nemmeno lontanamente vicini al traguardo della singolarità e a rigor del vero non sappiamo nemmeno se sia possibile ottenerla. Tuttavia queste domande hanno un enorme valore filosofico e ci spingono a riflettere in primo luogo su noi stessi, per cercare di capire fino in fondo le dinamiche della nostra mente.
L’intelligenza artificiale ci spaventa
Ora che abbiamo un’idea più chiara di cosa sia effettivamente l’intelligenza artificiale possiamo fare qualche supposizione sul perché sia una tecnologia che incute così tanto timore. Innanzitutto dovremmo cercare di capire quale sia l’opinione popolare su cosa sia l’intelligenza artificiale. Non è difficile notare che quando si parla di elaboratori intelligenti in un contesto popolare quali film, fumetti, cartoni animati et similia si faccia sempre riferimento ad intelligenze artificiali forti che addirittura hanno un corpo meccanico tutto loro, proprio come nel film di cui abbiamo parlato in precedenza. Ovviamente i problemi che derivano da un’intelligenza artificiale forte lasciano il tempo che trovano, non avendo nemmeno la certezza che qualcosa del genere possa mai esistere. Quindi, da questo punto di vista, possiamo dormire sogni tranquilli: il mondo non sarà mai dominato da un esercito di robot con armi laser guidati da una super intelligenza artificiale.
Tuttavia esistono delle problematiche derivanti dall’uso di una ‘semplice’ intelligenza artificiale debole. Un primo problema sarebbe farne un cattivo uso. Sebbene siamo in grado di creare esclusivamente intelligenze artificiali deboli ciò non significa che non possano essere utilizzate in tantissimi contesti e con prestazioni mai viste prima d’ora. Ovviamente spetta a noi farne un uso corretto e non abusare dell’enorme potere di cui gli agenti intelligenti dispongono. Un esempio di cattivo utilizzo sarebbe usufruire di un’intelligenza artificiale per scopi bellici o atti di terrorismo. Immaginate un agente che ha imparato a riconoscere un certo target e abbia degli attuatori letali, come ad esempio un’arma da fuoco. Sarebbe un gesto sconsiderato utilizzare un’arma così potente e che virtualmente non porta svantaggi, dato che anche se la struttura fosse abbattuta non ci sarebbero delle vittime, mentre l’agente che controlla la struttura potrebbe uccidere un numero altissimo di persone. Un altro utilizzo dannoso dell’intelligenza artificiale sarebbe quello di usufruire della versatilità di un agente per creare un sistema di scam o phishing. Esistono delle reti neurali in grado di imparare a sintetizzare una voce che è sostanzialmente irriconoscibile dalla voce originale. Quindi ad esempio potrei dare in input qualche audio contenente la voce di una persona qualsiasi e riuscire di conseguenza a ricavare un messaggio da me scritto però letto con la voce della persona presa in esempio. Potete immaginare che una tecnica del genere è incredibilmente pericolosa e potrebbe creare dei danni impensabili. Una pratica simile può essere fatta anche con dei file video, dove è possibile sostituire un viso con un altro di nostra scelta.
Forse la questione più attuale e popolare è che l’intelligenza artificiale finirà per sostituire in modo assoluto il lavoro dell’uomo. Partiamo col dire che è assolutamente vero che l’intelligenza artificiale sta rendendo obsoleti determinati tipi di lavoro che, grazie all’aiuto di agenti intelligenti, ora possono essere svolti anche da automi. Tuttavia bisogna considerare che moltissime innovazioni tecnologiche hanno fatto preferire le macchine all’uomo per diverse mansioni. L’automazione, molto prima dell’avvento delle prime vere intelligenze artificiali, aveva già reso possibile utilizzare delle strutture meccaniche che facevano esattamente il lavoro di un uomo, in modo più veloce, efficiente, instancabile e con una probabilità di errore molto inferiore. Uno degli scopi della tecnologia è proprio migliorare e rendere più semplice la vita dell’uomo, di conseguenza sarebbe contraddittorio pensare che una qualsiasi innovazione tecnologica non implichi anche un’innovazione personale. Il fatto che determinati lavori siano resi obsoleti non implica che l’uomo venga reso obsoleto, bensì che l’uomo dovrebbe progredire e magari intraprendere dei ruoli lavorativi più attuali, con la speranza che tutte le mansioni ripetitive, faticose e rischiose vengano un giorno del tutto automatizzate.
La paura dell’ignoto non deve annebbiare le nostre menti e deve essere vinta dall’entusiasmo e dalla fiducia nella mente umana. L’intelligenza artificiale è solo l’ennesima invenzione dell’ingegno umano, uno strumento creato e concepito per migliorare il nostro tenore di vita. Impariamo ad apprezzare il risultato di innumerevoli sforzi di migliaia di menti e magari un giorno i robot diventeranno davvero il migliore amico dell’uomo.