Instant family ci racconta il mondo delle adozioni: la difficoltà di creare nuovi legamiInstant family è un film uscito da poco che prova, anche con un po’ di leggerezza, a far riflettere sulla situazione dei ragazzi e delle coppie che intraprendono la lunga strada dell’adozione. Figli che non sanno perché vengono allontanati dal nucleo originale, non capiscono perché i genitori non riescono a prendersi cura di loro o peggio sono abituati a vivere in un ambiente malsano e hanno interiorizzato comportamenti maladattati. Questo film vede come protagonisti dei ragazzini, tre fratelli di età diversa che hanno una madre tossicodipendente che entra ed esce da prigione. Un’adolescente, un preadolescente e una bambina che generalmente avrebbero poche probabilità di ritrovarsi nella stessa famiglia, ma che miracolosamente trovano una coppia pronta ad accoglierli. Un marito e una moglie che, superati i 40, si rendono conto di aver rimandato troppo l’argomento figli. Nonostante mille peripezie, tribolazioni causate soprattutto dalla ragazza più grande, i cinque si ritrovano davanti ad un giudice che li dichiara ufficialmente una famiglia. La teenager ostacola questa nuova formazione e poco tollera la donna che vorrebbe diventare sua madre, perché in lei c’è sempre la speranza di ritornare dal genitore biologico.

LE CONDIZIONI DEI BAMBINI

Stabilità, affidabilità, sicurezza sono tutte condizioni che nel bambino che si ritrova nel sistema mancano. La relazione primaria non esiste o, nelle situazioni peggiori, crea addirittura serie problematiche. Maltrattamenti, malnutrizione, abusi e soprusi di ogni genere che il ragazzo si trascina dietro e che spesso formano un bagaglio emozionale difficilmente modificabile. Non sperimentano, quindi, un contatto né con la madre né tanto meno con il padre. La teenager Lizzy, co-protagonista del film, è quella che ha il ricordo più vivido della madre. È lei che preme per tornare nell’ambiente familiare originario, lei che decide di non legare con i nuovi genitori, anzi boicotta il proprio rapporto specialmente con la figura materna.
Nei primi stadi dello sviluppo infantile il rapporto madre-bambino è un legame indivisibile. Il neonato non percepisce il genitore come un essere distinto da sé, anzi i limiti sono proprio indefiniti. Winnicott definisce come essenziale il rapporto che si crea in queste prime fasi, la mamma deve creare un ambiente sufficientemente buono affinché il bimbo possa approcciarsi con sicurezza e gradualmente al mondo esterno.

Instant family ci racconta il mondo delle adozioni: la difficoltà di creare nuovi legami

LA RELAZIONE MADRE – BAMBINO PER WINNICOTT

Winnicott definisce la madre come il primo ambiente in cui il neonato cresce e, di conseguenza, la base principale del suo sviluppo. Durante i suoi studi lo psichiatra teorizzò e dimostrò come il neonato preferisse un manichino morbido che non allattava invece che quello di ferro che forniva nutrimento. Il motore della crescita dell’infante non è legato alle pulsioni come sosteneva Freud quanto il legame, l’attaccamento del bambino alla madre. L’holding, ovvero sostegno, è un concetto introdotto dal britannico e che appunto è la capacità della figura materna di sostenere e contenere le angosce e le paure del figlio, di proteggerlo. Questo sperimenta l’onnipotenza soggettiva; crede che siano i suoi desideri a creare gli oggetti. È la mamma ovviamente con la sua preoccupazione materna primaria ad accudire il bambino, ad adattarsi a lui, deve avere la capacità di gestire la frustrazione, di presentare il mondo in modo che sperimenti quell’onnipotenza. Lo sviluppo procederà senza intoppi se il genitore sarà capace di disilludere gradualmente la progenie.

Queste sono fasi che il bambino adottato non ha vissuto o ha vissuto malamente perché non c’è stata una madre-ambiente, non c’è stata la preoccupazione materna primaria, né l’holding. È chiaro quindi che nel mondo delle adozioni siano complessi i meccanismi che motivano quei giovani separati dalla famiglia quando già avevano iniziato il loro percorso di crescita. Il sostegno psicologico, in questi casi, non deve esistere solo fino al momento del collocamento dell’adottato in una famiglia, ma deve essere un processo lungo, sempre in divenire.

Sonia Felice

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