Intervista a The Leading Guy, cantautore nero come l’eternità, colorato come la speranza

“Cerco il silenzio in modo da poter rappresentare al meglio il suono di ciò che è prezioso, per poi interpretarlo in modo essenziale”. Questo, in sostanza, è The Leading Guy e quella che segue una chiacchierata tra amici al pub, ancor meglio se irlandese, così da farlo sentire più a suo agio. Con il cantautore bellunese si è spaziato su vari ambiti della cultura e della conoscenza: dalla musica alla sociologia, passando per storie inedite e divertenti. Ne è uscito un mix di felicità, spensieratezza e appagamento che si spera di ritrovare anche nella sua nuova tournée che partirà il 9 ottobre da Roma. Dodici domande come le dodici lettere che compongono idealmente la scaletta di “Twelve Letters”, ultima fatica di The Leading Guy.

The Leading Guy (all’anagrafe Simone Zampieri) ha inciso due album: “Memorandum” nel 2015 e “Twelve Letters” nel 2019.

Per rompere il ghiaccio: perché The Leading Guy?

Nel periodo in cui ero alla ricerca di un nome d’arte ascoltavo Micah Hinson, un artista che mi è sempre piaciuto e una sua canzone si chiama proprio “The Leading Guy”. Mi piaceva questo nome anche perché suonando da solo chiamarsi “colui che conduce” creava una bella immagine. Spesso i nomi d’arte vengono dati per sapere a cosa vai incontro e quindi è rimasto quello.

Come mai la scelta di cantare in inglese?

Le prime canzoni che ho scritto le ho realizzate quando abitavo in Irlanda. In quel periodo andavo in giro per bar e pub ad ascoltare cantautori (che facevano anche delle cover improbabili) e abitando lì è diventato un fatto naturale cominciare a scrivere in inglese. Oltre a ciò, l’inglese è proprio la lingua con la quale mi viene meglio esprimermi nella canzoni, non faccio traduzioni, quando canto io già penso in inglese. La metrica, poi, è, a differenza dell’italiano, molto più immediata, più musicale. Unica eccezione è “Se ti tagliassero a pezzetti” contenuta in Faber Nostrum (disco tributo a De André, ndr.) dove, però, se si ascolta con attenzione ho stravolto un po’ la melodia, la struttura e ho costruito una base musicale che, se chiudi gli occhi e la immagini in inglese, potrebbe esserlo benissimo perché è più fluida, “corre” come se fosse un ritmo americano. 

C’è un exemplum da seguire per quanto concerne la stesura linguistica dei tuoi brani?

Io su questo sono un po’ in controtendenza. Non credo tanto nell’ispirazione, per una buona riuscita di una canzone credo che si debba provare tante volte. L’unica cosa che viene così, fuori dal nulla, è, di solito, la prima frase, è proprio questo il mio modo di lavorare. Scrivo la prima frase e solo lì poi capisco di cosa voglio parlare, non parto mai da un tema.

Ti senti cittadino del mondo? Il concetto di migrazione (inteso come: “atto alla composizione multietnica di una società che fa decadere il concetto di nazione”) ti appartiene?

Assolutamente sì. Tralasciando il periodo irlandese, ho anche visitato luoghi che spesso vengono criticati o su cui abbiamo degli stereotipi enormi. Ad esempio, tra le più belle esperienze, ho visto la Romania e la Bulgaria. Ho fatto un viaggio di un mese e mezzo partendo dalla Danimarca e scendendo verso i luoghi dell’est Europa, toccando anche la Cappadocia, in Turchia. Abbiamo molti stereotipi, su questo mi sento di dire che sono molto aperto, nel senso i posti vanno prima visti e poi giudicati, questo non si fa e spesso è un po’ il problema alla base dell’ignoranza, quasi come se stessimo sbagliando più nella nostra testa che nella realtà dei fatti. Mi sento comunque italiano e cittadino italiano, ma sto bene un po’ ovunque, sono un europeo che vive in Italia, questa è un po’ l’idea. Non credo che vada cancellato il concetto di nazione, oggi è un periodo in cui si va anche troppo all’opposto.

The Leading Guy in concerto con la sua chitarra. Su di essa c’è attaccato l’adesivo di Bob Dylan, che non lo abbandona mai.

“Oh sister”, “Oh father” e “Oh brother” sono tre brani a te molto cari: manca un importante membro della famiglia, c’è una motivazione dietro? Quanto è importante avere un buon rapporto comunicativo tra i vari componenti di una famiglia?

Sono tutte canzoni molto personali. Credo che un’eventuale “Oh mother” dovrebbe arrivare proprio alla conclusione perché con queste canzoni cerco di fare un percorso attraverso delle problematiche che possiamo aver avuto tutti. “Memorandum” (il suo primo album, ndr.) era proprio un percorso familiare, un’analisi molto personale. In un futuro dovrò comunque chiudere il cerchio. Personalmente non ho mai avuto un grande rapporto comunicativo tra i membri della mia famiglia, tanto che sono cresciuto con mia nonna alla quale ho dedicato “Memorandum” stesso.

Il filosofo irlandese Berkeley diceva: “L’estensione e la conoscenza delle cose non esiste al di fuori della mente”, tu, al contrario, in “Black” canti: “In my mind we’re running free”. Credi che la verità e la chiave dell’esistenza debbano essere ricercate al di là dei sensi?

“Black” nasce dalla lettura di un libro, ossia “La strada” di Cormac McCarthy, che narra la storia di un padre e di un figlio che camminano in un mondo post-apocalittico ma comunque molto reale. Allora mi sono seduto e ho scritto la prima frase: “Black like the eternity”. Continuando a scrivere mi sono detto che è un po’ dove stiamo andando noi, leggevo sul giornale di problemi e disastri ambientali. La seconda frase è stata “and cold like the dying trees” e solo lì mi sono accorto che quello che stavo scrivendo era potenzialmente quello che poteva accadere nella realtà. La domanda che pongo è: “Dove possiamo rifugiarci se quello che abbiamo intorno non ci soddisfa?” e ho immaginato che è soltanto nella testa che possiamo essere ancora liberi. Nonostante tutto, quindi, nella mia mente corriamo liberi. 

Per Hobbes esiste un monismo passionale: la paura. Ho rintracciato anche in “Sense of Awe” questa preoccupazione, soprattutto, dal punto di vista musicale. Come nasce e che significato profondo possiede la canzone?

La traduzione italiana di “Sense of Awe” è una sorta di stupore generale che può essere sia positivo sia negativo. In questa canzone ho provato a trascrivere in lettere le immagini che io avevo nella mia mente, un po’ come in “Black”. A immagini “poetiche” cerco sempre di ricercare anche qualcosa di tangibile, ad esempio quando dico: “and you kissed me on the steps behind the church”, la chiesa di cui parlo è proprio quella della mia infanzia. È una sorta di distacco dai luoghi sicuri che conosci. La paura, comunque, c’è, è fortissima. Quando scrivo una canzone e so che dovrò poi cantarla dal vivo, affinché la gente ti creda, devi sentire qualcosa.

Alla base del vivere insieme c’è il condividere passioni con i propri simili: credi che proprio quest’ultime siano il retroterra della tua originalità e fortuna costruite in questi ultimi anni?

Quello che cerco di fare è che la canzone arrivi prima di me, non mi interessa tanto l’essere famoso, quanto che lo diventino le canzoni. Questo in Italia, oggi, non è scontato, dove sembra che arrivino prima gli artisti che i brani. Mi sono accorto con “Memorandum” che le paure o le passioni che cantavo erano di tutti ed è in questo che riesco ad avvicinarmi molto alle persone, questa è un po’ la cosa che poi mi rende orgoglioso di fare canzoni un po’ più “pesanti”, senza magari andare a cercare la hit.

La copertina di “Twelve Letters”, ultima fatica del cantautore, uscita nel 2019.

Ho notato che il tempo nelle tue canzoni assume, a volte, un aspetto fondamentale: in “Times” ad esempio, quando racconti: “I’m feeling every hour”, o in “Click Clock”. Che cos’è per te il mutamento e lo scorrere delle cose, quella che poi gli antichi greci definivano μεταβολή (“metabolé”)? Credi che il tempo dipenda da fattori ciclici che si ripetano, oppure più da un fattore progressivo?

Credo che il tempo non sia mai lineare. Lo scandiscono le canzoni, i concerti. “Click Clock”, ad esempio, voleva essere una canzone notturna, mentre “Times”, forse, ha un aspetto ancora più importante: è dedicata alla musica. L’ho scritta quando ho compiuto i trent’anni e ho avuto veramente paura che realizzando il secondo disco e lasciando definitivamente il mio vecchio lavoro (ha continuato a lavorare per un po’ anche dopo l’incisione di “Memorandum”, ndr.), potessero essere solamente anni sprecati. “Times” è un “non si può mollare” di questi tempi, scandisce bene le mie preoccupazioni, ma è anche un forte “andiamo!”… e fortunatamente l’ho incisa!

“Land of Hope”, esiste per te una terra di speranza in questo mondo?

Diciamo che il messaggio che volevo far passare era questo: non puoi salvare tutti, non ne hai le forze, ma puoi trovare un’isola in cui molti sono i benvenuti, ma alcuni più di altri. È un guardarsi attorno e capire a chi tieni veramente, perché viviamo in un periodo in cui dobbiamo un po’ piacere a tutti e questo è un dramma. C’è un saggio che dice che una comunità di massimo cento elementi è perfetta, ecco, nel mio piccolo è quello che “Land of Hope” voglio che sia.

Hai intitolato una canzone “Melville”, quali sono (se presenti) gli agganci con la letteratura americana/globale nelle tue canzoni? Ti sei ispirato a qualche letterato in particolare?

È stata la prima canzone che ho scritto di “Twelve Letters”. Avevo finito Moby Dick per la seconda volta e mi sono chiesto un po’ la storia di Herman Melville. Ha avuto una vita impressionante: è morto povero, solo, dimenticato e matto ed è un po’ l’esempio dell’artista che non viene compreso nel proprio tempo. In questa canzone mi piaceva anche immaginare Melville che gira per i docks newyorkesi… ma la canzone è anche un monito per tenere duro e farsi forza. In generale mi piace molto inserire qualcosa di questo genere nelle mie canzoni, un altro esempio che posso fare è in “Behind The Yellow Field”: “the dreamy poet is laughing but not like you”, il poeta sorridente è Hemingway nella copertina Mondadori che avevo accanto a me nel momento in cui scrivevo il brano.

Viviamo in un periodo di oblio istituzionale: se dovessi scegliere una canzone che rappresenti in questo momento l’Italia politica, quale sarebbe?

Mi viene in mente “Nostra signora dell’ipocrisia” di Guccini o anche… “Black”, potrebbe essere una bella situazione politica!

Giovanni Maria Zinno 

 

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